“Mio nonno abbaia”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio "Giuseppe Pontiggia" » Belleville News

“Mio nonno abbaia”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”

“Mio nonno abbaia”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”

Mio nonno abbaia” di Amanda Spernicelli è uno dei 3 racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia” per la 6° edizione della Scuola annuale di scrittura, in programma da novembre.

Il racconto descrive l’isolamento e la malattia di una coppia di anziani, nonno Mo e nonna Ma, evocando attraverso brevi istantanee domestiche l’esperienza della pandemia (anche se la parola “Covid” non viene mai utilizzata). Lo stile, curato e privo di sbavature, fonde scrittura e oralità in un periodare che ha le cadenze e la mobilità del parlato («La nonna dice queste parole, oggi non è allegra nemmeno lei. Sciacqua i piatti nel lavabo»). Filtrata dalla ricca e cangiante sensibilità di Nonno Mo, la realtà mostra di volta in volta i suoi lati più assurdi, alienanti o struggenti. Nello sguardo sfocato del vecchio, passato e presente si confondono; alcuni dettagli perdono di significato, altri si espandono a dismisura. Il risultato è una meditazione delicata e vibrante sull’attaccamento, la perdita e il passare del tempo. Capace di arrivare a tutti quanto più strettamente aderisce alla lingua e ai sentimenti di un singolo personaggio (vero? inventato? un po’ vero e un po’ inventato? Non importa).


***


Mio nonno abbaia

Nonno Mo ha dato la mano all’ottico del Viale. Non lo sapeva che nel negozio l’aria si sarebbe fatta pesante, l’ottico imbarazzato avrebbe ritirato la mano, si sarebbe passato l’amuchina, due volte.

Scusate, avrebbe detto suo figlio di sessant’anni, è che non è abituato a tenere la distanza.

Papà, non si dà la mano alla gente in questo periodo.

Guarda che quello lì lo conosco da quarant’anni.

Non importa, non si dà la mano.

Nonno Mo ha sempre dato la mano a tutti. Una volta ha dato la mano allo zingaro del quartiere. Lui era il capo degli zingari, era arrivato un giorno nel viale su un enorme cavallo. Un cavallo marrone, senza sella… se lo ricorda ancora.

Avevano tutti paura, lui gli aveva dato la mano: era grossa e bruna, la sua mano. Se lo ricorda bene. Se conosci qualcuno gli dai la mano.

Adesso no, papà, è la regola, devi stare lontano.

Tornano a casa. Nonno Mo è pensieroso, guarda in basso.

Papà, vuoi fare un giro con me?  

No, lassa sta. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, Mare, te lo sapevi che non si può dare la mano?

*

Nonno Mo è bisnonno, lui e nonna Ma hanno dei pronipoti.

Quand’è che li andiamo a vedere, Mare?

Non possiamo, nonno. Hanno detto che i vecchi è meglio se stanno in casa. E chi l’ha detto? Il telegiornale.

La nonna dice queste parole, oggi non è allegra nemmeno lei. Sciacqua i piatti nel lavabo. È stanca.

Piccolina si è fatta, pensa lui. Piccolini ci siamo fatti, si guarda i polsi sottili, si tocca il basso ventre, sotto la maglia ha una cicatrice molto lunga: cancro.

Si era guardato allo specchio dopo l’operazione, era tutto bianco e giallo in faccia: allora si era sputato addosso perché quella lì non era mica la sua faccia e a furia di sputare gli era tornato il suo colore. Ma ora è diverso, ora non si può uscire e la nonna è costretta a sentirlo parlare tutto il giorno.

Proprio all’ingresso di casa c’è una targa dorata, 50 anni insieme, recita. L’hanno voluta prendere i suoi figli. 50 anni, forse a loro sembra tanto. Forse è tanto. Nonna Ma sbuccia la mela, taglia fette sottili. È pronto il caffè. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, Mare, sei stanca? Sì. Anche io.

*

Nonno Mo abbaia, da qualche giorno. Bau, bau! dice. Se mi mettete la museruola io abbaio.

Nonno Mo stacca gli elastici dalle mascherine vecchie, con le forbici; le taglia con estrema precisione. Con la macchina da cucire attacca gli elastici a un ritaglio di stoffa. Il ritaglio viene da una maglietta tutta rattoppata. Le cose vanno usate finché si può, è a quello che sono fatte. Nonno Mo cuce la sua mascherina, è soddisfatto.

È troppo larga, esce tutto, dice sua figlia cinquantacinquenne. Nonno Mo pensa che se anche esce qualcosa non è mica una mutanda. Sua figlia gli regala mascherine belle, di lusso, col filtro, perfette.

