L’arte di lasciarsi in pace. Intervista a Marilena Rossi – Belleville News

L’arte di lasciarsi in pace. Intervista a Marilena Rossi

Sabato 25 giugno, nella sede di via Poerio 29 a Milano, lo scrittore Federico Baccomo e l’editor Marilena Rossi presenteranno la nuova edizione in presenza del corso Scrivere di notte, in programma dall’11 ottobre a Milano. Per iniziare a ragionare sui modi in cui un aspirante scrittore lavora sul proprio testo, imparando a leggersi e a correggersi, abbiamo chiesto a Marilena Rossi di rispondere a quattro domande.

1. Come editor, qual è il primo aspetto sul quale lavori per costruire un libro che ancora non esiste?

Mi piace chiedere agli studenti di presentarmi il loro progetto non solo mediante le parole. Accanto a una sinossi e a un estratto, chiedo loro di farmi avere una musica, un video, lo spezzone di un film, un’immagine… qualsiasi cosa possegga l’atmosfera giusta. E poi pongo delle domande, tante domande. Sul/sulla protagonista, in particolare: quali sono le sue motivazioni, il suo stato d’animo, cosa è successo nel passato che l’ha reso o l’ha resa quel che è ora, che tipo di sviluppo immaginano avrà nel corso della vicenda. E poi ci interroghiamo sui personaggi di contorno e le relazioni che il/la protagonista intrattiene con loro. Secondo me è fondamentale arrivare a sapere moltissimo dei propri personaggi, il più possibile, anche se poi magari non tutto confluirà nella storia. Capita, a volte, che ci sia un’idea di partenza anche molto accurata e dettagliata rispetto all’intreccio e agli snodi dell’azione – lo scheletro della storia – e allora dobbiamo lavorare a metterci i muscoli, in modo che possa camminare… Naturalmente può capitare che, nel processo, anche l’intreccio si modifichi, seguendo le esigenze dei personaggi e dell’autore.

2. Nel tuo corso si impara a scrivere, ma soprattutto a leggersi, rileggersi, riscriversi. È possibile per uno scrittore/scrittrice diventare “editor di se stesso”?

In realtà spesso la prima cosa da fare è disinnescare l’editor che è dentro ogni scrittore! Mi spiego meglio: specie quando si è alle prime armi, e si è dei lettori forti, c’è il rischio che scrittore e editor si sovrappongano e interferiscano, invece di collaborare. Si hanno aspettative altissime perché ci si è nutriti della grande letteratura, ed è necessario che questo diventi uno strumento e non un ostacolo. Spesso non c’è editor più crudele e censorio dello scrittore stesso… Può accadere perciò che – più che a quella di un primo lettore alleato (questo nel migliore dei mondi è il compito dell’editor) – la voce del revisore che si accanisce sul proprio testo assomigli a quella di un critico spietato, che non fa che screditare il proprio lavoro, provocando blocchi e rendendo estremamente faticoso il processo. Finisce che non ci si mette più al computer perché non si ha voglia si sentirsi una schifezza. Credo che sia invece importante cercare di separare, almeno in una prima stesura, l’atto creativo da quello editoriale. Recuperare leggerezza, gioco, incoscienza persino: lasciarsi in pace. Con “prima stesura” non intendo per forza la prima stesura dell’intero romanzo: l’importante è abituarsi a scrivere senza pretendere subito che sia tutto perfetto almeno per alcune pagine. Una volta ripulito il campo, credo che il confronto tra pari nel gruppo e con l’editor metta a disposizione tanti strumenti per imparare a ri-leggersi con il dovuto distacco, con sguardo critico ma non da carnefice, provando a immedesimarsi nel lettore. Per come la vedo io, il processo ideale sarebbe: una prima stesura “incosciente”, il più possibile spontanea, a cui far seguire una revisione editoriale “eterodiretta”, per poi arrivare a una auto-rilettura critica.

3. Il tuo approccio prevede anche l’assegnazione di esercizi “estemporanei”, svincolati dai progetti degli studenti. Puoi parlarci di questo aspetto e della sua importanza?

Al termine di ogni incontro, oltre a invitare gli allievi a proseguire il lavoro sul loro progetto, propongo degli esercizi di scrittura che con il progetto non hanno direttamente a che fare. Credo che possa risultare utile, oltre che divertente, esplorare territori il più possibile ampi, cercare di scoprire qualcosa che ancora non si conosce. È utile per gli studenti, perché può aiutarli a comprendere meglio cosa amano scrivere, quale può essere la loro voce. Ed è utile a me, per accedere alla loro scrittura in ambiti diversi, per comprenderne meglio e più a fondo le potenzialità.

Può accadere, poi, che ciò che si scrive nell’ambito di questi esercizi collaterali  finisca per confluire nel progetto, in toto o in parte, ma non è questa la cosa essenziale. L’essenziale a mio avviso è spaziare, mettersi alla prova nel senso di essere disponibili a provare. Gli esercizi “collaterali” spesso hanno lo scopo di disinnescare il critico/censore, abituarsi a scrivere in maniera meno meditata e più libera.

4. Gli allievi delle tue classi hanno la possibilità di presentare i propri lavori a editori e agenti letterari durante i Pitch days organizzati dalla scuola. Raccontare la propria storia a voce, in un tempo limitato non è semplice: che consigli puoi dare a chi si prepara a questa esperienza? 

Credo non si debba cercare a tutti i costi di essere esaustivi nel presentare il proprio progetto. Meglio puntare a dare un assaggio della propria peculiare voce e del punto di vista unico che il proprio lavoro offre. Cercare un taglio, una prospettiva personale. Parlando con chi si ha davanti, avverrà naturalmente che il campo si ampli e il discorso si estenda anche ad aspetti relativi alla  trama.

Per assistere alla presentazione del corso è sufficiente prenotare il proprio posto qui

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