Il primo classificato al premio letterario Laventicinquesimaora. – Belleville News

Il primo classificato al premio letterario Laventicinquesimaora.

Vincitori Laventicinquesimaora.
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Dal 4 al 5 dicembre 2021 si è svolta la settima edizione del premio letterario “Laventicinquesimaora.” dedicato ai racconti brevi. Ciascuno dei partecipanti – più di 650 – si è cimentato nella scrittura di un racconto di massimo 3.600 battute ispirandosi alla traccia: «La fine è nota. Scrivete un racconto che cominci dalla fine e finisca con l’inizio.»

La giuria composta da Giulia Caminito, Francesca Cristoffanini, Giacomo Raccis e Michele Turazzi ha scelto i tre racconti vincitori.
Il primo classificato è Piena di Sabrina Quaranta. È il racconto di poche ore nella vita della protagonista, alle prese con una serie di situazioni ordinarie: lavorare, andare al supermercato, e soprattutto mangiare – voracemente, compulsivamente. L’autrice manipola con audacia il tempo narrativo: non solo inverte fabula e intreccio (si comincia dalla fine, si finisce con l’inizio), ma crea un effetto “riavvolgimento” che, come in un film, presenta le azioni della protagonista al contrario («Ripone il cibo nel sacchetto del supermercato, indietreggia verso la porta di casa, sale in auto e si mette in strada»). Grazie a questi espedienti, il tema del racconto – la bulimia della protagonista – assume concretezza e sostanza emotiva. L’atto del mangiare si capovolge in una mostruosa espulsione e la ricerca di una impossibile pienezza spalanca il baratro di un incolmabile vuoto affettivo ed esistenziale.


Questi i finalisti selezionati dalla redazione di Belleville:

Laky di Francesco Beneggi
Il campanile di Preloka di Joshua Evangelista
Come ti volevano di Francesco Ferlisi
Nove mesi di Elisabetta Foresti
La testa di Giovanni Frigione
Andare per fossi di Maria Laura Martelli
Noe è morto e anche io non mi sento tanto bene di Giovanna Pesci
A mali estremi di Fabio Pisano
Uno sopra di Yannick Pozzo
Di crepacuore di Fabio Reato
Muore annegata di Anita Sorrentino


***

Piena

È piena. Si alza dal divano e cammina all’indietro fino alla cucina. Prende la tazza sporca sul tavolo e la porta alla bocca. La colma fino all’orlo con la poltiglia di latte e biscotti sbriciolati che le risale dall’esofago e le sgorga dalle labbra. Infila le dita. Estrae manciate di frammenti che si ricompongono nel suo pugno fino a formare dei dischi al cacao con faccine sorridenti di glassa bianca. Inclina il cartone del latte sulla tazza. Lo sente farsi più pesante mentre il liquido torna all’interno. La bocca ora è piena di carne masticata che si asciuga sulla lingua e prende a poco a poco la forma di una fetta di prosciutto. La tira fuori e la distende nella vaschetta. Ripete per dodici volte. Adagia le fette, ognuna di poco sovrapposta alla precedente, con il grasso sempre sul lato sinistro. Le guance si gonfiano di ravioli crudi il cui ripieno viscido è appena tornato nel suo guscio di pasta. Li espelle cinque o sei alla volta. Ha di nuovo fame. Gamberetti dolci e flaccidi raggiungono i suoi denti. Il loro gusto si separa a poco a poco da quello del pane, della salsa cocktail e delle fette di lattuga appassita. Tiene tra le dita il primo boccone di tramezzino e se lo porta meccanicamente alla bocca, attirando come con un magnete tutti gli altri pezzi irregolari del triangolo di pane molliccio ripieno. Lo rimette nella sua confezione. Quando la chiude, un sottile strato di condensa si forma sulla plastica.
Ripone il cibo nel sacchetto del supermercato, indietreggia verso la porta di casa, sale in auto e si mette in strada. Intorno i bambini procedono come gamberi verso il cancello della scuola e persone con cani al guinzaglio aprono sui marciapiedi sacchetti estratti dalla spazzatura.
Guida nel traffico invertito fino al supermercato. Ha la sensazione che i succhi gastrici le scioglieranno lo stomaco se non mangia subito. Entra dall’uscita e va alla cassa, ripone i prodotti sullo scivolo. La donna grassa e sorridente li passa sul lettore e li rimette sul nastro, facendo diminuire l’importo sul display. Le persone in fila tornano a disperdersi tra le corsie. Si unisce a loro. Mette a posto i biscotti al cacao. La signora con il bambino seduto nel carrello le chiede scusa prima di urtarla accidentalmente. Rimette il tubo di patatine nella fila di quelli arancione-paprika. Analizza tutti i gusti disponibili e immagina, famelica, che effetto potrebbero creare sulla lingua. Al banco frigo, lascia il pacco di pasta fresca insieme agli altri e i tramezzini in corrispondenza del cartello che grida: offerta!
Torna all’entrata. Risale in auto. Lo stomaco ribolle e brontola. Scivola all’indietro nel poco traffico di metà pomeriggio fino ad arrivare davanti al suo ufficio. Timbra il cartellino in uscita. Dice: a domani! ai suoi colleghi. Preme ok e il computer le chiede se è sicura di voler spegnere. Fissa il suo desktop con il logo aziendale. Manca solo un minuto alla fine del turno. Elenca nella sua testa le cose che sceglierà tra gli scaffali, rassicurata che siano le stesse di sempre. Coccola l’idea di fare una spesa veloce e poi mangiare tutto fino a sentirsi esplodere. Il cibo è l’unico pensiero che ha. Il suo stomaco si contrae. È la terza volta questa settimana. Prova a dirsi di non cascarci, non di nuovo, ma è solo formalità. Deve riempirsi.
È vuota.

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