Nonno Mo piega la sua mascherina, la ripone piano, con cura, nel cassetto affianco a quelle perfette, le osserva. La sua mascherina sarà larga, mal tagliata, imperfetta, di scarto, eppure lo chiama, potrebbe essergli amica, le altre no. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, Mare, a me ste mascherine proprio… mah.

*

Nonno Mo guarda l’enorme flacone di amuchina che gli ha portato sua figlia.

Cosa devo farci con questo? Devi disinfettare le mani. Io le mani me le sono sempre lavate, perché le devo disinfettare? Per quando vai in giro e tocchi le cose, oppure ti devi mettere i guanti. Nonno Mo si lava le mani, se le lava a lungo, da sempre. Mani unte di grasso quando faceva il meccanico e mani piene di terra quando aveva l’orto. Teneva una grossa pentola d’acqua nell’orto. Quella pentola l’aveva rubata ai tedeschi, dentro c’era una frittata, per sfamare la sua famiglia, se l’avessero beccato… pem! E invece…

Le mani devono rimanere pulite, ma quella cosa lì la spusa. Io non la uso. Papà, non puoi sempre fare il bambino, siamo in emergenza. In emergenza, pensa nonno Mo. In emergenza ci siamo quando non si può dormire o mangiare e ci sono le bombe. Papà, se ti ammali rischi grosso. Se mi ammalo, voleva dire che doveva andare così.

Pensa alla mamma, se ti ammali, ammali anche lei. Nonno Mo allora rimane in silenzio. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, buonanotte.

*

Hanno saccheggiato i supermercati, dice il telegiornale.

Nonno Mo apre la dispensa, ci sono decine di pacchetti messi in ordine perfetto: biscotti, cracker, pasta nell’anta superiore e conserve, marmellate, legumi secchi e sottoli in quella inferiore. Nonno Mo mette sempre davanti le cose che scadono prima. Su ogni pacco, su ogni scatola e barattolo ci sono il nome del prodotto e la data di scadenza. Li scrive lui, con l’indelebile. Nonno Mo scrive in stampatello grande. Scrive cose necessarie: date, orari, nomi. Le parole hanno una funzione, sono oggetti. Preme forte quando scrive, imprime, crea solchi.

Non devono dimenticarsi, lui e nonna Ma, di quello che hanno. È tutto scritto, è tutto visibile. Lui e nonna Ma non avranno più fame, l’hanno già avuta, in passato. L’hanno già avuta, in fila, con la tessera annonaria: file lunghe e miseria.

Nonno Mo pensa al pezzo di polenta che gli aveva portato suo fratello in galera, era nero, lo aveva rigirato nelle tasche per ore, con le mani sporche. Era nero. Se lo ricorda ancora. Il colore non importa niente, aveva fame, l’aveva sbranato con un boccone. 

Papà ti devo comprare la frutta e la verdura al Super? dice suo figlio. Quelli li compra la mamma. Papà, è chiuso il mercato. E quando riapre? Non lo so. Nonno Mo è a letto affianco a nonna Ma. Mare, non c’è più la frutta al mercato. Mangeremo la pasta.

*

Nonno Mo esce di casa, è mercoledì. Il mercoledì lui e il vecchio Bestetti vanno a camminare. Il vecchio Bestetti è il suo dottore. In realtà era il suo dottore, perché ora è in pensione e al suo posto c’è suo figlio, adesso è lui il Bestetti. Nonno Mo suona alla porta dell’amico. Nessuno risponde, suona di nuovo, niente. Le serrande dell’appartamento sono abbassate. Insiste. Alla fine sente che le serrande si alzano. Il vecchio Bestetti compare alla finestra, aguzza gli occhi dietro gli occhiali, è stupito di vederlo.

Mariet, cosa fai qui? Devi stare attento, Mariet. Non si può andare in giro.

Perché? chiede nonno Mo. C’è la quarantena Mariet, devi tornare a casa.

Nonno Mo cammina da solo, gli piaceva camminare col Bestetti, anche se camminava lento e lui doveva sempre adattare il passo. Lui era l’ultimo rimasto, gli altri che andavano a camminare sono tutti morti. S’incammina verso il suo orto. Una volta era il suo orto, adesso è un terreno incolto coperto di sporcizia ed erba alta. Il comune un giorno gliel’ha tolto. Nonno Mo l’aveva accudito per anni. Per anni si era svegliato alle 6 del mattino ed era andato a innaffiare, prendeva lo sterco di cavallo nel bosco come concime. Aveva creato colture perfette di insalata, zucchine, pomodori, melanzane e peperoni. Ci passa avanti e prosegue il cammino: nonno Mo ha imparato a lasciare andare molte cose. Le mie gambe camminano ancora, pensa e prosegue il suo percorso. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, erano buone vero le mie zucche? Erano dolci? Sì, erano dolcissime.

