Domenica d’agosto: “La condensa” – Belleville News

Domenica d’agosto: “La condensa”

D’estate i protagonisti di romanzi e racconti – ma anche di film, serie tv e fumetti – vivono esperienze rocambolesche o drammatiche, scoprono se stessi, stringono nuovi legami, fanno i conti con il passato.
Per celebrare la stagione narrativa per eccellenza, Belleville ha chiesto ad alcune allieve e allievi di cimentarsi in un racconto estivo.

Dopo le storie di Annalisa Maitilasso, Stefano Adesso e Francesca Perticone, è la volta di tre racconti agostani, che pubblichiamo sotto il titolo Domenica d’agosto. Si comincia con La condensa di Michela Lazzaroni, allieva del corso Voi siete qui. Scrivere oggi in Italia con Vanni Santoni, vincitrice della call “Oltre il velo del reale” del Premio Calvino con il racconto La disincarnata.

***

Era agosto, di malavoglia. C’è qualcosa di deprimente nell’ultimo mese di vacanza, l’eternità estiva tradita, l’attesa di un’ultima avventura, o un ultimo miracolo, al quale da adulti ripenseremo come l’attimo esatto in cui la nostra infanzia si è compiuta, come una perla di fiume scovata fra i ciottoli. Però no, non era quello. Era che quell’anno mi capitò di odiare l’estate. Non era un sentimento premeditato, nessuna ragazzina finisce le scuole determinata a non divertirsi fino a settembre, eppure quando imparai a riconoscerlo, l’odio per l’estate, mi parve che fosse sempre stato lì.

I miei coetanei avevano quasi tutti uno zio facoltoso, o scapolo, o prete in un altro paese, del sud persino, disposto a ospitarli per cambiare aria. Io no, perché mia madre aveva litigato col parentado, manifestando quel cattivo carattere che in seguito avrei ereditato. Non so se Diego avesse dei parenti ricchi o pugliesi, forse glielo domandai, ma questo dettaglio non mi svela niente della persona che sono e quindi l’ho dimenticato.

In quei giorni seguivo la noia come una bussola e vagavo lungo le rogge alla ricerca di gatti o di rane, di cui ero ghiotta. Se non ne trovavo andavo agli orti del signor Marione e rubavo i lamponi cacciando le dita ossute fra le maglie della rete, perché con l’assenza agostana dei soliti ragazzacci anche le ronde del pensionato armato di sarchiatore erano meno frequenti. Non lasciavo tracce, tranne l’assenza dei frutti e qualche macchia rossastra sul fil di ferro, come una volpe ferita ma sazia. Fu lì che lo vidi per la prima volta, al di là del cespuglio, gli occhi verdi nel verde della siepe, come due lamponi acerbi.

Dopo averlo conosciuto capii che, per indole, sarebbe scappato subito. Invece restammo fermi, io sullo sterrato oltre la siepe e lui nell’orto, a guardarci, due biglie d’occhi ciascuno. Credetti si fosse innamorato di me – lo pensavo sempre dei coetanei – e valutai se innamorarmi di lui, ma alla fine prevalse il sospetto. Lo fissai con sdegno, per rimarcare che anche da ladra avevo più diritto su quegli arbusti di un ragazzo qualunque apparso dal nulla, mentre lui, confessò poi, mi fissava per i lamponi. Ne amava il profumo zuccherino, la consistenza sensuale degli alveoli succosi quando li fai rotolare fra lingua e palato, il gusto frizzante della maturazione non ancora perfetta. Mi spiava per assaporarli attraverso il godimento che ne traevo io, perché lui, ubbidiente, non li poteva mangiare.

«Marione non vuole» disse. Non ricordo se ci presentammo, forse il nome Diego venne fuori dopo, ma in ogni caso a un certo punto rispose così, «Marione non vuole», e io la presi come una provocazione.

«Tieni» dissi.

E così io, la ragazza di fuori, infilai una mano fra le maglie della rete metallica e passai una manciata di lamponi proibiti al ragazzo di dentro. Lui li prese subito, senza ripensamenti, perché aveva riconosciuto in me l’autorevolezza della trasgressione. Se davvero lo corruppi, iniziai da subito.

Non è sufficiente un istante di complicità a imbastire un’amicizia, non per noi almeno, lui così schivo e io così diffidente. Esorcizzai il dubbio con l’invadenza e lo tempestai di domande alle quali, per soggezione, rispondeva. Così ammise che amava l’inverno. Non era proprio l’odio per l’estate che provavo io, ma mi bastò.

