Lo scrittore che legge di Matteo B. Bianchi/4

Lo scrittore che legge di Matteo B. Bianchi/4

Dal 25 giugno al 16 luglio Matteo B. Bianchi, scrittore, direttore e fondatore della rivista ‘tina, che dal 1996 pubblica racconti di autori esordienti e non, è “Lo scrittore che legge” su TYPEE. Per quattro settimane leggerà e commenterà i racconti della community, tre racconti per ogni video di cinque minuti, esaminando lingua e stile, smontando meccanismi narrativi e sottolineando l’importanza dell’inaspettato.

Il capitolo precedente de Lo scrittore che legge è qui.


CAPITOLO 4



La poesia, di sinapsineuronica

Ho un cugino che abita da molti anni negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove aveva aperto un negozio di fiori. Da un po’ di tempo Egisto, si chiama così, s’è messo a scrivere poesie. Forse il suo stare tutto il giorno in mezzo ai fiori, ha fatto sbocciare la sua vena poetica, fatto sta che da un po’ di tempo mi manda le sue composizioni poetiche e io, quando mi piacciono, cerco di condividerle con gli amici. L’ultima che mi ha mandato l’ho trovata bellissima, tanto che l’ho imparata a memoria (sono 221 endecasillabi, riuniti in 20 strofe di 11 versi ciascuna, più un verso finale). Stamattina mi sono incontrato con i cari e vecchi amici Carlo e Marta. Loro come me erano ai grandi magazzini per fare alcune compere. Ci siamo detti che all’uscita saremmo entrati alla caffetteria qua vicino e ci saremmo fatti una bella chiacchierata. Nel frattempo, non ho potuto fare a meno di recitare loro la poesia di mio cugino per più e più volte, mi pare per sette volte, tra una compera e l’altra. Quando siamo usciti dai grandi magazzini mi hanno detto che si sono ricordati di un altro impegno e sono andati via di gran fretta. Io sono entrato ugualmente al caffè, mi sono sistemato a un tavolino e ho ordinato un calice di prosecco. Nel tavolino vicino al mio c’erano due ragazze che prendevano il cappuccino. Dopo aver incrociato per varie volte lo sguardo con una di loro, ho preso coraggio e ho attaccato discorso. Subito ho voluto far ascoltare la poesia di mio cugino alle due ragazze che hanno seguito con lo sguardo sognante. Quindi, dopo un breve intervallo, ho ripreso a recitare la poesia mettendoci più pathos. Quando ho attaccato per la quarta volta la mia recita, una delle due ragazze s’è alzata di scatto e, forse per errore, ha allungato il piede colpendomi nello stinco della gamba destra. Poi è corsa via dicendo che là fuori dal locale era passato un suo amico al quale doveva parlare urgentemente. Ho continuato a recitare la poesia ripetendola per altre tre volte. La ragazza rimasta ad ascoltarmi all’improvviso si è rattristata, forse colpita da alcuni versi dolenti della poesia. Quando ho riattaccato per la quarta volta s’è alzata anche lei, mi ha salutato tutta scura in viso e girandosi ha fatto per buttare sul tavolo il fazzolettino con cui si era pulita la bocca, ma forse ha spinto troppo la mano e questo mi è arrivato in piena faccia. Anche lei è uscita dal locale. Rientrando a casa continuavo a pensare a quella ragazza che si era così emozionata sentendo quei versi dolenti della poesia, e lì per lì ho deciso di tagliare il testo proprio per evitare che chi l’ascolta si commuova troppo. Ho tagliato anche qualche altra parte sino a ridurre la poesia alla metà dell’originaria, centodieci versi. Solo che alla fine ho fatto confusione con l’ordine delle strofe e quando mi sono messo a recitarla ad altri due amici al bowling, dopo averla declamata per tre volte, e dopo aver notato che facevano una faccia strana, mi sono fermato e loro si sono allontanati all’instante per riprendere la partita che avevano interrotto. Per rimediare ai tagli ho deciso di riportare la poesia alla sua forma originale ma, stranamente, forse per tutta la confusione che ho fatto, quando la mattina dopo mi sono svegliato non ricordavo quasi nulla della poesia, e neppure ricordavo a chi l’avevo declamata e a chi no. Prima di uscire mi sono preso il foglio dove l’avevo stampata, in modo da poterla leggere per bene, e il caso ha voluto che incontrassi Carlo e Marta. Ho subito parlato loro della poesia di mio cugino e ho iniziato a leggergliela, ma Carlo mi ha bloccato per dirmi:
“Saverio, è la stessa poesia che ci hai declamato ieri!”
“Beh, non ero certo di avervela letta perché ho fatto confusione. Forse vi ho letto quella tagliata perché certe strofe erano troppo dolenti. State a sentire il testo originale che è meglio.” E a quel punto l’ho riletta per intero quattro volte. Stavo per attaccare la quinta lettura quando Marta ha chiesto a Carlo se a casa loro aveva chiuso il rubinetto del lavandino che lei aveva aperto e dimenticato. Carlo ho risposto con un NO gigantesco e ha fatto una faccia allarmata.
Sono scapati senza neanche salutarmi. A quel punto un colpo di vento mi ha strappato di mano il foglio e questo s’è fermato nel balcone al primo piano di una palazzina. Sono corso là e ho suonato il campanello della famiglia Baldin. Mi ha aperto una giovane con un asciugamano sulla testa, segno che era appena uscita dalla doccia. Le ho spiegato cosa m’è capitato e lei mi ha ridato il foglio con la poesia. Comunque, là nel pianerottolo ho voluto leggerle per cinque volte la bella poesia di mio cugino. Forse per via della corrente d’aria, formatasi tra l’appartamento e la tromba delle scale, fatto sta che la porta d’ingresso all’improvviso s’è chiusa sbattento violentemente e sfiorandomi le dita della mano che tenevo nello stipite. Ho suonato nuovamente il campanello una decina di volte ma niente. La tizia doveva essere tornata a farsi la doccia.


