Scrivere per gli occhi. Tre domande a Francesca Serafini e Alessandro Regaldo – Belleville News

Scrivere per gli occhi. Tre domande a Francesca Serafini e Alessandro Regaldo

Scrivere per gli occhi. Tre domande a Francesca Serafini e Alessandro Regaldo
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Giovedì 16 dicembre alle 19.00 Francesca Serafini e Alessandro Regaldo presenteranno il Laboratorio di sceneggiatura che si terrà, in presenza, dal 22 febbraio al 31 maggio 2022.

Il laboratorio prevede quindici incontri pensati per guidare i partecipanti lungo le tappe che dal soggetto portano alla realizzazione della sceneggiatura, approfondendo sia gli strumenti tecnici e artistici da impiegare nella scrittura, sia la conoscenza del mercato e dei meccanismi che regolano l’industria cinetelevisiva. I partecipanti potranno lavorare (singolarmente o in gruppo) allo sviluppo di un progetto filmico o seriale che al termine del laboratorio verrà presentato a Lucia Cereda, responsabile editoriale per Medusa Film.

Francesca Serafini e Alessandro Regaldo hanno risposto a tre domande per BellevilleNews.


Diversamente dal romanzo, la sceneggiatura è un “testo che rimanda a un altro testo”. Puoi spiegare questo concetto?

Francesca Serafini: La definizione di sceneggiatura come testo che allude a un altro testo è di Pier Paolo Pasolini (chi meglio di lui, del resto, per spiegare le differenze tra i diversi tipi di scrittura?). Il romanzo – una volta scritto, editato e pubblicato – è un’opera che aspetta solo di essere completata dalla sensibilità dei propri lettori. La sceneggiatura invece costituisce solo il primo passo – sia pure decisivo – verso la realizzazione di un’altra opera, il film; che potrà dirsi compiuto soltanto quando tutte le professionalità (dagli attori ai truccatori, dallo scenografo al montatore), orchestrate dal/la regista, avranno dato il proprio contributo alla realizzazione del prodotto finito (chiamando in causa in questo modo, linguisticamente, anche la produzione, il reparto che, finanziando il film e gestendo il budget attribuito ai vari reparti, contribuisce alla sua bellezza).

Nel valutare un progetto in qualità di story editor e produttore creativo, a quali criteri ti affidi principalmente? Quanto conta l’originalità, del contenuto e della forma?

Alessandro Regaldo: I criteri di valutazione di un progetto sono molteplici, spesso interconnessi e influenzati gli uni dagli altri come tante, piccole tessere di un domino “tra le righe”: sono di natura tecnica, stilistica, contenutistica e formale, ma non sempre hanno a che fare con il progetto in sé, con le sue qualità intrinseche, anzi. Un progetto, infatti, non nasce mai in una “bolla” o, quantomeno, non dovrebbe nascervi: è il prodotto di uno specifico panorama creativo e produttivo, e si riferisce a un altrettanto specifico mercato di destinazione. Un progetto dalla spiccata originalità, formalmente e contenutisticamente ineccepibile che, però, non “dialoga” con il tessuto produttivo a esso coevo e con il mercato che deve valutarne le potenzialità è, ahimè, un progetto che rischia di non penetrare efficacemente nell’industria audiovisiva e dunque di restare nel cassetto. Originalità, forma e contenuto sono oggetto di valutazione scrupolosa, ma nella mia esperienza non in quest’ordine: il contenuto viene per primo, la forma per seconda, e l’originalità per terza, non perché non si cerchino proposte originali – anzi! – ma perché – e qui mi rifaccio alla massima di un grande paroliere contemporaneo – “essere originali a tutti i costi equivale a partorire ogni mese lo stesso figlio, alla lunga partorirai mostri”. In più, c’è un’ulteriore categoria di valutazione – spesso la più importante – che riassume un po’ tutte le precedenti: la voce. Si può raccontare una storia già raccontata mille volte, ma se lo si fa con una voce personale, inedita e peculiare, quella storia risulterà più originale di molte altre scritte a tavolino per stupire con la loro presunta originalità.

Che qualità deve avere un’aspirante sceneggiatrice o sceneggiatore?