*

Nonno Mo sale una scala molto traballante.

Perché non usare il tempo della quarantena per fare quei lavori di casa che avete sempre lasciato indietro? dice la televisione. Nonno Mo neanche ascolta, per lui sistemare la sua casa fa parte della routine quotidiana quanto lavarsi i denti e pranzare alle 12. La tenda del terrazzo è rotta. Nonno, dice nonna Ma, la scala è pericolosa. Ma nonno Mo sono giorni che studia la cosa. Se la scala è solo un po’ vecchia e non è stabile, lo sarò io, pensa. Così prende una cintura, è quella che si usa sugli aerei, se la lega in vita, poi lega alla cintura una catena di ferro, di quelle per la bicicletta e la consegna nelle mani a nonna Ma. Così è sicuro, mentre la scala cigola terribilmente. Le tende nuove sono montate, in breve tempo. Poi è la volta del frigorifero. Quel frigo ha venticinque anni, ha sempre funzionato perfettamente. Ora però il freezer si gela continuamente, nonna Mo non ci sta più dietro. Nonno Mo cerca soluzioni, ma non le trova. Sua figlia insiste da anni: devono comprare un nuovo frigo. Ed eccolo pronto. Due corrieri suonano alla porta, sono un albanese e un peruviano. Nonno Mo li accoglie in casa, chiede loro se hanno fame, da dove vengono, come stanno, quali sono i loro piani per il prossimo futuro. È curioso, nonno Mo.

Papà, non vuoi viaggiare un po’? gli chiedeva sua figlia. Viaggio, viaggio, rispondeva lui. Le sue gambe hanno fatto chilometri nei dintorni della città. Nei dintorni dove c’è la terra e gli animali, i fagiani, le anatre e i colombacci. Nonno Mo conosce tutti i suoni degli uccelli, conosce i piumaggi, conosce le piante, conosce i ruscelli. Le sue gambe hanno camminato, il suo corpo ha viaggiato. Questo gli basta. I due corrieri escono ridendo da casa di nonno Mo. Si è dimenticato le regole e dà loro la mano prima che escano. Il frigo nuovo è nuovo. Nonno Mo è a letto, affianco a nonna Ma. Mare, Mare, ne abbiamo fatta di strada. Sì.

*

Nonno Mo spegne il televisore. Sono le 19 e 10. È da ieri che sullo schermo passano camionette dell’esercito con dentro le bare dei morti di Bergamo. Nonno Mo ne ha abbastanza, non delle bare, di suo figlio che da ieri guarda il televisore e poi lo guarda come se fosse nella bara anche lui e continua a chiedergli come sta. Nonno Mo fa finta di tossire, così lui si spaventa. La vostra generazione non sa che cos’è la morte. Non lo sapete, la fame non sapete che cos’è, ma la morte non ne parliamo. Papà, adesso mi vuoi dire che mi ci vuole una settimana di guerra?

No, ma tu devi capire che siamo a un rondò, io e la mamma, abbiamo già dato, noi abbiamo fatto il nostro tempo; adesso io ogni giorno mi sveglio e penso: toh, sono ancora qui. È così, è così. Finché la va, la va.

Le persone anziane dovrebbero proteggersi di più e rimanere in casa, dice la televisione.  Nonno Mo è a letto affianco a nonna Ma. Mare, dice e chiude gli occhi.

*

La lavatrice è nuova, ma si è rotta e ha allagato tutto il bagno. Nonno Mo non ci capisce proprio niente di questa nuova tecnologia. Tutto si allaga. Nonna Ma si preoccupa. Nonna Ma chiama suo figlio, è lui che ripara le cose. Suo figlio ha la febbre, ma non importa. Lui deve andare.

La lavatrice è riparata, prendono tutti la febbre. Tutti e tre. Sono sempre loro tre, da un anno ormai, da quando lui è tornato a casa. In realtà ha preso una casa sua, nella via affianco, ma è disabitata perché lui è quasi sempre lì. È tornato ora che ha più di sessant’anni e tre figli e due ex mogli.

Sono loro tre, un unico organismo: si aiutano, si sorreggono, si nutrono e come a volte accade agli organismi, si ammalano.

Nonno Mo ora vive sdraiato accanto a nonna Ma. Sente che le forze stanno venendo meno, non solo a lei, anche a lui. Lo sente. Forse sono arrivati. Nonno Mo è a letto affianco a nonna Ma, allunga la mano, gliela stringe, anche se non ha forza.

