“Vivere altrove” di Marisa Fenoglio: un oscillare perpetuo – Belleville News

“Vivere altrove” di Marisa Fenoglio: un oscillare perpetuo

Cristina Marconi, giornalista e scrittrice, è la docente di Molto forte, incredibilmente lontano, un corso dedicato a chi vive o ha vissuto fuori dall’Italia e ha scritto, sta scrivendo o vorrebbe scrivere un romanzo, racconto, reportage o diario sui temi della distanza e dell’identità.

Per cominciare a esplorare gli argomenti del corso, che si terrà online a partire dal 24 marzo, pubblichiamo qui un contributo di Cristina Marconi che prende in esame un testo emblematico della cosiddetta “letteratura dell’espatrio”: Vivere altrove, di Marisa Fenoglio.


«Forse nessuna patria merita il mito che fanno di lei i ricordi degli emigrati.»
A parlare è Donna Funke, comparsa tragica di quello straordinario mémoir che è Vivere altrove di Marisa Fenoglio, scrittrice venuta a mancare da poco e tra le prime a raccontare l’esperienza da italiana all’estero in una forma più contemporanea. A lei non sono toccate in sorte né Parigi né Barcellona, ma una destinazione ben poco glamour come Niederhausen, cittadina della Renania Palatinato a ottanta chilometri da Francoforte (nella realtà si trattava di Stadthallendorf, in Hessen) dove, nel dopoguerra, il marito viene chiamato a fare il manager in una delle nascenti imprese della zona. Nel corso di scrittura per expat Molto forte, incredibilmente lontano, giunto alla sua seconda edizione, il libro di Fenoglio, stilisticamente efficace e diretto, sarà uno dei punti di partenza per mettere a fuoco il tema centrale dell’identità scissa.

Vivere altrove nasce da una premessa forte. «Mai avrei potuto perdonarmi di non aver scritto la mia storia». Perché Marisa, giovane sposa, racconta una realtà che fa sua per amore del marito e per senso di responsabilità, ma che riesce ad accettare solo grazie a quella forte curiosità intellettuale che la sua penna sa tradurre così bene. L’adattamento alla vita locale diventa la trama principale del racconto: da una parte osserva la società tedesca di quegli anni, dall’altra analizza il modo in cui la sua personalità riesce a farsi largo, a recuperare un’autentica libertà anche in un posto che le è così poco congeniale.

Nel libro, su cui ci sarà modo di tornare anche a lezione, c’è un personaggio che si staglia in modo particolarmente efficace: Albertina Rivetti in Funke, l’altra italiana di Niederhausen, la migliore amica di Marisa. Più grande della narratrice, nata a Genova nella buona borghesia, si innamora di un colonnello tedesco durante la guerra. Per via di un “fatto bellico” sono costretti a scappare «dalle mollezze di Genova» e andare a vivere insieme in Germania. Grande capacità di amare, ma bruttissimo carattere, quello di Donna Funke – la narratrice le dà questo nome per restituirle un po’ della sua italianità altolocata – che incontriamo la prima volta in un alimentari mentre «dà precise istruzioni su come aveva da essere una qualità di formaggio a qualcuno che era dentro il negozio: “Mi raccomando, che sia morbido, e non troppo stagionato… E digli che a fette ce lo tagliamo noi a casa, al momento!”». La scena di una donna che dice al marito come farsi tagliare il formaggio non potrebbe essere più famigliare. E “ce lo tagliamo noi a casa” evoca quel pezzo di Italia che, quando siamo all’estero, chiamiamo casa.

Quell’incontro rappresenta la fine della solitudine iniziale di Marisa, che subito comincia a parlare «come le acque di una diga, di due dighe, che rotto lo sbarramento si sfogano in cascate, mulinelli, ondate e spruzzi, così noi ci travolgevamo a vicenda». Il primo istinto è parlarsi, creare una casa comune attraverso la parola. «Più che un’amicizia, fu la stipulazione immediata di un patto di mutuo soccorso» per non restare sole. Ma Donna Funke, che si porta «dietro l’aria della signora che ha conosciuto giorni migliori, un po’ démodé, un po’ teatrale, con un languore emaciato di gesti e di linguaggio», ha un problema: ha una memoria fotografica del passato che, a Niederhausen, serve solo a farla soffrire. Perché ripensa a Genova, fa i paragoni, non vuole imparare il tedesco, è piena di fissazioni.