Luce nel buio, di Sarah_8

Il pastello calcò il foglio con una linea curva che si interruppe a metà strada; Lavinia fissò la punta blu, spezzata, rotolare sulla superficie bianca e atterrare sulla moquette del salotto. Non le piaceva quella moquette, ogni volta che si alzava di notte per andare a fare la pipì sfregava sotto i piedi nudi come una spugna. Alzò lo sguardo quando una grassa risata bucò lo schermo della tv. Quei signori si stavano facendo degli scherzi, ma non aveva capito bene perché continuava a distrarsi con i disegni e i colori. Afferrò un altro pastello, il rosso era il suo preferito e si vedeva da come fosse ancora nuovo, con la punta quasi intonsa e posizionato sopra tutti gli altri, il più importante. Sembrava il rossetto della mamma nei suoi giorni sì, quello che dipingeva labbra sorridenti e che si confondeva con alcuni dei fiori che amava curare nel giardino. A volte si avvicinava alla grande finestra vetrata e faceva finta di essere lei a colorarli con le sue matite, immaginando di avere una tela infinita davanti. Continuò la linea interrotta e si perse di nuovo nel suo mondo, finché non sentì la mamma muoversi dal divano: aveva cambiato posizione, stringendosi la vestaglia al petto.
«Hai freddo?» le chiese in un sussurro. Il volto della mamma si mosse appena in segno di diniego, illuminato dal neon intermittente della televisione. Si alzò lo stesso, andandole a prendere un plaid dalla sua stanza.
«Perché non dormi?».
Dovette abbassarsi per sentire la flebile domanda della madre e il suo respiro le soffiò nell’orecchio, solleticandola. Alzò le spalle e le sistemò la coperta addosso.
«Così».
In realtà non le piaceva stare da sola nel lettone. Era tranquilla solo quando, sotto le coperte, allungava i piedi e sentiva il calore delle gambe della mamma. E poi, dopo cena si era messa a leggere tante carte e aveva tirato fuori quel barattolo, quello con il tappo rosso. Era da tanto che non lo vedeva. L’ultima volta era successo un gran caos, era uscita da scuola e il nonno le aveva detto che la mamma era in ospedale; visto che sarebbe stata qualche giorno con lui, erano passati da casa a prendere le sue cose. E l’aveva visto, quel barattolo, per la prima volta da vicino, sul tavolo, non dalla mensola alta del bagno. Non sapeva perché, ma la mamma ogni tanto aveva i giorni sì ed ogni tanto i giorni no. I giorni sì erano i migliori perché si svegliava prima di lei e le preparava i pancake oppure uscivano presto per andare a prendere una brioche al bar. Qualche volta segretissima saltavano la scuola e andavano in macchina fino al mare a scattare foto e ridere tantissimo, un giorno avevano riso fino alle lacrime. Nei giorni no invece non sempre si alzava dal letto e quando lo faceva era triste e camminava lentamente anche dentro casa. Non la aiutava a fare i compiti e non cucinavano insieme. Lavinia aveva imparato a riconoscere i giorni no e allora stava zitta come un topolino perché non voleva darle fastidio, però era attenta a stare sempre con lei perché non voleva che piangesse. Tornò ad inginocchiarsi davanti ai suoi fogli, ma non le piacquero più. Forse avrebbe preso i cartoncini per fare delle forme e tagliarle. Poco dopo però, uno sbadiglio le fece poggiare la testa sulla moquette e fissò al contrario le immagini veloci e luminose, le figure felici cominciarono a mischiarsi, i contorni divennero più sfocati e ben presto si persero nel buio delle sue palpebre addormentate. Fu per questo che non si accorse di una figura alle sue spalle, nel giardino fiorito, che fissava sua madre attraverso il vetro.

