Genesi di una storia. Tre domande a Pier Franco Brandimarte – Belleville News

Genesi di una storia. Tre domande a Pier Franco Brandimarte

Il 24 ottobre partirà una nuova classe in presenza di Scrivere di notte, un corso in tre moduli – Fondamenti, Progetto e Laboratorio – per approfondire le principali tecniche narrative e lavorare a un proprio romanzo, a una raccolta di racconti o a un racconto lungo.
Nel primo modulo lo scrittore Pier Franco Brandimarte analizzerà gli elementi chiave nella costruzione di una storia – dall’idea iniziale ai personaggi, passando per l’incipit, le descrizioni e i dialoghi – e proporrà brevi esercitazioni che saranno commentate in classe. 
In attesa dell’inizio delle lezioni, abbiamo chiesto a Pier Franco di rispondere a qualche domanda.

1. Il tuo corso a Belleville è dedicato ai fondamenti della narrazione. Quando pensi una storia, da dove cominci? Un personaggio, un’immagine, un evento scatenante…?

Solitamente non mi capita di pensare a una storia ma a parti di essa, a momenti, sensazioni, immagini che combinati potrebbero portare a una storia. Allora scrivo per vedere di che storia si tratta. Il mio primo libro è venuto così, sentivo che c’era qualcosa e continuavo a mettere insieme brani, poi, verso i tre quarti, ho capito dove andavo, qual era la “figura” a cui tendevo.

2. Ambientare la propria storia in uno spazio-tempo imprecisato è uno degli errori in cui più facilmente si incappa quando si comincia a scrivere. Come evitare il rischio della vaghezza senza appesantire il testo con didascalie o un eccesso di descrizioni?

Credo sia una questione di equilibrio: se tempo e spazio sono vaghi (penso alla Genesi o alle fiabe) conviene ricorrere a uno stile della massima concretezza per mantenere l’interesse. Quando la vaghezza è una scelta, in altre parole, essa può rivelarsi una risorsa interessante, a patto di bilanciare con cura pieni e vuoti. In tutti gli altri casi, l’autore deve avere ben chiaro il perimetro (in termini fisici, storici, socio-culturali) in cui la vicenda si svolge senza pretendere di trasferirlo per intero al lettore. Occorre lavorare di selezione, far leva sui dettagli “parlanti”, sulla qualità più che sulla quantità delle informazioni trasmesse, imparando a evitare i famigerati “spiegoni”. A lezione avremo senz’altro modo di approfondire questi aspetti.

3. Un articolo apparso sul New Yorker alcuni mesi fa ha innescato un interessante dibattito sulla tendenza di molti narratori e sceneggiatori a costruire i propri protagonisti attorno a un trauma, con il rischio di un eccessivo schematismo e appiattimento interpretativo. Trovi anche tu che troppi personaggi della fiction e della serialità di oggi siano concepiti come meri “cataloghi di sintomi”? E se sì, come ovviare alla tentazione di imboccare questo genere di scorciatoia?

Non so se nel panorama attuale ci sia un dilagare di questo tipo. Il rischio che dici mi pare connesso al ricorso eccessivo di una vecchia lezione sul racconto che è il predisporre per ciascun personaggio una ferita legata al passato. Cosicché, seguendo i manuali diagnostici, ci si trova in vicende che vorrebbero rifare un percorso terapeutico e si conferisce alla storia un deleterio sperimentalismo, nel senso di esperimenti in provetta. Contro l’eccessivo psicologismo si può leggere qualche romanzo picaresco, delle novelle, la Bibbia o della buona poesia.

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