«È per il fiato» disse. Gli piaceva soffiare fuori l’aria e vederla diventare bianca e spessa, come una nebbia addomesticata. Le comandava di avvolgerlo, di carezzarlo, di confondere i suoi lineamenti fino a renderlo invisibile, e lei ubbidiva. Che il fiato umido si tramutasse in condensa era per lui una magia, un prodigio mistico, e raccontandolo ne rise, mezzo in imbarazzo e mezzo divertito, come se mi stesse prendendo in giro. Non ricordo cosa commentai, fra me e me giudicai puerile questa passione per le nuvolette, alla sua età poi; non capii che per Diego era essenziale.

Marione non aveva simpatia per me, ma neanche mi scacciava, anzi lasciava persino il cancello aperto così da permettermi di entrare negli orti in autonomia. Non li avevo mai visti dal di dentro, le foglie pungenti delle zucchine, i pomodori che trasudavano acqua odorosa, i ravanelli piccanti così buoni col sale. Marione ci lasciava fare, ogni tanto spariva e tornava ore dopo, cotto dal sole. La sua presenza era irrilevante per Diego, che di lui non parlava se non in relazione ai suoi divieti, come quello di allontanarsi dagli orti. Non che gli pesasse, anzi, preferiva vivere nascosto, ma io non tolleravo alcuna cattività e per ripicca cercai di portarlo allo scoperto a parole. Diego non si confidò mai, ma rispose sempre, e altro lo intuii per via dei suoi sguardi obliqui e per certe movenze delle dita e dei polsi. Disse che lo avevano mandato qui per cambiare aria, Marione era un parente della madre. Mi insegnò che le cicale cantano in do e si bemolle. Preparammo insieme un profumo di alloro e lavanda che quasi ci avvelenò. Pettinò i miei capelli in trecce elaborate da principessa norrena. Disse che una volta dei ragazzi gli avevano tirato una pietra. Diego si mostrava solo così, a briciole. Mi sforzai tanto di intuirlo che finii per inventarmelo, cucendogli addosso un velo di rassegnazione dalla quale ero certa di poterlo salvare.

In fondo alla strada viveva Gianni, un altro ragazzino della mia età con cui non stavo mai, perché era studioso e aveva la pelle trasparente; sapevo che anche lui passava l’estate a casa. In altre circostanze non avrei mai trascorso del tempo in sua compagnia, ma proposi lo stesso di invitarlo agli orti perché pensavo sarebbe piaciuto a Diego, in qualche modo sapevo gli sarebbe piaciuto più di me. Diego si oppose, distolse lo sguardo, mi implorò di lasciar perdere.

«Marione non vuole» disse. Se questa volta lo fece apposta per provocarmi, non lo scoprii mai.

Di domenica Gianni andava a messa da solo. Non volevo bussare alla sua porta, parlargli sulla soglia mentre la madre mi scrutava fra le tende, così lo intercettai sulla strada polverosa della chiesa, scalzo e con le scarpe di vernice legate per i lacci attorno al collo. Ero pronta a faticare per convincerlo, il Gianni che avevo immaginato era devoto e poco incline a tradire la fiducia della madre, invece cedette subito e mi seguì, forse allettato dalla promessa dei lamponi o di un’insubordinazione tutto sommato innocua. “È innamorato di me”, pensai.

«Ecco i lamponi» dissi in vista della siepe, e lo scandii con voce squillante non per lui, ma per Diego – che mi aspettava all’interno, come ogni mattina –, per avvertirlo che non ero sola. Pensavo di presentargli Gianni anche contro la sua volontà, ma uno strano pudore mi spinse a tergiversare e a cogliere i lamponi da fuori, come avevo fatto quella prima volta. Staccai lentamente i frutti dalla pianta, per non rovinarne la perfezione, mentre Gianni aspettava con le mani a coppa, come un comunicando, quasi avesse percepito che io sola avevo l’autorità per toccarli. Fra le foglie notai subito gli occhi di Diego, li avrei individuati anche nel tripudio smeraldino di una giungla tropicale. Guardavano me e guardavano i lamponi e guardavano Gianni, e nessuno diceva niente.

Offrii le bacche a Gianni e quasi subito iniziai a parlare, perché non volevo che se ne andasse trovando il silenzio o i lamponi stucchevoli. Non ricordo la conversazione, solo che aveva una bella voce in fa diesis, perché così la descrisse Diego poi: «Una bella voce in fa diesis». Il succo appiccicoso gli colorava le labbra e Gianni continuava a passarci la lingua, come una salamandra. Nell’angolo destro c’era un punto intatto dove il rosso lasciato dai primi frutti era ormai diventato scuro.

«Sei sporco» dissi. Indicai la macchia, Gianni sporse la lingua e di nuovo la mancò.

«Qui» aggiunsi, protesi l’indice e con l’unghia grattai via il rosso dalla peluria bionda. Forse perché non si ritrasse, o per la voce in fa diesis, o per gli occhi di Diego posati sulla sua bocca come fosse la mia: qualunque sia la giustificazione che escogitai in seguito, mi alzai in punta di piedi e baciai Gianni sulle labbra. Lo baciai perché ne avevo voglia, e perché con un guizzo di chiaroveggenza infantile avevo capito che quello era l’unico modo in cui avrei potuto amare Diego, e Diego amare me.

