La sfilata di moda come opera d’arte. Quattro domande a Claudio Calò – Belleville News

La sfilata di moda come opera d’arte. Quattro domande a Claudio Calò

All’interno del saggio La sfilata di moda come opera d’arte (Einaudi 2022), Claudio Calòex allievo dell’edizione 2018 del corso Scrivere di notte, ripercorre l’evoluzione delle sfilate dal Settecento ai giorni nostri, interrogandosi sulla loro capacità di leggere e interpretare il presente, e sui molteplici rapporti che legano la moda al mondo dell’arte.
Abbiamo chiesto a Claudio di raccontarci come ha lavorato a questo saggio, in che modo l’idea ha preso forma e si è gradualmente trasformata.

 1. La sfilata di moda come opera d’arte è un saggio ricco di riferimenti, esempi e citazioni – non solo di stilisti, ma anche di teorici che riflettono sullo statuto della moda in quanto forma d’arte: come hai lavorato a un testo così complesso? Avevi fin da principio un’idea precisa del progetto o l’hai messa a punto strada facendo? E come è avvenuto il processo di selezione delle case history su cui ti concentri?

Inizialmente il brief dell’editore è stato il titolo, l’unica cosa che non è cambiata con la stesura. La struttura è poi andata formandosi nel corso dello studio di ricerca e conducendo le interviste dirette con i professionisti del settore. Mi è stato subito chiaro quanto fosse importante fermarsi a riflettere su quello che stava cambiando nella pratica della sfilata con il blocco pandemico e da lì capire come si sia arrivati alle forme a noi familiari oggi e a come queste si sarebbero evolute, guardando al passato e al prossimo futuro, dalle bambole del ‘700 alle sperimentazioni digitali più innovative. La premessa metodologica e l’inquadramento teorico per un confronto tra moda / sfilata di moda e arte si è poi reso necessario come introduzione, e questo è diventato il primo capitolo. Per il resto si è trattato di cogliere una definizione di base della forma di sfilata più elementare e comune oggi (grosso modo: una serie di modelli che indossano abiti e camminano per un pubblico lungo una passerella allestita, in una precisa location, con musica e un allestimento…) e testare la tenuta semiotica di questa definizione: andare cioè a scoprire tutti i casi storici e anche contemporanei in cui questo formato è stato disatteso o messo in discussione – questo ha formato il materiale dei capitoli 3,4,5. In questo percorso sceglievo gli esempi più adatti, e spesso più estremi, a dimostrare la varietà dei formati e dei mezzi, in modo da illustrare come la sfilata possa essere anche un avvenimento molto lontano dalla definizione vulgata da cui si è partiti, che ha debiti e crediti profondissimi con le altre arti e con le pratiche culturali di ogni tempo, dal cinema alla danza, dall’happening al gaming. Molti degli esempi poi mi sono stati forniti direttamente dai professionisti intervistati che reagivano alle mie suggestioni con la loro esperienza diretta citando i casi che meglio si prestavano alla fattispecie di ogni tema.

2. Più volte nel tuo saggio la sfilata viene paragonata a un film, o, meglio, a uno spettacolo teatrale che non si ripeterà mai in modo del tutto identico. Cosa c’è di narrativo in una sfilata e quali sono i fattori che contribuiscono a creare la dinamica del racconto?

