Impossibili per vocazione. Intervista a Gerardo Masuccio di Utopia – Belleville News

Impossibili per vocazione. Intervista a Gerardo Masuccio di Utopia

Schiacciate dai grandi colossi editoriali oppure libere di scegliere i libri più coraggiosi; costrette a lottare contro un sistema distributivo che le penalizza o fertile terreno per la sperimentazione di nuovi paradigmi: come funzionano, davvero, le giovani case editrici indipendenti?

Per cominciare a scoprirlo, la Scuola Belleville ospita “Indipendente-mente. La giovane editoria raccontata da chi la fa” un ciclo di incontri online aperti e gratuiti con case editrici giovani, indipendenti e di progetto.

Il primo appuntament0, il 3 marzo, alle 19.00, in diretta streaming sulla pagina Facebook di Belleville e sul nostro sito, è con Gerardo Masuccio, fondatore di Utopia Editore.
Abbiamo fatto a Gerardo qualche domanda, a mo’ di introduzione.


Quando e come è nata Utopia? E perché hai deciso di chiamarla così?

Nessuno è obbligato all’impossibile e così, quando nel gennaio del 2020 ho pensato di fondare una casa editrice di letteratura, la scelta del nome è caduta subito su Utopia. E neanche potevo prevedere l’imminente sospensione delle fiere e degli eventi, la chiusura delle librerie, i nuovi freni alla concorrenza e il vertiginoso rincaro del prezzo della carta. A ogni modo, se nessuno è obbligato all’impossibile, mi sono detto già allora, chi ama la letteratura deve votarsi all’utopia. Sono passati due anni, e oggi Utopia è una delle piccole case editrici che crescono più velocemente in Italia. Insomma, forse anche le utopie possono radicarsi nella realtà. Forse.


Cosa ti ha indotto a credere che sul mercato ci fosse lo spazio per un progetto come il tuo?

Ho ragionato da lettore. Entrando in libreria è sempre più difficile distinguere una casa editrice dall’altra. Desideravo avviare un progetto che facesse della coerenza il suo fulcro. E poi mancavano dozzine di autori che ritenevo fondamentali. Quando l’Accademia di Svezia annuncia il vincitore del premio Nobel per la letteratura, quasi mai le librerie dispongono delle sue opere. È una corsa improvvisa alle ristampe, ai rinnovi dei contratti o, addirittura, alle acquisizioni dei diritti. Tutta quella carta e poi sfuggono i più grandi scrittori del mondo.


Qual è il primo titolo che hai acquisito? E con che criteri hai scelto quelli che sono seguiti? In altre parole: quando sei partito, avevi in testa una direzione precisa, addirittura una lista di autori? O magari un elenco di agenti letterari, di editori, con cui confrontarti in prima battuta?

I romanzi di Massimo Bontempelli, tutti e tre. Gente nel tempo è stata la prima pubblicazione di Utopia. Ogni volta che leggo un libro, mi chiedo se abbia la forza di sublimarsi oltre lo spazio e il tempo, se sia in grado di porre il lettore al centro di una verità. In altre parole, mi chiedo se quel libro abbia il potenziale per essere letto tra due secoli e dall’altra parte del mondo, se sfugga ai limiti spazio-temporali che fanno dell’uomo una creatura breve. Quando la mia risposta è positiva, provo ad acquisire i diritti sul testo. Non sono partito con una lista di autori o di interlocutori in mente, ma con dei parametri che mi aiutassero pian piano a compilarla.


C’è stato un punto di svolta nella – ancor breve ma già ricca di soddisfazioni – storia della casa editrice? Un momento in cui hai sentito che il progetto aveva i “numeri” per decollare?

Forse quando ho raccolto le prime prenotazioni dei librai, nell’estate del 2020. Ho capito subito che le tirature sarebbero state quelle dell’editoria medio-grande. Il rischio maggiore, quando si fonda una piccola casa editrice, è che il progetto passi inosservato, che i titoli non arrivino in libreria, che la stampa non li intercetti. In poche settimane, all’improvviso, ho capito che non sarebbe successo. E da allora non so più quante volte ho detto grazie.


E a proposito di numeri, esistono degli indicatori numerici, degli aspetti quantitativi, che un editore come te non può permettersi di perdere di vista? Pensiamo ad esempio al numero di titoli da pubblicare in un anno, alla percentuale media di reso, ai costi di traduzione, di produzione…

Sì, esistono. I mastrini e i bilanci si innervano nell’attività culturale come il computo matematico nell’endecasillabo. La cura del portafoglio dei titoli, la trattativa sui termini di un contratto, l’equilibrio delle tirature, il dialogo con il promotore e il distributore, la complicità con i librai, la stesura del piano economico sono essenziali quanto la ricerca letteraria. Altrimenti l’elezione di un autore si converte in una condanna all’oblio.


Su quali aree geografiche e linguistiche punti per il futuro della casa editrice?

Penso che l’essenza riposi al margine. Non leggo quasi mai opere di lingua inglese; mai quelle americane e britanniche. Certo, l’Europa resta un punto di riferimento, ma le rivoluzioni arrivano dalla periferia. Utopia sta portando avanti un lavoro di selezione e traduzione dal tamil, dal vietnamita, dall’uzbeko, dal curdo, dal farsi e ha in portafoglio titoli iracheni, siberiani, brasiliani, mauriziani, ruandesi, filippini.


Quanta cura dedicate agli aspetti che riguardano il libro in quanto oggetto? E a quelli paratestuali?

Il parallelepipedo di carta per me è tutto. I colori, i materiali, l’impaginazione non sono la cornice del testo, sono parte integrante dell’opera. E così i paratesti. Li firmo tutti, per assumermene la responsabilità. Una volta gli editori davano il proprio cognome alle case editrici, era un impegno per-sonale, diretto. Negli ultimi trent’anni, invece, molti marchi si sono svuotati, i funzionari hanno sostituito gli intellettuali e l’editoria è diventata spesso un’astrazione. Io, da lettore, cerco il contatto con gli altri lettori. I paratesti introducono quel dialogo.


Che consigli daresti a chi voglia accostarsi al mondo editoriale con l’intenzione di intraprendere un percorso simile al tuo?

Purtroppo non ho consigli. Ho solo la mia esperienza da condividere. Ho scoperto in me, adolescente, un’autentica vocazione per i libri. Solo più tardi ho realizzato che, in assenza di questa solida vocazione, è sempre meglio dedicarsi a un mestiere “normale”, di quelli che ti calano appieno nel mondo. La letteratura è un’altra cosa.

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