“Murene”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia” – Belleville News

“Murene”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”

“Murene”. Uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”

Murene” di Marta Barattia è uno dei 3 racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia” per la 6° edizione della Scuola annuale di scrittura, in programma da novembre.

Irma, la protagonista, sta passando una giornata in spiaggia quando scopre che sua figlia è scomparsa. A poco a poco la sua inquietudine cresce e trasfigura gli elementi del paesaggio, che da benigni si fanno minacciosi (le formine, i braccioli dimenticati nella cabina, il molo dove Irma teme che la figlia sia annegata con un «grido feroce e muto, come un ghigno di murena»). La tensione che traspira dalle cose alimenta un crescendo inesorabile, mentre Irma lotta contro i propri istinti («Aveva in punta di labbra una richiesta della massima urgenza ma fece comunque la coda, attendendo il proprio turno compostamente davanti alla cassa») e fa i conti con la paura del giudizio altrui («E poi da quanto tempo esattamente non la stava tenendo d’occhio?»). Nel mondo di Irma – che «Era sempre stato soltanto suo» – si apre una frattura che la precipita nel ruolo di madre inadeguata e spaventata, strappandola a un individualismo che la società non è disposta a concederle. Sul finale – aperto – aleggia un senso di angoscia e di scacco esistenziale che dà al racconto un’atmosfera vagamente metafisica.


***


Murene

Ci sono due tipi di madri. Quelle che mettono i figli al centro del mondo e quelle che ritagliano per loro uno spazio all’interno del proprio.

Il mondo di Irma era sempre stato soltanto suo.

Le piaceva guardarlo da una prospettiva orizzontale, sdraiata al sole, sciogliendosi nel calore rosso delle palpebre chiuse. Sapere che il proprio lettino era inserito in una fila infinita di lettini tutti uguali la faceva sentire meno colpevole del suo non fare niente per ore.

Quando si sollevò puntellandosi sui gomiti una goccia di sudore scivolò all’improvviso fuori dal cratere umido dell’ombelico e lei la scacciò con la mano come si scacciano gli insetti. La riviera dell’alta stagione era un brodo di luce abbagliante e suoni confusi in cui galleggiavano occasionali frammenti di conversazioni, pianti di bambini, richiami ripetuti di venditori ambulanti.

Ancora nel torpore del dormiveglia si accarezzò con la mano i fianchi su cui si era stampato l’intreccio delle fibre di cotone del telo di spugna. Spostandosi all’ombra, il suo corpo recuperò poco a poco la temperatura basale. Quell’alternanza le piaceva come piace ai cani: restare al sole finché il pelo scotta e poi trovare il piacere dell’ombra terrosa accucciati nell’erba.

Cercò Anita con gli occhi e non la vide.

Le formine, decorate da piccole conchiglie bianche, erano disseminate ai suoi piedi, tracce di lei tra l’ombrellone e la battigia. La sabbia scura e compatta si era già schiarita sulla sommità, pronta a sgretolarsi sotto i passi indifferenti delle persone che camminavano lungo la riva.

Si trattenne dal chiedere ai vicini se l’avessero vista lì attorno. Le parve un’imbarazzante ammissione di colpa e preferì mantenere la calma di chi sa di avere la situazione sotto controllo. Alzandosi mollemente mosse qualche passo verso il mare, scrutando la moltitudine di oggetti gonfiabili, in quella posa immobile delle madri che non sanno delegare la sicurezza dei propri figli. Lo sguardo scivolò sulla superficie liquida avanti e indietro, con ritmo crescente, via via escludendo boccagli e occhialini, tartarughe galleggianti, salvagenti con teste di unicorno.

Appollaiato sul suo trespolo, il bagnino fumava un sottile sigaro bruno con grande calma, non aspettandosi che potesse accadere qualcosa di insolito, gli occhi invisibili, forse chiusi, nascosti dietro le lenti scure. L’aroma intenso del tabacco si levava in piccole nuvolette dalla sommità. Irma pensò ai segnali di fumo degli indiani nei libri illustrati e per un attimo cercò di leggerne il messaggio premonitore. Le bandierine segnaletiche, quella rossa per la balneazione pericolosa e quella gialla che serve a segnalare vento forte, scolorite e sfilacciate, pendevano flosce su un remo di legno convertito ad asta.