La sfilata ha una forma narrativa molto mutevole storicamente, e molto incostante nel modo di significare. Si ricorda nel libro che fin dai primi studi di semiotica moderna sulla moda, da Barthes in poi, è evidente che la struttura di significazione della moda sia di natura sintattica e non lessicale. Non esiste cioè una corrispondenza rigida tra abito e significato, ma il significato nasce dall’accostamento, dalla composizione che di volta in volta si fa degli abiti, dei look, delle collezioni e, in ultima analisi, dell’intero corpus delle sfilate di un designer lungo la sua carriera. È una narrazione semplice (fruibile in maniera molto diretta, istantanea, intuitiva) ma non banale, che si fonda su una fitta serie di riferimenti e rimandi culturali, alti e bassi. Nello specifico, la grande maggioranza delle sfilate conoscono un impianto “drammatico” che ricalca i tre atti del teatro e poi del cinema (look di chiusura e di apertura, o più tradizionalmente look da giorno/sera/sposa fino all’inchino finale del designer…), l’uso della musica a sottolineatura o a contrasto, quello della location come set… Ma la sfilata assomiglia di volta in volta a tante forme di arte o spettacolo, essendo un oggetto molto fluido, capriccioso, persino cannibale, come da definizione di Valerie Steele.

3. New weirdtheory fiction, realismo magico, gotico mediterraneo sono solo alcuni dei sottogeneri oggi praticati in letteratura. Le stesse categorie si applicano anche alla moda?

Credo che la moda sia più spesso e più efficacemente definita a partire dai generi determinati dal contenuto di stile e di design, che non dalla narrazione che ha luogo in una sfilata. Detto questo, le sfilate hanno spesso attinto a mondi e scenari evocati dalla letteratura e dal cinema per creare suggestioni e ambientazioni, primi tra tutti gli istrionici John Galliano per Dior, le cui sfilate erano un pastiche di generi raffinatissimo, fino a figure come l’eclettico Antonio Marras, la cui cultura si rivolge al cinema di Kubrick come alla danza di Pina Bausch per raccontare i personaggi della propria moda.

4. In che misura la sensibilità verso i temi ambientali influenza oggi le sfilate e le modalità espressive scelte da designer e stilisti?

Il rapporto tra moda e ambiente è quanto di più problematico esista. Il comparto dell’abbigliamento in generale è uno dei maggiori responsabili del degrado ambientale e del consumo delle risorse planetarie. La sempre maggiore attenzione ai temi ambientali, che sia per ragioni di autentica missione civile o tornaconto di marketing, e le molte iniziative del settore che sta cercando di autoregolarsi e delle organizzazioni internazionali indipendenti di certificazione fa sperare che si sia innescato il cambiamento di cui il settore ha assoluto bisogno; tuttavia, non sono solo, o non specialmente, le sfilate a passare questo messaggio. Anche quando l’intento di sensibilizzazione è lodevole, la natura effimera e spettacolare della maggior parte delle sfilate è in contrasto con qualsivoglia intento di ottimizzazione e conservazione delle risorse. La pandemia è stata anche un’occasione per fermarsi e ripensare al ruolo della macchina delle settimane della moda che determina un colossale indotto di viaggi, spostamenti attorno al pianeta e consumi, diverse volte l’anno. Alcune delle esperienze digitali più recenti hanno allora fatto in questo senso di necessità virtù. Ma per citare un esempio tra tutti della contraddizione propria della maniera di allestire le sfilate “a tesi” di qualche anno fa si pensi alla sfilata di Karl Lagerfeld per Chanel Fall-Winter 2010: vedeva protagonista, all’interno del Grand Palais, un vero iceberg di 265 tonnellate, trasportato direttamente dall’Ice Hotel in Svezia e mantenuto alla temperatura costante di -4 °C per resistere integro fino al momento dell’uscita in passerella. La collezione consisteva in capi “polar-chic” di pelliccia “ecologica” fatti sfilare attorno all’enorme blocco di ghiaccio che lentamente andava sciogliendosi ai piedi delle modelle e dei modelli. La sfilata, secondo il suo creatore, era da leggere come un appello all’attenzione verso il cambiamento climatico, benché la maggior parte dei commentatori abbiano rilevato che la mastodontica operazione fosse in sé da ascriversi più alle cause che non alle soluzioni dell’emergenza ecologica.

Nell’autunno 2022, Belleville attiva tre classi di Scrivere di notte, due online (con Marco Balzano e con Letizia Muratori) e una in presenza (con Federico Baccomo).

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