Le forme del reincanto. Tre domande a Loredana Lipperini – Belleville News

Le forme del reincanto. Tre domande a Loredana Lipperini

Le forme del reincanto. Tre domande a Loredana Lipperini

Loredana Lipperini, scrittrice e conduttrice radiofonica, sarà una delle insegnanti della sesta edizione della Scuola annuale di scrittura con un ciclo di lezioni sulla letteratura fantastica. Ha curato per il Saggiatore l’antologia Le scrittrici della notte, da poco in libreria, dedicata a quelle scrittrici – da Carolina Invernizio a Grazia Deledda, da Chiara Palazzolo ad Anna Maria Ortese – che hanno saputo usare il visionario, l’oscuro, il perturbante per cercare delle «forme di reincanto, tra cui il confronto, continuo, con il Male.»

Loredana Lipperini ha risposto a tre domande per BellevilleNews.


1. Chi sono le scrittrici della notte?

Per quanto riguarda quelle inserite nell’antologia, sono quelle scrittrici che, tranne due, ovvero Gilda Musa e Chiara Palazzolo, non sono entrate nel canone del genere letterario fantastico. Da una parte è un bene, perché almeno in Italia il fantastico viene considerato qualitativamente inferiore al realismo, dall’altra è un male, perché finché non si riconosce letterarietà alla letteratura perturbante o weird o come la si voglia chiamare, rimarrà confinata nel circolo degli appassionati. E non sempre è un vantaggio. Dunque, ho inserito scrittrici amate ma non ritenute “gotiche”, come Paola Masino, Anna Maria Ortese, Paola Capriolo, Grazia Deledda; icone narrative come Marchesa Colombi, Carolina Invernizio, Matilde Serao, provando a dimostrare che a unirle c’è lo stesso interesse per l’oscuro.

2. Le scritture femminili del fantastico, come le definisci, hanno avuto e hanno relativamente poco spazio nel contesto letterario italiano. Quali sono le ragioni principali di questa marginalità?

Il genere, e ancora il genere. Se, in assoluto, la marginalità italiana del fantastico è ancora forte, accade – anche se non con frequenza – di veder nominati almeno Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Italo Calvino (e troppi sarebbero i nomi da citare), ma non le autrici. È pur vero che, come disse Grace Paley, le scrittrici leggono sempre i colleghi maschi, che però non ricambiano quasi mai la cortesia: ma si tende, anche se più sommessamente di un tempo, a confinare la scrittura delle donne nella zona del “sentimentale”. Per chi lavora nel territorio del gotico, o della fantascienza, è ancora più difficile. Non c’è una ragione plausibile se non un doppio pregiudizio: lo stesso che porta più o meno consapevolmente a conformarci all’idea che in altri paesi hanno della nostra narrativa. Post-neo-realista, a questo punto. E non è così.

3. Che genere di frutti letterari ti auguri possano maturare per effetto dell’esperienza distopica della pandemia?

Difficilissimo dirlo. Già se ne vedono alcuni e per lo più sono intimisti: “la mia pandemia”, “il mio lockdown”. Resto convinta che col tempo qualcuno proverà a esplorare in modo non banale l’inenarrabile che ci è accaduto e che in molti hanno raccontato molto tempo prima che avvenisse. A me è capitato di scrivere un romanzo sulla peste e di finirlo proprio quando la pandemia è iniziata: se dovessi cimentarmi con l’argomento ora probabilmente non parlerei affatto di pandemia. Magari di un tema collegato. La morte, per esempio: che del resto è sempre stata al centro della letteratura.

Le forme del reincanto. Tre domande a Loredana Lipperini

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