Quando l’onda le bagnò i piedi, si sentì sprofondare un poco. Mettere radici nell’attesa di trovare un riscontro nella sua ricerca. Rimase a fissare l’acqua finché fu sicura che Anita non fosse lì, non in superficie almeno. E che se fosse stata sul fondo, in quell’andirivieni continuo di bagnanti, qualcuno ne avrebbe già segnalato la presenza indesiderata, come nei giorni delle invasioni di meduse, in cui pattuglie di bambini con i retini rastrellavano i fondali più bassi per bonificarli da calotte gelatinose e tentacoli urticanti. Pensò alle buche scavate come tombe per seppellirle e dimenticarle.

Chinò la testa e vide le proprie dita scomparse in una pozza di sabbie mobili. Sollevare le piante produsse uno schiocco sordo di ventosa e nel suo volgere le spalle al mare c’era già il sentore di una resa.

Si incamminò con passo nervoso verso le cabine che chiudevano in un recinto di porticine a persiana il retro dello stabilimento, componendo nella mente la ramanzina con cui avrebbe spiegato ad Anita, ancora una volta, che non voleva che si chiudesse dentro da sola e che non era una bella cosa intrappolare i granchi nel secchiello e poi lasciarli a morire in una lenta cottura, fatta di ore di permanenza nella penombra dello spogliatoio. La porta si aprì con un giro di chiave e una leggera resistenza dovuta agli anni di esposizione del legno alla salsedine e alle intemperie. Dentro stagnava un calore denso e umido di asciugamani appesi, a terra pallottole di costumi impastati di sabbia e i braccioli gialli. Sulla mensola, sotto al piccolo specchio, un’esposizione di tubi di crema solare, le carte da gioco francesi tenute insieme con un elastico, uno shampoo energizzante quasi vuoto, la maschera con il boccaglio, gli occhialini e una spazzola rossa dalle piccole punte di plastica in cui erano impigliati i sottili capelli biondo rossicci di Anita. Irma constatò con soddisfazione che nessun granchio era stato ingiustamente sacrificato e poi richiuse la porta della cabina.

C’è come una reticenza, negli spazi pubblici e aperti, a lanciare un grido di richiamo, come se far convergere improvvisamente l’attenzione di tutti accelerasse la presa di coscienza di una ferita o di una perdita già inesorabilmente avvenuta. Con il ritmo del respiro leggermente accelerato e una vampa in viso che non era più quella del sole – ma nessuno dal di fuori avrebbe potuto dirlo – Irma percorse i pochi metri di sabbia bollente che la separavano dal bar. Aveva in punta di labbra una richiesta della massima urgenza ma fece comunque la coda, attendendo il proprio turno compostamente davanti alla cassa.

Anita. L’avete vista per caso? Forse è venuta di nuovo a chiedere un ghiacciolo alla menta.

Non l’avevano vista. Magari il bagnino.

Come poteva averla vista il bagnino, che sonnecchiava nascosto dalle lenti da sole sul suo piedistallo e a volte parlava da solo con un vago accento latinoamericano?

Però chiedere bisognava chiedere.

Irma chiese e lui si sporse leggermente oltre il bracciolo metallico, in una posa rugosa nella maglietta scolorita, facendo scomparire tra le pieghe della torsione la scritta Salvataggio stampata dietro alle spalle. Una bambina. Com’è questa bambina, ce ne sono mille di bambini in acqua signora, come faccio a ricordarmela. Di che colore ha il costume? I capelli sono lunghi o corti? Indossa i braccioli o il salvagente?

Irma gli parlava dal basso e teneva la testa piegata all’indietro e la mano come una visiera sugli occhi strizzati.

Anita non sa nuotare ma non ha i braccioli, i suoi braccioli sono in cabina. È sicuro di non aver visto niente di strano, una piccola entrare in acqua da sola, allontanarsi con qualcuno.

Non l’aveva vista.

Ma il tempo di permanenza di Irma ai piedi del trespolo dell’assistenza bagnanti, con l’acqua alle caviglie, aveva già ampiamente superato lo standard e i primi curiosi si stavano avvicinando con ostentata indifferenza.

