Il testo vincitore della borsa di studio “I mestieri del libro” – Belleville News

Il testo vincitore della borsa di studio “I mestieri del libro”

Borsa I mestieri del libro

Gaia Locatelli, autrice di una scheda su Lingua madre di Maddalena Fingerle (Italo Svevo 2021), è la vincitrice della borsa di studio per il corso online “I mestieri del libro”, in programma dal 30 marzo.

Pur in assenza della canonica struttura di un “parere editoriale”, Gaia Locatelli dà del romanzo di Maddalena Fingerle una lettura completa, capace di intercettarne la struttura profonda, nonché di restituirne la fisionomia stilistica. La breve sinossi è efficace e il giudizio articolato e preciso.


Paolo Prescher ha un padre (Biagio) che ha scelto d’essere muto e una madre (Giuliana) che non smette mai di parlare; dalla sorella «falsa» ha imparato a leggere le lettere sbagliate; a scuola è il più bravo di tutti ma non ha amici oltre al sudtirolese Jan, che parla strano e si sente Europeo; vive in una città – Bolzano – che vuole essere bilingue senza riuscire a conciliare veramente le sue due identità: strattonato da queste contraddizioni, nutre una speciale ossessione per le parole. Quando con il padre muore anche la possibilità di usare parole che stiano in rapporto immediato e sincero con le cose, come le etichette coi nomi che Biagio attaccava agli oggetti, non resta che abbandonare lingua e casa materne e cercare nel tedesco e nel lavoro in una biblioteca berlinese una lingua finalmente non contaminata. L’incontro con la milanese Mira, capace di pronunciare «paro-le pulite», e l’imminente nascita di un figlio non ancora macchiato dal linguaggio, sembrano rendere finalmente possibile il ritorno alle proprie origini e un nuovo inizio a Bolzano. Ma in un intreccio dominato dalle leggi dell’omen nomen, Paolo Prescher non può sfuggire alle «parole sporche» di cui il suo nome è anagramma e la tensione morbosa verso una lingua incorrotta lo precipita nelle maglie di un finale delirante.

Cosa succede quando il delirio ossessivo-compulsivo, con tutte le sue idiosincrasie (dai rituali anancastici ai pensieri intrusivi, dalle fobie di contaminazione alle manie igieniche), colpisce direttamente il linguaggio esperito come corpo vivo e dolorante? Maddalena Fingerle sembra voler rispondere a questa domanda costruendo con maestria un compatto romanzo il cui motore è appunto squisitamente linguistico e rivisitando con ironia e freschezza alcuni motivi e modi della tradizione letteraria soprattutto d’area tedesca, da Hofmannsthal a Benjamin passando per certi furori alla Bernhard. Sorprendono l’originalità della voce e l’inventiva, specialmente nei momenti in cui stoffa e trama di questo libro bislacco si intrecciano in modo più stretto: il potere generativo (o distruttivo) del linguaggio diventa allora il vero protagonista di questo romanzo a tratti tragico a tratti esilarante, con i nomi dei personaggi che si fanno personaggi stessi – e i loro anagrammi, le loro azioni. La voce narrante del protagonista assume senza perdere identità registri e tonalità diversi contestualmente ai tre atti della vicenda, al suo sentire e al suo ruolo (di figlio, adulto, padre), ma anche riproduce le particolari “teorie” del linguaggio che Paolo implicitamente di volta in volta abbraccia. Se la lingua è minacciata dalla sporcizia e si può salvare solo nel mutismo o tutt’al più dicendo le cose per ripetizione e tautologia, le frasi si ripiegano circolarmente su loro stesse, con la subordinata che fa l’eco alla principale («[…] sappiamo tre paroline che sputiamo all’esame del bilinguismo che attesta che siamo bilingui perché sappiamo tre paroline striminzite»). Se l’amore trasfigura la parola, le catacresi tornano a essere metafore vive con un influsso quasi magico sulla realtà (dove i capelli raccolti «a cipolla» fanno lacrimare per davvero). Se la realtà di Paolo, la cui consistenza è tutta verbale, minaccia di frantumarsi nella malattia, anche il suo discorso procede con un ritmo sincopato e asfittico, perde identità e si scioglie in un delirio plurilinguistico che sconfina a tratti in una giustapposizione nonsense. Lo stile ossessivo – controllatissimo – di Fingerle (che registra solo una lieve caduta nella parte centrale del romanzo, forse a significare l’idealizzazione sentimentale e la temporanea remissione della malattia del protagonista) è una dichiarazione d’amore e odio nei confronti della lingua e una potente reinvenzione dell’italiano letterario. Per chi come Paolo pensa che certe parole abbiano il potere di sfamare, un libretto densissimo da divorare. Pubblicato da Italo Svevo Editore nella collana di nuova narrativa italiana “Incursioni”.

Il testo vincitore della borsa di studio “I mestieri del libro”

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