Letture americane. I consigli di Silvia Pareschi, Marco Rossari e Edizioni Black Coffee – Belleville News

Letture americane. I consigli di Silvia Pareschi, Marco Rossari e Edizioni Black Coffee

Paesaggi sconfinati, conquista dell’Ovest, melting pot, ma anche divisioni razziali, conflitti di classe, beat culture: parlare di “America” significa evocare un mosaico di temi e scenari diversi, non di rado in esplosiva tensione tra loro. In attesa di The Americans, il laboratorio di traduzione dedicato all’inglese americano che partirà a settembre, abbiamo chiesto ai docenti Marco Rossari, Silvia PareschiSara Reggiani di Edizioni Black Coffee, di consigliarci alcune letture indispensabili per “capire l’America”. Ne è scaturita una lista preziosa e lunghissima, che mescola classici assoluti della narrativa a saggi freschi di stampa.

Marco Rossari

– La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1850)
Dopo una serie di racconti emblematici (A come allegoria), uno scrittore di mezza età (A come autore) esordisce nel romanzo con una storia sulla relazione tra una donna sposata e un uomo di chiesa (A come adulterio), con tanto di figliola. Analisi del puritanesimo che vale ancora oggi: A come America.

– Moby Dick di Herman Melville (1851)
Anticipato dall’amico Hawthorne l’anno precedente (gli bruciava, forse, perché dedicò il libro proprio a lui), l’autore di alcuni romanzi di successo prende la balena per le pinne e uccide il campionato del Grande Romanzo Americano per sempre. L’ossessione shakespeariana, gli echi biblici, la bianchezza del male. Fu un flop, poi riemerse.

– Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain (1885)
Bollato erroneamente (o volutamente, per neutralizzarlo) come libro per bambini, è per Hemingway il primo cristallino vagito della letteratura americana. Huck e il nero Jim scappano lungo il Mississippi in zattera e il lettore, oltre a un paese razzista, scopre il primo di tanti eroi scapestrati: santo Huck, come scrisse Nick Cave. 

– Ritratto di signora di Henry James (1881)
L’opposto di Twain: due strade maestre che attraversano la grande narrazione degli Stati Uniti. Stile basso vs. stile alto, la strada vs. gli interni, gli straccioni vs. gli aristocratici, il problema della povertà vs. il problema dei soldi. Ma anche: il Grande Romanzo Americano all’estero, in vacanza, sedotto e abbandonato dal Vecchio Mondo, di cui diffida bramandolo.

– Racconti dell’Ohio di Sherwood Anderson (1919)
Forse il vero Grande Romanzo Americano è la cucitura dei tanti racconti che hanno narrato l’immensa provincia che è quel paese (fino a Carver: Altman lo intuisce con America oggi). Il Piccolo Romanzo Americano, quindi. Che diventa narrazione collettiva, brulichio di inferni e interni, commedia amara. Emblematico questo ritratto di città, scritto dal maestro di Hemingway.

– Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1925)
“Her voice was full of money”: tutto un paese seducente e puritano, autentico e corrotto, in sei parole. Spesso assente dalla competizione per la brevità, il romanzo non racconta solo un arrampicatore sociale, ma soprattutto “l’antica isola che una volta fiorì per gli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo”. 

– Fiesta di Ernest Hemingway (1926)
Seguace di Twain e figlioccio di Anderson, qui e altrove Hemingway rispolvera il romanzo americano all’estero, in versione bohémienne. Le due guerre, l’esotica corrida, gli avvinazzati parigini, il machismo infantile dei bamboccioni americani, il Grande Romanzo Americano come innocente dissipazione e “cupio dissolvi”. Inoltre, il cambio era favorevole.

– L’urlo e il furore di William Faulkner (1929)
Citazione shakespeariana nel titolo e uso di tecniche narrative altissime (a parlare per tutta la prima parte è un minorato), ecco il capolavoro dei capolavori per raccontare la rovina della famiglia Compson e di un mondo. Morte, razzismo, depravazione: benvenuti al sud.

– Furore di John Steinbeck (1939)
Schiacciato dal barocco faulkneriano, non si dice mai abbastanza quanto sia avvincente e rappresentativa questa storia di braccianti in miseria e migrazioni epiche, in grado di approdare con la stessa forza, dopo mezzo secolo, a un disco di Bruce Springsteen: il Grande Romanzo Americano si fa socialisteggiante. 