Si dovette chiedere anche a loro, della bambina, accendendo così un diffuso senso di allarme il cui primo e immediato effetto fu che ciascuno spostò lo sguardo sui propri figli e nipoti, per trovare immediata conferma che il dramma non fosse condiviso e potersi di conseguenza permettere una velata disapprovazione o qualche rassicurazione di circostanza. Nessuno ricordava di bambini spariti. E nemmeno di furti, rapine, violenze. Quello era un posto tranquillo, dove i portafogli smarriti venivano riconsegnati pieni alla stazione dei carabinieri vicino alla chiesa, dove d’estate, uscendo, si lasciavano le finestre aperte. Certo, se la bambina avesse avuto un braccialetto di riconoscimento.

E poi da quanto tempo esattamente non la stava tenendo d’occhio.

Io ai miei figli ho insegnato a dire nome, cognome e indirizzo, non sa quante volte mi è già tornato utile.

Partirono a cercarla in sei, a coppie, due in una direzione, due nell’altra, lungo la riva. Gli ultimi salirono i gradini verso la strada, con passo pesante. A loro toccava il lavoro ingrato della perlustrazione dell’area di maggior pericolo, lontano dalla brezza rinfrescante della marina, a cercare un corpo che interrompesse la continuità della segnaletica orizzontale tra i vapori dell’asfalto e le meteore acustiche delle radio che sfrecciavano con il volume altissimo fuori dai finestrini.

Nel frattempo il bagnino si era rassegnato a scendere, e quel gesto imprevisto sembrò a tutti di una gravità solenne. Con una corsa più atletica di quella che si sarebbe potuto immaginare essere alla sua portata, raggiunse il telefono del bar e compose alcuni numeri. Irma lo seguiva con lo sguardo chiuso verso il basso, a breve distanza. Aveva la sensazione di essere di troppo eppure di non poter lasciar fare senza partecipare.

Con la cornetta pinzata tra l’orecchio e la spalla il bagnino parlava contemporaneamente con lei e con non le era chiaro bene chi.

Una bambina.

Quanti anni? Tre, quasi quattro.

Quattro anni, ripeté nel telefono. Capelli?

Corti, biondi con i riflessi rossi.

Capelli chiari.

Nome?

Anita.

Anita.

Riattaccò. Vedrà che ora la trovano, signora. Li trovano sempre.

Il mare è calmo, oggi.

Magari voleva solo andare al parco giochi vicino alla cartoleria o ha seguito qualche altro bambino.

Sì certo. Poteva essere.

L’orizzonte del plausibile si estendeva a perdita d’occhio, interrotto da buchi neri di tragedia che nessuno era disposto a prendere in considerazione.

Una voce aspra gracchiò dagli altoparlanti dello stabilimento a fianco:

Stiamo cercando Anita: quattro anni, capelli corti e chiari. Indossa un costume blu con i fiocchetti verdi. Chi l’avesse vista per favore avvisi telefonicamente i Bagni Sirena.

E dopo poco un altro e un altro ancora.

I gestori delle spiagge lanciavano segnali nell’etere, amplificando l’assenza, che dilagava rimbalzando come un’eco tra lettini e ombrelloni. Ora gli occhi di tutti cercavano una bambina sola con il costumino blu. Sua figlia era diventata improvvisamente la figlia di tutti.

Irma rispondeva meccanicamente alle domande degli interessati e dei curiosi, scoprendo che Anita non aveva nulla di speciale che potesse renderla identificabile senza fallo. Un neo visibile sulla pelle nuda, una cicatrice disegnata sul ginocchio da una caduta, un dentino scheggiato da un incidente con il triciclo. Niente.

Sentì la propria voce alzarsi sul brusio diffuso dell’onda, che mescolava tutto in uno sciabordio indistinto. Il richiamo si perdeva tra le altre voci, si scioglieva nella calura, si frantumava in piccole chiazze, schiumose e frizzanti, sul bagnasciuga.

Anita.

La difficoltà di scegliere una direzione verso cui orientare la ricerca era il sintomo di una paralisi nutrita dal terrore.

Le venne in mente che sua nonna le raccontava che quando si smarrisce qualcosa bisogna chiedere aiuto a Sant’Antonio, il santo delle cose perdute. Era una filastrocca semplice: la nonna la ripeteva a testa china quando con gli occhi sul pavimento cercava l’ago da ricamo. La filastrocca non la sapeva più, aveva perduto anche quella.
Sant’Antonio degli smarriti aiutami lo stesso.

La fede è volubile, sparisce e ti abbandona, ma tende a tornare quando nulla va lasciato di intentato.

Sant’Antonio fammela ritrovare.

