Il racconto vincitore della borsa “Ritratto di famiglia – Belleville News

Il racconto vincitore della borsa “Ritratto di famiglia

Il racconto vincitore della borsa “Ritratto di famiglia

“Il compleanno della nonna” di Sara Passerini è il racconto vincitore della borsa di studio per il laboratorio online Ritratto di famiglia, in programma dal 14 marzo con Giulia Caminito.

La protagonista rievoca lo stesso evento – il compleanno di sua nonna, appunto – in diversi momenti della vita, dall’infanzia all’età adulta, con una struttura temporale che dà peso ai rimandi tra una scena e l’altra ma anche ai vuoti, ai non detti attraverso cui si tratteggia una relazione complessa, mai del tutto risolta, in cui “l’odio coesiste con l’amore”. 

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Siamo io e la nonna, io sono sdraiata sul divano, coi piedi gioco con un cuscino, lo lancio e provo a riprenderlo, se cade la nonna mi sgrida, mi dice di smetterla. Lei è in cucina, forse fa una torta per la festicciola della sera, forse i conti di casa o la settimana enigmistica. È una grande gestrice della casa, pulizie, spesa, organizzazione famigliare; padroneggia l’economia domestica; in sottofondo rete quattro, telenovelas, Topazio o giù di lì. Me la ricordo benissimo Topazio, bionda, capelli lunghissimi, povera. Una vittima delle circostanze che resiste alle intemperie della vita e va avanti, cede solo all’amore vero, inevitabilmente con l’uomo sbagliato. Topazio, il mio modello di donna nell’infanzia. Di sicuro la nonna non sta cucendo, quando cuce sta sempre sotto la finestra e si lascia inondare dalla luce che entra.

Siamo io e la nonna, in terrazzo abbiamo steso per bene la lavatrice, io le cose piccole come sempre, mollette dello stesso colore della biancheria, mi raccomando. Rientriamo in casa e giochiamo a carte: briscola, tressette, Marianna, scopa con o senza asso. Perdo quasi sempre, a volte la nonna mi fa vincere, forse ha paura che se perdo sempre poi non voglio più giocare. Si sbaglia, mi piace tantissimo giocare, anche se ancor di più mi piace vederla giocare, mi piace interrogarla, alle ultime mani le chiedo: allora nonna, che carte ho in mano? Le indovina quasi sempre. Non imparerò mai bene a tenere a mente le carte “passate”. Giochiamo e aspettiamo che arrivi la Richetta Nevera, il dodici maggio viene sempre, entra e poggia sul tavolo un pacco di caffè incartato, quando arriva il nonno giochiamo in quattro, io in coppia con la nonna, abbiamo i nostri segni, pesco l’asso e le lancio un bacio.

Siamo io e la nonna, è venerdì pomeriggio, è il suo compleanno ma siamo in chiesa a un funerale. Gioco col cuscino del poggia ginocchia, mi fa segno di smetterla perché fa un rumore sottile. In chiesa solo vecchi, musica tristissima, mi entrerà dentro quella melodia lì, la melodia della morte, l’Eterno riposo. Mi concentro sulla musica e m’immagino la nonna che muore e io che ascolto quella musica al suo funerale. Piango, lì, nel banco. Una bambina (l’unica della chiesa) che piange al funerale di uno sconosciuto. Mi accompagnerà per sempre questa associazione di eterno riposo e morte della nonna, anzi, ogni funerale per me sarà poi il funerale della nonna, o meglio ogni funerale mi riporterà lì, a quel pianto pieno di paura. Ché poi, quando la nonna è morta davvero, io ero in piena adolescenza, e la odiavo la nonna. Mi capita di pensarci: la nonna mi ha insegnato l’odio, con lei ho creduto di capire, di sentire dentro l’anima, che l’odio coesiste con l’amore, due facce della stessa medaglia. Ci ho messo vent’anni poi per destrutturare questa sciocchezza.

Siamo io e la nonna, siamo nel lettone insieme, il nonno è morto da cinque mesi e le faccio compagnia, è il suo primo compleanno senza di lui. Nella camera c’è una piccolissima televisione, per spegnerla bisogna alzarsi e schiacciare un bottoncino che sta dietro allo schermo. Non so quanti anni ho, ho già dato il primo bacio forse, ma quello l’ho dato presto. Io e la nonna ci addormentiamo con la tv accesa, mi sveglio e scopro i programmi notturni, il Maurizio Costanzo, filmetti espliciti, cose di crimini. Guardo incuriosita, gli occhi chiusi a metà così che se si sveglia la nonna pensa che dormo. Sotto il letto c’è un vaso da notte che non so usare, quelle due volte che ci ho provato ho fatto un disastro. Dietro alla porta c’è un omino di legno che regge ancora il completo del nonno, nel mio cassettino del comodino medicine, scontrini e un libretto delle preghiere.

Siamo io e la nonna in camera, il nonno è morto da anni ma continuo a farle compagnia certe notti di festa. Mi chiede di aiutarla con la parrucca, la togliamo piano piano, gliela passo usando le mani come fossero una testa, per non stropicciarla. È di capelli veri, tra il nero e il grigio, la appoggia su una sagoma di polistirolo, poi si toglie gli orecchini e li mette lì vicino. Con una spazzola per bambini si pettina i peletti, si mette un foulard e si sdraia con un forte respiro. Le chiedo se sta male, mi risponde: che tutti i mali stiano lì. Come a dire che non è niente. Le faccio gli auguri un’ultima volta, le tengo la mano. L’omino è finito dalla sua parte del letto e appoggiato sopra c’è un reggiseno che è anche un seno di plastica.

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