– Uomo invisibile di Ralph Ellison (1952)
La storia di un ragazzo nero, raccontata da uno scantinato, come una lunga sinfonia un po’ simbolista e un po’ jazz. Non un romanzo arrabbiato, ma un’arrabbiatura fatta romanzo. Incensato da Harold Bloom, quasi sconosciuto in Italia, è il Grande Romanzo Americano afroamericano, nero. Sommerso, appunto, e qui salvato.

– Le avventure di Augie March di Saul Bellow (1953)
Inno vitalista e rutilante, romanzo di formazione picaresco e divertentissimo, ambientato a Chicago e naturalmente scritto da un canadese, con un incipit memorabile: “I am an American”, a cui si poteva tranquillamente aggiungere “great” e “novel”. E Bellow aveva appena cominciato.

– On the Road di Jack Kerouac (1957)
Viaggione per tutto il continente, da costa a costa e rianda, tra droga e alcol e scrittura jazz (anche se in realtà fu editato molto: l’improvvisazione è mestiere). Acuto beat, scrollata anfetaminica, bibbia dell’adolescenza. Vietato ai maggiori di 18 anni. 

– Il buio oltre la siepe di Harper Lee (1960)
Azzeccare un Grande Romanzo Americano al primo tentativo e continuare a vendere milioni di copie ogni anno. Storiona sul sud razzista, filmone con un omone come Gregory Peck, librone obbligatorio da ragazzi. Poteva qualcosa andare storto? Sì, potevano pubblicare Go Set a Watchman, una parte dell’esordio editata e riproposta come romanzo (così così, a quanto sembra).

– A sangue freddo di Truman Capote (1966)
Non soltanto sono in grado di raccontarti la vita romantica di un’angelica prostituta come Holly Golightly, ma adesso io – mondanetto dalla voce stridula – vado nel cuore dell’America bifolca (“Out there”) e ti racconto il vuoto dell’orrore, una famigliola sterminata da due balordi, la pietà verso i reietti stessi. En passant, invento un genere. 

– Il grande romanzo americano di Philip Roth (1973)
Con l’umorismo consueto, Roth decide di dirselo da solo in un libro minore, che ce l’ha proprio come titolo. In verità bisognerà aspettare il 1997 perché – con Pastorale americana e con la voce del solito Zuckerman, stavolta testimone appartato – tiri fuori un’epica famigliare che parte dagli anni ’20 e arriva agli anni ’70, attraversando un paese da parte a parte.

Don DeLillo, qualsiasi cosa, a piacere
Ecco un signore che sul biglietto da visita potrebbe tranquillamente mettere in corsivo “Grande Romanziere Americano”. Scrive Libra. Non basta: ecco Rumore bianco. Ah, no? E allora beccati le ottocento pagine di Underworld: guerra fredda, Lenny Bruce, mafia, smaltimento rifiuti, le Torri in copertina, le coppie, una palla da baseball. Non molla, visto che ancora sta lavorando a romanzi “challenging”. 

Thomas Pynchon, qualsiasi cosa, a piacere
L’architettura sregolata di V.? L’apologo densissimo dell’Incanto del Lotto 49? La mappatura pseudostorica di Mason&Dixon? Una riga qualsiasi di una sua qualsiasi opera? L’America come paranoia, complotto, controcultura. O come la mente di Pynchon stesso, dopo quei duecento spinelli necessari a trovare la nebbia dell’ispirazione.

– Amatissima di Toni Morrison (1987)
Storia di una donna e di un gesto da tragedia greca, premio Pulitzer di un premio Nobel, ispirato a una storia vera, dedicato ai “più di sessanta milioni” (di schiavi, sottinteso), è un altro romanzo sull’oppressione e sullo schiavismo che in Italia non legge quasi nessuno.

– American Psycho di Bret Easton Ellis (1991)
Gelido, furibondo, dostoevskijano: il romanzo-scandalo che raccontava un serial killer yuppie in una New York consumista, tossica e vacua. Pare che Ellis non volesse scrivere un racconto moralista, ma parlare della propria depressione. Patrick Bateman, c’est moi

– Dio di illusioni di Donna Tartt (1992)
Non può esserci classifica del Grande Romanzo Americano senza almeno un college novel: microcosmo emblematico, tana di eccessi, regno delle nevrosi tardoadolescenziali e delle manipolazioni giovanili, trionfo del disagio. Qui si inscena un gruppo di ambiziosi classicisti con delitto. Appassionante e colto, perfino leggibile.

