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Il testo vincitore della borsa di studio “I mestieri del libro”

Il testo vincitore della borsa di studio “I mestieri del libro”

Vincenzo Politi, autore della scheda su Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (NEO Edizioni 2021), è il vincitore della borsa di studio per il corso online I mestieri del libro, in programma dal 27 ottobre.

La scheda risulta ben strutturata: la sinossi è efficace; la parte di commento – pur tralasciando in qualche punto di fornire adeguate argomentazioni a supporto delle impressioni dell’autore – offre spunti penetranti e prende in esame le diverse dimensioni del testo (titolo, trama, stile, tematiche), sforzandosi di identificare anche un pubblico di riferimento.

Tra gli altri partecipanti al bando, si segnalano Francesca Lombardo, con la scheda dedicata a Lingua madre di Maddalena Fingerle (Italo Svevo 2021), per la qualità della sinossi, accurata e capace di restituire la consistenza del romanzo; e Elena Sargiotto, con la scheda su Il cantiere di Berto di Carlo Piano (e/o 2021), che nel commento bilancia con efficacia la parte valutativa e quella dimostrativa e prova a collocare il romanzo all’interno del panorama editoriale.


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Titolo: Beati gli inquieti
Autore: Stefano Redaelli
Editore: NEO
Data: 18 febbraio 2021
Genere: Narrativa Letteraria
Spazio della narrazione: Casa delle Farfalle (clinica psichiatrica)
Personaggi: Antonio (protagonista e voce narrante); i folli; la Dottoressa

Trama. Antonio vuole studiare i folli di Casa delle Farfalle. Ottenuto il permesso dalla Dottoressa, trascorre alcune settimane nella clinica vivendo con loro e come loro. Questa esperienza lo porta a una serie di riflessioni personali. Decide di prolungare la sua permanenza per sperimentare nuovi modi per interagire con i folli, per esempio attraverso la lettura e messa in scena di alcune opere letterarie. Tali metodi appaiono troppo esuberanti al personale della clinica e anche alla Dottoressa, la quale teme che Antonio stia intrecciando una relazione con una delle pazienti più problematiche. Antonio sviluppa una strana paranoia nei confronti della Dottoressa, del cui permesso ha però bisogno per prolungare la sua permanenza in clinica. Nei loro incontri decide quindi di non essere completamente sincero con lei. I folli, intanto, si abituano alla presenza di Antonio: lo considerano uno di loro e dicono che sia arrivato a Casa delle Farfalle da molto più tempo di quanto lui sostenga. Alla fine Antonio è costretto ad ammettere a sé stesso che lui non ha trascorso solo poche settimane nella clinica, ma diversi anni: anche lui è un folle. Questa ammissione di realtà è il primo passo verso la sua guarigione.

Valutazione. La trama è il pretesto per esaminare il confine tra ragione e follia. Gli episodi della storia, infatti, sono inframmezzati da considerazioni filosofiche che la voce narrante sviluppa attraverso uno stile lirico e misticheggiante. La vocazione mistica del romanzo è del resto manifesta nel titolo, che promette un viaggio fra i beati ultimi di evangelica memoria.
Il romanzo, proprio come i folli che vorrebbe raccontare, rischia di essere ‘schizofrenico’ e scisso. La parte filosofica è stilisticamente elegante e certe pagine scuotono il lettore, ma le conclusioni a cui giunge il protagonista potrebbero riassumersi in luoghi comuni come “i veri folli sono quelli fuori dalle cliniche”, eccetera. La parte narrativa, che dovrebbe raccontare una realtà dura e scabrosa, è popolata da personaggi troppo evanescenti e indefiniti per risultare credibili. Ironicamente, l’autore commette il crimine di cui accusa la società: riduce i folli all’insieme delle loro manie e dei loro scatti nervosi. In questo modo li deumanizza, tanto che alla fine il lettore difficilmente avrà imparato a conoscerli (o a distinguerli). Antonio stesso rimane avvolto da una nebbia che non ne amplifica il mistero, lo appiattisce solamente.
La parte narrativa è anche debole stilisticamente. I dialoghi sono troppo ‘scritti’ per risultare realistici. Certi momenti sono banali come quando, in una delle ‘scene madri’ della storia, un folle giunge alla conclusione che “Dio” significa “Di’-Io”, ovvero che il divino scaturisce dall’affermazione del sé: l’idea poco originale, il gioco di parole perplime. Così come del resto perplime il prevedibile ‘colpo di scena’ in cui si scopre che Antonio è in realtà un paziente della clinica.
Nell’epilogo, il romanzo adopera lo stratagemma del ‘manoscritto ritrovato’ (la Dottoressa invia il ‘diario di Antonio’ a un editore; non si sa se il contratto editoriale sia poi stato offerto a lei o a lui) ed elenca le descrizioni dei quadri di uno dei folli: artifici poco necessari all’economia della storia.
Pur trattando temi importanti e nonostante alcune qualità stilistiche, il romanzo non è mai troppo frammentario, sperimentale o ‘folle’. Al contrario, è sufficientemente innocuo e con delle soluzioni narrative ‘telefonate’ e sentimentalistiche da risultare gradevole per lettori di narrativa non di genere, specie se intrisa di malinconia, di cultura media, di aspettative non eccessivamente alte.

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