Consigli di scrittura al quadrato. Di cosa hai paura? – Belleville News

Consigli di scrittura al quadrato. Di cosa hai paura?

La nostra rubrica Consigli di scrittura2 continua: oggi abbiamo chiesto a Loredana Lipperini, docente del laboratorio Storie mostruose, di commentare, certificare o confutare le opinioni di tre celebri autori in materia di letteratura gotica e horror.


Il vero racconto fantastico [weird] contiene qualcosa di più dell’assassinio segreto, delle ossa insanguinate, o di una forma avvolta in un lenzuolo che, secondo un vieto copione, avanza accompagnata da uno stridore di catene. Deve aleggiare in esso un’atmosfera di soffocante e inspiegabile paura di forze estranee, sconosciute.
(H.P. Lovecraft, L’orrore soprannaturale in letteratura, traduzione di Silvia Roberti Aliotta)

L’atmosfera. Giustissimo. Quella di Lovecraft si fonda su un concetto: il male viene da fuori. Idea antica, perché da sempre il dio estraneo che arriva nella città tranquilla ha pessime intenzioni, e quella città verrà segnata per sempre dall’irruzione della divinità aliena. Ogni sua storia rimanda a questa idea: siamo piccoli, siamo fragili, di noi non resterà che schiuma sulle onde, che svanisce appena l’onda stessa si infrange sulla sabbia. Come scrisse Stephen King, «dopotutto, che cos’è l’insignificante male interno della bomba atomica paragonato a Nyarlathotep, il Caos Strisciante, o a Shub-Niggurath, la Capra dai Mille Cuccioli?». C’è un però: solo Lovecraft può scrivere alla maniera di Lovecraft, e permettersi di alludere a ciò che suscita quel terrore soffocante senza farlo vedere quasi mai. Invece, la lezione da apprendere è proprio quella del grande tema che permea la scrittura: cosa ti fa paura? Cosa può far vacillare la tua mente? Puoi trasformare il tuo timore più grande in un dio?

La cosa più bella dell’essere una scrittrice è che puoi permetterti di abbandonarti alla stranezza quanto vuoi e, a patto che continui a scrivere e in un certo senso a consumarla, nessuno potrà farci niente. […] Voi dovete soltanto – e state attenti, per favore – non smettere mai di scrivere. Finché scrivere con regolarità, niente potrà davvero nuocerti.
(Shirley Jackson, Paranoia, traduzione di Silvia Pareschi)

Adorabile Shirley, bugiarda quando serve, come tutti gli scrittori. Shirley Jackson è come la definì King dedicandole L’incendiaria: non alza la voce, ma riesce a trasformare la grazia di una storia brillante nel nero più profondo. Lo è perché riuscì ad essere la maestra del gotico, l’autrice che inquietò profondamente i lettori del New Yorker col racconto di un sacrificio umano che sembrava una storia vera, La Lotteria, nonostante «quattro figli e un marito, una casa di diciotto stanze senza una domestica, due alani, quattro gatti e – sempre che sia ancora vivo – un criceto. Forse da qualche parte c’è anche un pesce rosso». Infatti, i suoi romanzi e i suoi racconti nascono lavando i bicchieri o, come nel caso della Lotteria, spingendo il passeggino della figlia. La sua stranezza è in realtà studiatissima. In una delle lezioni di scrittura contenute in Paranoia la spiega così: «Una delle cose più belle del lavoro di scrittrice è che nulla va mai sprecato. Un po’ come la casalinga frugale che mette da parte con cura i fagiolini avanzati e il bacon freddo, per poi metterli magnifica mente in tavola dentro un elaborato spezzatino». Come? Rubando dalla realtà: sempre nello stesso libro spiega come utilizzerà una ciotola di porcellana che va in pezzi durante una serata di bridge: «Un giorno avrò bisogno di quella ciotola rotta, lo so. Conserverò il ricordo dei frammenti sparsi sul pianoforte, e un giorno, quando vorrò un’immagine mentale di totale distruzione, quella ciotola tornerà da me, in un modo o nell’altro». E nella conferenza che chiude il libro, parla di «aglio nella narrativa» fornendo un esempio impressionante di come ha costruito il personaggio di Eleanor ne L’incubo di Hill House. L’aglio sono i dettagli, sono i simboli, gli accorgimenti impercettibili. Sono le parole chiave (un gatto, due leoni di pietra, una vecchietta) che rafforzano la sua solitudine: «Questa serie di parole potenziate va usata come l’aglio, solo là dove serve, e mai dove potrebbe sopraffare il gusto di un altro brano».

Le storie sono come oggetti trovati per caso, come fossili sepolti […] sono reperti di un mondo antico e sconosciuto. Spetta allo scrittore usare gli attrezzi della cassetta per estrarle dal suolo il più possibile integre.
(Stephen King, On Writing, traduzione di Giovanni Arduino)

È vero. Nulla di quello che narriamo è completamente nuovo. Siamo ritornanti, tutti, affondiamo le mani nelle polle del mito e le facciamo nostre. Però la cassetta degli attrezzi è indispensabile, e King è generoso nel descriverla in On Writing. E non è sufficiente. Occorre padroneggiare gli strumenti, ma non pensare che siano sufficienti. Né è sufficiente concentrarsi su un pubblico che si presume addomesticato a storie semplici. Occorre maneggiare con cura i reperti, ma anche ascoltare la voce con cui ritorneranno a essere storia. La nostra.

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