– Infinite Jest di David Foster Wallace (1996)
Nel 2003 DFW scrisse un saggio sulla matematica che si intitolava Everything and More. Il titolo avrebbe funzionato anche per il suo strabordante capolavoro. C’è tutto. No, di più. Forse troppo. Mille pagine di tennis, nevrosi, dipendenza, umorismo, distopia, entertainment, satira, rehab. La nota a piè di pagina dell’universo.

– L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers (2000)
Muore la mamma, muore il papà, rimani solo con il tuo fratellino: hai tutti gli ingredienti per un solido memoir strappalacrime. Eh, no: perché accontentarsi. Umoristica rielaborazione del lutto, svuotamento per eccesso del piagnisteo memorialista, elegia e scrigno dell’innocenza, blurb fatto libro. 

– Le correzioni di Jonathan Franzen (2001)
Una coppia, tre figli: inquietudine, malessere, ambizioni. Omaggio a un partecipante ultrapostmoderno del Grande Romanzo Americano come Gaddis (Le perizie) e guanto di sfida lanciato alla comunità letteraria che uscì, fatalmente, all’altezza dell’undici settembre, è il primo vero successo del romanziere più grande in giro al momento. 

– Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (2010)
Dislocazioni cronologiche, racconti legati da fili sottili ma tenaci, un buon numero di personaggi, ambientazioni futuribili, un capitolo esposto in PowerPoint. Tutto questo per raccontare il nostro rapporto complesso, commovente, intimo con il tempo. Un Piccolo Grande Romanzo Americano?

Silvia Pareschi

I testi imprescindibili per capire la cultura statunitense sono centinaia, tante quante sono le sfaccettature di un Paese così complesso. Provo a indicare due saggi, uno storico e uno sociologico: 

– Storia del popolo americano (Il Saggiatore, 2018 trad. di Erica Mannucci, Alessandro Vezzoli, Paolo Ortelli) di Howard Zinn è un’appassionante storia degli Usa scritta da uno storico progressista e pacifista, l’opera più famosa di un grande intellettuale di una sinistra americana che oggi sembra essersi un po’ smarrita. Zinn racconta la storia della nazione mostrando le origini e lo sviluppo di quelle divisioni razziali e di classe che oggi la stanno letteralmente spaccando in due. Non è una storia di presidenti e ricchi imprenditori, ma di leader sindacali, attivisti per i diritti civili, contadini e poeti. Un testo molto amato e molto letto dagli americani che non si accontentano della storia “ufficiale” del loro paese.

– Sfrattati. Miseria e profitti nelle città americane (La Nave di Teseo, 2018 trad. di Alberto Cristoforo), il famoso reportage-inchiesta di Matthew Desmond che racconta storie quotidiane di un’America colpita dalla piaga degli sfratti, una delle cause – insieme alla chiusura dei manicomi avviata da Reagan e alla cosiddetta “epidemia” da oppioidi – dell’aumento esponenziale dei senzatetto. Ovvero la ricostruzione di come la casa, nel paese più ricco del mondo, sia diventata privilegio esclusivo delle classi più ricche e fonte di conflitto sociale, psicologico ed economico.

Per quanto riguarda i testi innovativi dal punto di vista linguistico: i possibili punti di vista sono tantissimi, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti dove coesistono tante etnie diverse. Qui, dunque, l’innovazione passa necessariamente per le lingue ibride, e a tale proposito consiglierei due testi, fra cui uno che tratto spesso nei miei seminari di traduzione: 

– La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Díaz (Mondadori, 2008 trad. di Silvia Pareschi), romanzo straordinario in cui lo Spanglish (la fusione dell’inglese con diverse varietà di spagnolo, dal castigliano al dominicano, dal portoricano al cubano) si accompagna a termini tratti dal mondo del fantasy, dei giochi di ruolo, degli anime, dei fumetti DC e Marvel, del Signore degli Anelli, dalla fantascienza, dando vita a un fuoco d’artificio linguistico che ci dà l’idea di cosa significhi vivere ascoltando intorno a sé tante lingue e linguaggi diversi.