Sentì qualcosa sui capelli. Un soffio di vento o una carezza. Faticò ad aprire gli occhi, ma l’aria fredda che si infilava sotto il pigiama la spinse a svegliarsi definitivamente. La mamma ha spento la tv, fu questo il primo pensiero coerente che si affacciò tra gli ultimi brandelli di sonno. Si strofinò un occhio e si tirò su, volgendo la testa verso la finestra. I colori della prima alba tingevano il cielo, ancora troppo deboli per inondare la stanza.
«Lavinia».
Sussultò e si voltò di scatto verso la voce.
«Papà» mormorò stupita. Non lo vedeva da tanto, uno, due, tre mesi. Non se lo ricordava, il tempo le scorreva sempre veloce e c’era la scuola, i compiti, le sue amiche e la mamma. Doveva occuparsi della mamma.
«Andiamo, tesoro. Vieni con me».
Lavinia lo fissò, sbattendo le palpebre e non rispose, cercando di affrontare quella situazione surreale. Forse era un sogno. Fu solo in quel momento che Lavinia spostò lo sguardo sulla madre e vide il suo volto stordito, la bocca semiaperta, gli occhi spalancati. Muta, vuota.
Un sogno, un sogno. Era solo un sogno.
Qualcosa dentro di lei si agitò come un cigno intrappolato in un cespuglio di rovi, ma non comprese del tutto. Un paio di lacrime le rigarono le guance, ma non riuscì a muoversi.
Di nuovo qualcosa tra i capelli, la mano di suo padre.
Per qualche motivo le affiorò una consapevolezza: forse era suo padre a curare i fiori tutte le notti.


Birra, bro!, di Giampiero Pancini

Christofer, che in realtà si chiama Cristiano, ma è un nome troppo da prete, al secondo giro dell’isolato si chiede se stavolta ne sarà capace. In più fa un caldo che scioglie il carattere.
E sì che il Grappo dice che è la cosa più facile del mondo: entri, fai l’indifferente, magari cazzeggi con in mano le scatole dei biscotti, poi fai sparire quelle che servono nello zaino.
Ma lui non è così abile nel taccheggio. O almeno così crede, perché quando si tratta di andare a scavallare nel negozio del Maranga, anche solo per il gusto di prendere le cose senza pagarle, alla faccia di tutti quegli stronzi che dicono che sono un branco di perdenti, lui trova sempre una scusa per non entrare o per tornare a casa. Ma dubita che ci abbiano mai creduto.

Infatti stavolta lo hanno mandato da solo: «Se vuoi restare devi procurarci da bere, Bro». Proprio la birra deve portare via, quella che quell’uomo dagli occhi scuri sorveglia più delle sue stesse figlie. Che quelle può tenersele in casa, che Giusy le batte tutte e due messe insieme. E fa girare la testa ai maschi ogni volta che passa per andare dal Kevin, che è il capo. E lui gode a vedere l’effetto che la sua donna fa sugli altri. E il sangue gli va giù dentro le mutande, cazzo. È solo una questione di potere, non c’entra niente con l’amore.