Francesca Serafini: Deve essere curiosa/o di tutto, come prima cosa. Se non ti interessa quello che succede intorno o che è stato scritto e girato prima di te, non si capisce perché qualcun altro dovrebbe interessarsi a quello che hai intenzione di raccontargli tu (tanto più che, in assenza di curiosità, rischieresti di riprodurre cliché attinti senza consapevolezza a una generica enciclopedia di massa). L’aspirante sceneggiatrice o sceneggiatore deve poi – altro requisito fondamentale – essere disponibile al confronto. Scrivere per il cinema o per la tv significa collaborare alla realizzazione di un’opera collettiva. Un corso di sceneggiatura va inteso anche in questo senso: come un addestramento al confronto. Un’abilità forse perfino più difficile da apprendere, rispetto alle tecniche di scrittura, ma che, una volta acquisita, offre infinite possibilità di crescita. E non solo con riferimento ai testi che saremo in grado di elaborare.

Che impatto ha avuto il successo delle piattaforme di streaming – Netflix, Prime, Disney+ – sulle tecniche narrative?

Alessandro Regaldo: L’impatto che il modello produttivo delle piattaforme di streaming ha avuto sulle tecniche di narrazione è relativo, circoscritto all’apprendimento di alcuni nuovi formati narrativi, ma meno incidente di quanto si possa pensare. Ha costretto, però, gli autori – e gli sceneggiatori soprattutto – a uscire dalla bolla, a pensare da produttori, a venire a patti con la necessità di impratichirsi con i generi – la grammatica universale della narrazione. Li ha costretti a confrontarsi con l’industria, tanto nazionale quanto internazionale, per intercettare pubblici e anticipare tendenze di mercato; ha reso necessario “leggere” il panorama creativo circostante, anche fuori dai confini nazionali, e rispondere di conseguenza, per sentirsi parte di un sistema di cui è necessario comprendere i meccanismi. Ha fatto “aprire gli occhi” su un’ineludibile verità del settore: il primo e spesso miglior produttore dell’opera di un autore… è l’autore stesso.

E, infine, chiediamo a entrambi: cita tre film che ti hanno insegnato qualcosa di essenziale sulla sceneggiatura.

Francesca Serafini: Questa è una di quelle domande a cui ogni giorno sono tentata di dare una risposta diversa, perché per fortuna sono tanti i film bellissimi fondamentali per la mia formazione. Cito dunque i tre di “oggi”.
Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, sceneggiato con lui da Ennio Flaiano, Ruggero Maccari e Ettore Scola (vale da solo un corso di sceneggiatura, per la profondità dei personaggi oltre la loro maschera, in una gestione mirabile del racconto corale, e la continua varietà di registri diversi: dal comico al drammatico).
Quarto potere (1941) di Orson Welles, sceneggiato con lui da Herman Jacob Mankiewicz (per il lavoro sulla struttura narrativa e la capacità di rendere universale un personaggio dalla parabola, invece, del tutto particolare).
Parasite (2019) di Bong Joon-ho, sceneggiato con lui da Han Ji-won (perché arriva a ricordarci, buon ultimo, direttamente da Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, quanto sia importante non giudicare i personaggi mentre si scrivono, dando loro la possibilità, nel bene e nel male, di valorizzare tutte le proprie potenzialità).

Alessandro Regaldo: Ben consapevole che Francesca proporrà esempi “alti” di scrittura per il Cinema, mi riservo il piacere di citare tre lungometraggi “bassi”, che ritengo presentino lezioni importanti circa il rapporto tra scrittura e produzione.
In Cerca di Amy (1997) di Kevin Smith, ad oggi l’opera più matura e completa dell’autore cult del New Jersey che nel 1995, con Clerks, ravvivò la fiamma del cinema indipendente americano, spianando la strada alla corrente del mumblecore, un movimento che ogni sceneggiatore e produttore dovrebbe conoscere.
La Decima Vittima (1965) di Elio Petri, scritto dal regista insieme a Tonino Guerra, Giorgio Salvioni ed Ennio Flaiano, una pietra miliare della fantascienza italiana, per l’incredibile capacità – tutta nostrana – di giocare con i generi, con rispetto e padronanza, per dipingere uno dei più sofisticati affreschi sociali dell’epoca.
Creed (2015) di Ryan Coogler, scritto dallo stesso regista con Aaron Covington, per l’abilità nell’inserirsi consapevolmente all’interno di uno storico franchise popolare, reinventandolo dalle fondamenta e “piegando” le esigenze produttive – senza mai romperle – all’esigenza autoriale di rappresentare una minoranza che lo stesso franchise aveva messo alle corde.

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