– Il colore viola di Alice Walker (Sur, 2019 trad. di Andreina Lombardi Bom), per rimanere nell’ambito delle lingue ibride, è un romanzo scritto in parte, come racconta la traduttrice “in Black American English (…) una variante dell’inglese americano reinterpretato dagli antenati schiavi (…) che non avevano l’inglese come lingua madre”. Di nuovo quindi un romanzo dove l’inglese si mescola a un’altra lingua per creare qualcosa di nuovo, un altro tassello del mosaico di voci che forma l’impasto linguistico che caratterizza gli Stati Uniti.

Sara Reggiani

In qualità di rappresentante della mia casa editrice nel contesto del corso, mi sembra giusto consigliare libri attuali, freschi, libri scritti da persone che hanno la stessa età di quelle che, presumo, si iscriveranno. Consiglio quindi sfacciatamente i miei, perché li conosco davvero e perché credo fermamente che aiutino il lettore a capire la cultura americana oggi e non in un altro periodo storico. Tutto il catalogo di Black Coffee ha questa missione e un occhio di riguardo per le scritture più sperimentali, ma se devo citarne qualcuno che in questi due aspetti è imprescindibile, ecco:

Saggi:

– Come uccidersi e uccidere in America (2022) Il giusto peso (2019) di Kiese Laymon (trad. di Leonardo Taiuti): il primo è una raccolta di tredici saggi in cui l’esperienza personale dell’autore e le questioni legate a razza, famiglia, violenza e successo si intrecciano e danno vita a una riflessione sulla cultura afroamericana e sui simboli dell’americanità. Il secondo è “un memoir americano” come lo definisce lo stesso Laymon, una lunga lettera indirizzata alla madre in cui l’autore ripercorre la sua storia famigliare, i problemi di peso e il gioco d’azzardo, rivelando come la supremazia bianca incida ancora sulla vita degli afroamericani.

– Finché non ci ammazzano (2021) Piccolo diavolo in America (2022, finalista al National Book Award 2021) di Hanif Abdurraqib (trad. di Federica Principi): due saggi che offrono uno spaccato della società americana e, in particolare, della cultura afroamericana, raccontandola attraverso la musica, la performance, la danza e lo sport. 

– Heartland di Sarah Smarsh (2021, trad. di Federica Principi): discendente da cinque generazioni di agricoltori del Kansas, la giornalista economica Sarah Smarsh racconta l’America rurale e le dinamiche sociali della classe media negli Stati del Midwest in un libro a metà tra saggio e memoir. Sarah Smarsh sarà ospite al Festivaletteratura di Mantova il prossimo settembre.

– Il conforto della vastità di Gretel Ehrlich (2022, trad. da Sara Reggiani): concepito inizialmente come diario personale, Il conforto della vastità è una collezione di saggi in cui la vita personale di Erlich si intreccia al racconto dell’Ovest degli Stati Uniti, alla descrizione dei paesaggi del Wyoming e dei rancher, allevatori e cowboy che lo popolano.

Narrativa:

– L’ospite d’onore. Racconti scelti di Joy Williams (2017, trad. di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti): maestra del racconto al pari di Carver e ai grandi della forma breve, studiata all’università, Williams è una bomba che, finché non ci siamo presi la briga noi, era rimasta inedita in Italia. Dentro i suoi racconti c’è tutta l’America, c’è tutto. 

– Casa fatta di alba di N. Scott Momaday (2022, trad. di Sara Reggiani): premio Pulitzer ’69, cultura nativa americana (nello specifico della tribù Kiowa del New Mexico). Leggerlo è un’esperienza mistica. Momaday adesso ha quasi novant’anni, è il primo e ultimo indiano ad aver vinto un Pulitzer… ed era il suo primo romanzo. Il più bel libro che abbia mai tradotto insieme a A volte una bella pensata di Ken Kesey. 

– A volte una bella pensata di Ken Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo (2021, trad. di Sara Reggiani): linguisticamente folle, opulento, magnifico. Cultura del Grande Ovest dei pionieri stabilitisi in Oregon, la storia di una famiglia di boscaioli che sopravvive da generazioni lottando contro e appoggiandosi a una natura spietata. Lo leggi e sai tutto di cosa è stata la conquista dell’Ovest, giuro.

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