*

Dovete mangiare, insiste una figura strana che sembra un bianco sommozzatore mascherato. La figura strana porta cibo liquido e un saturimetro. Saturimetro, nonno Mo non l’aveva mai sentito prima, serve per misurare l’ossigeno. L’ossigeno è poco. Nonno Mo lo sa, gli manca l’aria, lo sapeva anche senza saturimetro.

La figura strana vestita da sommozzatore è sua figlia.

Sua figlia passa ogni giorno, passa ricoperta dalla testa ai piedi da tuta bianca, mascherina e casco. Nonno Mo la riconosce solo dalla voce.

Dovete fare il tampone. Dovete andare dal dottore. Dovete andare all’ospedale.

Ecco cosa dice sua figlia. Nonno Mo però non vuole andare da nessuna parte. Dove deve andare a novantun anni, dove?

Lui ha già fatto quello che doveva fare. Ora vuole essere lasciato in pace.

La prima ambulanza arriva di notte, non è per loro è per il figlio. Ma che mondo è questo che i più giovani vengono portati via prima dei vecchi?

Nonno Mo vorrebbe piangere ma riesce solo a chiudere gli occhi. Li tiene chiusi a lungo.

Nonno Mo è a letto affianco a nonna Ma. Chissà che giorno è.

*

Sei un testone! grida la donna vestita da sommozzatore a nonno Mo. Due infermieri gli rivolgono parole gentili, ma nonno Mo è deciso: non finirà i suoi giorni in un letto di ospedale lontano da casa sua.

Un testone, di più, un incosciente, lo è sempre stato. Sotto le bombe, a Milano. Una sorella piccola rimasta indietro. Dimenticata. Erano nove fratelli, nove vite. Una volta morire era normale, era persino facile, era sopravvivere a essere complicato.

Un grido: Mariet, dove vai? Torna indietro!

Ma lui era già corso per salvarla, sua sorella, la Renata e lei lo racconta ancora, tutte le volte che s’incontrano tra parenti, come se non avesse ancora finito di dovergli la vita. Un eroe, dice, Mariet era un eroe. Non era un eroe, lui era uno che correva e non pensava.

Ora è diverso.

Così stai rischiando la vita della mamma, dice la sommozzatrice tra le lacrime. Non capisce, lui non può correre il rischio. Non può correre il rischio che non siano insieme. Non può, non dopo tutta questa vita. Non in due stanze mai viste, circondate da facce coperte e medici con i cartellini, non senza darsi la mano. No. Insieme, devono arrivarci insieme.

*

Nonno Mo è a letto affianco a nonna Ma. Sono entrambi incoscienti e non possono sentire gli infermieri alzare i loro vecchi corpi magri e adagiarli sopra i lettini. L’ambulanza corre.

*

Come stai, papa? chiede suo figlio a nonno Mo.

Eh, finché la va la va, risponde lui.

È tornato a casa da qualche giorno. Suo figlio è tornato a casa prima di lui, è stato sotto il casco, si è salvato.

Papà, vuoi uscire a fare una passeggiata? Chiamiamo qualcuno, un amico.

Non ho più amici, sono tutti andati. Andati.

E il dottore, il Bestetti?

Il dottore, lui è proprio un bravo uomo, un uomo giusto. Lui veniva a casa nostra quando eravamo piccoli e ci aiutava, ci portava da mangiare, era un uomo giusto.

Ma come, era già dottore quando eravate giovani?  

Sì, certo.

Ma non ha la tua età?

No, ma va, il Bestetti? Lui è più giovane di me.  

Ah.

Perde colpi nonno Mo, i fatti del passato si sono uniti a quelli del presente e forse anche a quelli del futuro, ora è un’insalata di tempi; è tutto spostato, ogni riferimento. Forse questo Corona (è così che lo chiama nonno Mo) si è portato via un po’ di testa.

Forse non ha granché importanza. Alla fine della vita basta ricordarsi quelle due o tre cose: come ti chiami, dove abiti, e… no, forse alla fine basta che si ricordi una sola cosa: lei.

Non è ancora tornata. Nonno Mo deve svegliarsi la mattina, non può partire ora, non ora che lei non è tornata. Non ancora.

Finché, un giorno, lei torna.

Piange, nonno Mo, suo figlio quelle lacrime non le ha mai viste. Rimane in silenzio e guarda suo padre.

Piange nonno Mo, perché nonna Ma è tornata. Piange, con la sua faccia da vecchio bambino, con la sua barba sempre fatta, con il suo cappello che tiene in casa anche in inverno. Piange e lei è tornata.

Basta questo. Questo basta.



Leggi gli altri racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”: Murene e Macchine che scrivono.

Commenta con Facebook

Share via
Copy link
Powered by Social Snap