Christofer è ormai al terzo giro davanti al negozio del Maranga, e non si decide a entrare. Se almeno il sole non picchiasse così forte avrebbe potuto aspettare ancora un po’ per vedere come stanno le cose: non vuole farsi sgamare. Il Grappo, sempre quel sacco di merda, dice che si deve avere tutto sotto controllo: «Devi essere certo che puoi sparire, fratello».

Invece adesso entra per non morire abbrustolito, le spalle rincalzate nella maglietta, lo zaino troppo vuoto che si vede da lontano che ha brutte intenzioni. C’è penombra e puzza di marcio, ma non c’è nessuno, neppure il proprietario: sarà da qualche parte a pregare. (Che cazzo di cetrioli sono quelli dentro la cesta? Con le spine, Bro! Mai visti). Però non è da lui lasciare la baracca incustodita. Da quando nel quartiere, uno dopo l’altro, hanno chiuso tutti i negozi, la gente va altrove a fare la spesa, almeno quei pochi che hanno i soldi, e non chiedono i sacchetti alla Caritas. Qui vengono gli ubriachi e qualche ragazzino spedito di corsa dalle madri che si sono scordate i tovaglioli o l’olio. Massimo la Coca, la bevanda, e lui sta sempre alla cassa.

Christofer percorre il primo corridoio e arriva davanti allo sportello delle bevande. Si sente solo il rumore del frigo e il ronzio dei neon, come in un cavolo di film americano. Apre lo sportello a vetri e ne estrae una confezione di lattine: le mani gli tremano, e non per il freddo. Se lo sgamano, le suore non lo faranno uscire dall’istituto per mesi, magari anni… Quelle!
Soppesa le lattine per capire se entrano nello zaino, decide di sì, un’altra occhiata in giro e va verso la porta.
È fuori in un secondo, esaltato di brutto. Magari stavolta Giusy gli rivolge la parola, lei che gli ultimi manco li vede, branco di perdenti! Invece, con quel carico da sei, gli potrebbe anche sorridere. «Ciao Chris», gli dirà. E a pensarci il sangue gli torna nelle mutande.

Le gambe ancora gli tremano, ma nessuno lo ha rincorso, nessuno lo ha visto nel negozio deserto. «Cazzo che fortuna, Bro. Ma come cazzo è potuto succedere?».
«E che cazzo ne so?». Si sente libero. Si sente forte. Si sente pronto per la bomba che girerà insieme alla birra, in quella stanza merdosa e puzzolente dove Kevin e il Grappo lo aspettano, magari per prenderlo per il culo. Ma stavolta ci sarebbe stato dentro. Avrebbe imposto alle gambe e alle mani di smettere di tremare e li avrebbe sorpresi con l’aria più bastarda che sarebbe riuscito a mettersi in faccia: «Sei un duro del cazzo, Bro», gli avrebbe detto Kevin, e da allora sarebbe stato tutto diverso. Sarebbe stato parte di qualcosa, qualcuno lo avrebbe visto, ché lui non lo vede mai nessuno: la maggior parte di loro non sa neppure il suo nome.
E gli educatori dell’istituto? Che si fottano. Loro e le suorine che vengono a consolarli: poveri orfanelli, dicono, e li tengono tutti lì, mica li danno in affidamento! «Meglio avere due papà che non aver nessuno», aveva detto all’assistente sociale che voleva affidarlo a una coppia di uomini, poi non se n’era fatto niente. Ma lui adesso una famiglia ce l’ha: il Kevin e gli altri.

«Che storia, Bro!». Molla un rutto portentoso e cammina verso la cantina. Meglio tacere del reflusso da stress: non è certo un argomento da duri.
Si guarda ancora indietro, e si mette in bocca un Gaviscon che gli hanno dato le suorine.

Scavallare – rubare
Maranga – cittadino straniero nord africano
Sgamare – beccare, scoprire
“Grappo” da Grappare – sudare
Bomba – sigaretta alla cannabis
Starci dentro – essere accettati

Commenta

Your email address will not be published.

Commenta con Facebook