Mi ritrassi subito, non pentita ma un po’ disgustata da quel contatto inedito. Non osai cercare lo sguardo di Diego fra le foglie, pur immaginando un barlume di gratitudine nelle sue iridi chiare, né potevo guardare Gianni dopo l’imboscata che gli avevo teso, così voltai la testa verso la strada e i miei occhi umidi si scontrarono con quelli sbarrati di Marione.

Ero talmente abituata a vederlo dentro gli orti che mi parve impossibile potesse esistere anche fuori. Non impugnava il solito sarchiatore, ma un foraterra, un paletto metallico appuntito di un bell’azzurro brillante, e lo stringeva con tale foga da farsi diventare gialle le nocche abbronzate. Proprio perché era uno strumento così innocente e maneggevole mi sembrò plausibile, persino scontato, che Marione lo avrebbe usato su Diego con facilità, come una lancia sul Cristo in croce, se solo avesse sospettato. E difatti, sospettava.

Scattammo all’unisono. Lasciai lì impalato Gianni, che esce da questa storia come dalla mia memoria, e corsi lungo la siepe. Marione aveva la stazza che il nome suggerisce e il furore di chi non tollera la perdizione, soprattutto non da parte del ragazzo che gli era stato affidato – anzi peggio, che avrebbe dovuto correggere. Ma io avevo gambe giovani e lo superai staccandolo di almeno sei metri prima di gettarmi oltre il cancello, terrorizzata all’idea che trovasse Diego lì, a spiarci attraverso la siepe, e allo stesso tempo desiderosa che lo facesse. Oggi penso fosse il mio intento fin dal principio, costringere Diego a svelarsi, a uscire dalla prigione che lui stesso o gli altri imponevano, e fantasticavo me ne sarebbe stato grato, io salvatrice e lui salvato. Mi resi conto troppo tardi che forse non era disposto a farsi ammazzare per questo.

Piombai dentro gli orti calpestando la lattuga appena nata. Diego era ancora là, nello stesso punto dove ci eravamo conosciuti, e mi guardò sconvolto, perché aveva presentito la sua fine così come l’avevo prefigurata. Iniziò a respirare in affanno, misurando gli ultimi rantoli prima che Marione superasse il cancello e l’epilogo che avevo ordito si avverasse.

A questo punto Diego compì il miracolo della condensa. Il suo fiato iniziò a sbiancare, dapprima in nastri voluttuosi, poi in nuvole sempre più dense e impossibili, bestemmie volanti contro le leggi della termodinamica, fino ad avvolgerlo del tutto in una nebbia così fitta che mi sentii nelle giunture il freddo della veglia di mezzanotte, a Natale, sul sagrato della chiesa, con le candele in mano e il sonno appeso alle palpebre. Diego svanì; un attimo prima c’era, e l’attimo dopo erano spariti lui, la nebbia, e qualsiasi testimonianza che fossero mai stati lì.

Quando Marione superò il cancello non c’era nessuno da aggredire e ne rimase interdetto, sicuro com’era di trovarsi davanti il ragazzo perduto. Quasi mi sembrò in imbarazzo, più verso se stesso che verso di me, mentre rientrava in casa senza dire una parola, portandosi dietro il foraterra.

Ebbi l’occasione di salutare Diego la mattina seguente. Non parlammo della sua sparizione, non avevamo parole adeguate per farlo, ma solo della voce di Gianni. Il giorno dopo era partito. Marione lo aveva rispedito a casa senza nessun preavviso, per evitare accadesse quello che aveva sospettato, e che difatti era accaduto, per quanto le dinamiche potrebbero essere diverse da come le ho raccontate.

Pensai a Diego ogni giorno di quell’odiosa estate, ma non gli scrissi mai, né lo cercai in seguito. Non abbiamo avuto occasione, da adulti, di ridere di quel pomeriggio, né abbiamo confrontato i ricordi per collocarli nel quadro più ampio delle nostre rispettive crescite. Ho solo la mia versione, e persino in quella non l’ho salvato; avrebbe deciso da sé quando diradare la nebbia. Forse è per questo che lo lasciai sparire dalla mia vita, perché non potevo perdonargli di aver sconfessato il ruolo di eroina che mi ero assegnata da sola. Oppure no, in fondo nei ricordi siamo personaggi talmente distanti dalle persone che realmente eravamo che a ripensarci adesso non so nemmeno più se fui la ragazzina che gli regalò i lamponi o quella che gli tirò una pietra. Di Diego so solo che lo ricordo, o che l’ho inventato non sapendolo ricordare. E questo vorrà pur dire qualcosa.

> Leggi qui gli altri racconti della rubrica “Domenica d’agosto“.

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