Irma con la coda dell’occhio vide Patrizia, la vicina di ombrellone, sgridare uno dei figli. La vide, perché sentire si sentivano poco anche i suoi rimproveri striduli.

Era la quarta volta che Giovanni distruggeva la pista.

Lui e gli altri bambini si erano ritagliati a fatica una fetta di spiaggia e poi con i secchielli avevano fatto la spola per trasportare l’acqua. La sabbia bagnata, compattata con le mani, diventava dura come cemento e ci potevi costruire paraboliche e tunnel. Il ponte però era crollato di nuovo, perché Giovanni ci era saltato sopra. Piedi piccoli, rotondi come bombe: Giovanni sembrava metabolizzare il cibo trasformandolo in massa corporea ad alto peso specifico. Matteo l’aveva ripetuto mille volte che non lo voleva tra i piedi, ma era chiaro che sua madre riteneva la libertà di espressione di suo fratello più importante dell’integrità della pista.

Irma guardò Giovanni, la sua stupida paletta a forma di conchiglia. Poi inspirò profondamente l’odore dolciastro di olio abbronzante al cocco e tirò gli occhi in una fessura rivolta controluce al riflesso del sole sul mare piattissimo, in cui i bagnanti fluttuavano come pastina nella minestra. Poi gli si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla spalla – non toccava mai le persone, non le piaceva, e soprattutto non toccava i bambini in spiaggia perché erano sempre appiccicosi di sudore, gelato e crema solare.
Ti dico un segreto, gli sussurrò. Laggiù, tra gli scogli, dei bambini hanno trovato dei granchi enormi, con le chele rosse e lunghissime antenne. È facilissimo prenderli: basta mettere un sasso dentro il secchiello e quelli, che sono stupidi, ci entrano da soli pensando che sia qualcosa che si mangia. Se mi dici dove è andata Anita ti accompagno e ne prendiamo uno.

Giovanni girò la testa tonda in direzione del molo grande, come se fosse possibile vedere i granchi giganti zampettare tra le rocce anche da lontano.

Il molo grande era così grande che sembrava vicino.

Irma lo guardò anche lei, un verme roccioso e scuro oltre la prospettiva lattiginosa dei corpi sdraiati sul bagnasciuga.

Forse Anita era là, con un sasso e un secchiello, a caccia di granchi giganti, la testa rotta come un uovo, il piede incastrato tra due pietre mentre la marea saliva inghiottendola, con la bocca aperta sott’acqua in un grido feroce e muto, come un ghigno di murena. Scacciò l’immagine sostituendola con quella del pappagallo dalle piume colorate che, sbattendo le ali, sollevava un pulviscolo di segatura e mangime sotto il tendone del bar.
Le ragazze in fila alle docce avevano parrucche di sapone e meravigliosi piccoli segreti. Giovanni le disse che non sapeva dove fosse Anita, perché Anita era una femmina e le femmine non giocavano con loro alle biglie.

Ancora pochi anni, pensò Irma, e saprete dire di ciascuna il numero dell’ombrellone, pensò, e in quel momento il vecchio della quarta fila le strinse l’avambraccio con dita secche.

Venga, si sieda, beva un bicchiere d’acqua.

E con una forza spenta dagli anni ma decisa, la trascinò ai tavolini del bar, la fece sedere premendole una spalla verso il basso e le sue ginocchia si piegarono e cedettero con uno scatto. Se la sedia non fosse già stata lì sarebbe caduta a terra senza opporre resistenza. Si rilassi e aspetti qui, quando la troveranno è importante che ci sia la sua mamma ad aspettarla.

Sono passati solo venti minuti, ci scommetto che in mezz’ora, forse anche meno, avremo notizie.

Patrizia si avvicinò stringendo tra le dita dalle unghie laccate lucide il cornetto di corallo rosso che le pendeva dalla lunga catenella d’oro nella fessura tra i seni.

Se te l’hanno presa che sfortuna.

La condensa fredda opacizzava il vetro del bicchiere.

Ingoiò due sorsi e poi staccò la mano, osservando l’impronta delle dita sparire lentamente.

Il vecchio sorrise con denti appuntiti e radi, rabboccò l’acqua mancante e fu come se lei non avesse mai bevuto.



Leggi gli altri racconti vincitori della borsa di studio “Giuseppe Pontiggia”: Mio nonno abbaia e Macchine che scrivono.

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