L’editore è un bugiardo. Sei domande a Matteo Codignola – Belleville News

L’editore è un bugiardo. Sei domande a Matteo Codignola

L’editore è un bugiardo. Sei domande a Matteo Codignola
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Dal 28 aprile 2022 comincia alla scuola Belleville il corso Titolo, risvolto, copertina (e altre questioni editoriali), un seminario online in sette incontri pensato per chi vuole capire che cos’è un libro, come si sceglie, si confeziona, si racconta e si accompagna verso i lettori: in poche parole, come funziona il lavoro editoriale.
Per cominciare a introdurre i temi del corso, abbiamo fatto qualche domanda a Matteo Codignola, per due decenni editor di Adelphi e docente del corso.


Si dice che un grande editore, interrogato circa la natura del proprio mestiere, abbia risposto di non scrivere, stampare né vendere libri, ma di fare “tutto il resto”. Esiste un modo sintetico per definire “tutto il resto”?

Ahahahahah, che bugiardo. Non conosco nessuno che menta come gli editori, a parte i politici, naturalmente, e le spie. È un complimento, beninteso. In un modo o nell’altro, tutti gli editori scrivono, o vorrebbero, e se non conoscono la tipografia, non sono editori. Quanto a vendere, è circa l’unica cosa che hanno in testa. Semmai è di “tutto il resto” che si occupano meno.

Qual è la prima cosa che un aspirante editor deve disimparare a fare?

A dire baggianate spocchiose sul proprio lavoro – soprattutto la più diffusa, che è una missione “umile”, da svolgere “nell’ombra”, “al servizio del testo”. Bleah. Poi sarebbe bene l’aspirante evitasse fin da subito di premettere il possessivo ai libri di cui si occupa. Il romanzo o il saggio su cui mette le manine, o le manacce, non è “suo”. Nel migliore dei casi, gli viene concesso in comodato d’uso per due o tre settimane. Poi è pregato di restituirlo, possibilmente in condizioni migliori di come l’ha trovato.

Come leggeremmo l’Ulisse di Joyce se si intitolasse diversamente? In altre parole, in che misura un titolo influisce sul “destino” di un libro?

Uh che difficile. Come avremmo letto 1984 se si fosse chiamato The Last Man on Earth, direi. Il titolo influisce moltissimo su un libro, fin dalla sua concezione – anche se quanto, si capisce in genere troppo tardi.

Un libro non si giudica dalla copertina, almeno secondo la saggezza popolare. Eppure il potere evocativo delle immagini gioca un ruolo fondamentale nei meccanismi di seduzione che l’editore prova a innescare nel lettore. Quando e perché un’immagine di copertina funziona?

Solo chi non conosce i libri non li giudica dalla copertina. Personalmente, li compro quasi sempre per la copertina. E soprattutto non li compro, per la copertina. La copertina dice moltissimo, e non solo del libro, anche di chi l’ha pubblicato: del perché e del come l’ha fatto.

Da quali schemi, cliché, immagini o aggettivi usurati cerchi ti tenerti lontano quando scrivi un risvolto di copertina?

Dai miei, che è l’impresa più ardua. Poi da quelli del lingo editoriale. Poi da quelli della casa editrice. Non cambiate l’ordine di difficoltà decrescente, è quello giusto.

Con quale aspetto del lavoro editoriale sei particolarmente a tuo agio e quale invece continui a trovare un po’ ostico?

Non saprei, mi piacciono molto tutti, e mi piace che il lavoro editoriale metta insieme mestieri così diversi. Quando ti stufi di uno, puoi sempre passare all’altro. Però detesto presentare le novità ai venditori. È un fatto tecnico: esibirsi per un pubblico non pagante, o che pagherebbe per vedere un altro spettacolo, deprime il mio lato istrionico, che è molto forte.

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