Marisa la giudica attraverso le lenti di sua madre, di un mondo che a entrambe manca ma in cui non si sarebbero mai incontrate: se fosse stata cliente del negozio di famiglia, «l’avrebbe trattata certo con molta deferenza, ma con altrettanta tacita compassione, perché l’avrebbe riconosciuta creatura dolente». L’amicizia consolatoria con Donna Funke è di quelle che non fanno crescere, anche perché Marisa è più giovane e tentenna prima di liberarsi della visione disperata, amara di questa donna sul paese che le accoglie entrambe. Perfino il suocero di Marisa, dopo averla incontrata, le chiede di non fargliela mai più vedere. E il marito festeggia quando i loro rapporti si allentano.

Donna Funke è una maschera tragica, la straniera che non si è mai integrata, colei che non ha mai accettato la realtà che ha intorno. In questo senso è un doppio di Marisa, un doppio fermo nel tempo, che vive nel ricordo. Quando riappare noi lettori tremiamo un po’, temiamo che riporti la nostra narratrice a una casella di partenza che non merita, perché lei invece sì che sta facendo i compiti, che sta ragionando sul luogo, che sta venendo a patti con ironia e sincerità con i suoi limiti, come per esempio l’odio per gli alberi, considerati alla stregua di divinità in quella parte boscosa della Germania. Ma visto che Marisa è cresciuta, sappiamo anche che è in grado di gestire le contraddizioni. E sotto sotto anche Donna Funke la lascia evadere dal suo cerchio di amarezza, anche se il rapporto rimane forte e le due non si perdono mai di vista.

A un certo punto, ritroviamo Donna Funke perché sta morendo: ha tagliato i ponti con l’Italia per non soffrire, vive guardando la gente che passa dalla finestra, continua a fingere di non capire il tedesco. Lei, ipocondriaca, da malata ha smesso di voler parlare della sua malattia. Le interessa solo il suo paese d’origine. E Marisa la accontenta, dicendo che «l’estero regge solo se non lo si abbandona, se non si rivede l’Italia». Le due si finiscono le frasi, passano dalla nostalgia al disprezzo per chi non riesce ad allontanarsi neppure cinquanta chilometri da casa. Tanto più che il loro estero – la cupa Germania del dopoguerra – non fa sognare i parenti e gli amici: nessuno ne vuole sentire parlare. E le due si parlano con grande intimità di come sarebbe bello poter liquidare tutto con uno stereotipo, non dover capire, non doversi ritrovare a difendere i tedeschi. «Noi, pur capendo tutto del nostro vecchio paese, siamo degli esclusi, non abbiamo più nulla in comune con loro».

«Parlare con lei era sempre un po’ come un riammalarsi, pungere nelle cicatrici di vecchie ferite» osserva Marisa. Parlando di uno stormo di uccelli migratori, la condizione delle due donne si addolcisce, il loro stato diventa qualcosa di naturale, condiviso con gli uccelli. Donna Funke immagina di parlare con il padreterno, che sicuramente le chiederà se ha vissuto in Italia o in Germania. “Latitante” risponde lei. “Male, hai sprecato il tuo tempo, il ricordo rende ciechi» controbatte il padreterno. Donna Funke sceglie di essere seppellita in Germania, poco dopo di lei muore anche il marito. Io ho pianto molto, per Donna Funke, personaggio che riassume tutte le contraddizioni della vita all’estero eppure continua a respirare davanti a noi come fosse vera:, perché è vera, perché la vita dell’expat a volte si appiattisce e diventa un oscillare perpetuo, sterile. Non si cambia, perché tra due vite non se ne sceglie nessuna, si interrompono entrambe. Facile, è successo a molti, ma non a Marisa Fenoglio che, attraverso la letteratura, ha disegnato una vita piena.


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