Esordire. La parola agli allievi della Scuola annuale – Belleville News

Esordire. La parola agli allievi della Scuola annuale

Esordire. La parola agli allievi della Scuola annuale

Chiara Deiana, Giulia Lombezzi, Gianmarco Perale e Francesco Spiedo sono ex allievi del corso annuale di scrittura di Belleville. Tra il 2020 e il 2021 hanno pubblicato i loro romanzi d’esordio: La stagione più crudele (Mondadori 2021), La sostanza instabile (Giulio Perrone Editore 2021), Le cose di Benni (Rizzoli 2021), Stiamo abbastanza bene (Fandango 2020). Per il lancio della nuova edizione del corso annuale li abbiamo intervistati per scoprire da dove traggono le idee e come lavorano per trasformarle in storie, quali sono gli autori a cui si sono ispirati, quali difficoltà tecniche hanno affrontato e quali errori hanno imparato a evitare.


1. Da dove prendi le idee?


Chiara Deiana
Il nucleo emotivo di quello che scrivo deriva quasi sempre da un sogno, perché di solito i sogni raccontano delle tematiche che mi toccano nel profondo e arrivano in una forma compressa, fortemente simbolica. Questo mi permette di avere una scena centrale, un’immagine da cui partire per provare a districare un’idea di trama. Lo sviluppo dell’intreccio, però, è sempre razionale e la progettazione passa attraverso schemi, scalette e domande che raccolgo nei miei taccuini. Progettare in analogico per me è fondamentale per pensare, perché è solo quando tiro tutte le fila della storia su carta che ho l’impressione di capire davvero che cosa sto scrivendo (e quindi cercando).


Francesco Spiedo
Per un lungo periodo ho seguito le indicazioni platoniche, che per quanto riguarda l’aspetto amoroso si sono dimostrate piuttosto efficaci, meno nella ricerca delle idee: questo benedetto Iperuranio non l’ho mai trovato, quindi mi sono accontentato della fila al supermercato, le chat con gli amici, le notizie di cronaca, gli aneddoti di paese. E le birre. Le birre hanno sempre un sacco di idee.


Giulia Lombezzi
Le idee per scrivere mi arrivano da tante direzioni: fatti di cronaca, fenomeni o personaggi che mi colpiscono, vicende personali e altrui che rielaboro, scene che colgo in giro e creano l’innesco per un racconto. Recentemente ho scritto una pièce ispirata alla figura di Greta Thunberg. Uno dei miei spettacoli più fortunati è nato dall’esperienza in un villaggio turistico, un altro dal lavoro in un call center. Per scrivere un racconto, La vita è un gioco, ho osservato per un pomeriggio, al mare, un giovane padre. Il mio primo romanzo, La sostanza instabile, richiama la tragedia di Piazza San Carlo a Torino.


Gianmarco Perale
Non saprei. Situazioni che ho vissuto o che ho letto o di cui mi hanno parlato. Dialoghi, ossessioni, manie, segreti, vite degli altri. Personaggi interessanti, reali e non. Semplici o complessi. Per esempio: due ragazzi, distesi a letto, discutono per un messaggio arrivato di notte, da un ex fidanzato. Oppure: due amici, al bar, parlano di calcio. Bevono un caffè, ridono. Dopo un po’ si alzano, pagano e se ne vanno a casa. Uno dei due si siede sul divano, prende il telefono, va su YouTube e guarda video di serpenti che ingoiano topi e conigli, tutto il pomeriggio. E lo fa tutti i giorni.
Non penso alla trama. Mi interessa lui. Mi fisso sul personaggio e ci penso tutti i giorni. Penso a come vive. Immagino i dialoghi con lui, mentre mi mostra i video e mi spiega l’apparato digerente dei rettili. Penso a come sarebbe vivere, pranzare e cenare assieme a lui, guardare una partita di calcio bevendo una birra. Immagino di essere lui. Creo un protagonista, costruendogli attorno una vita. Lo metto in difficoltà, mi diverto. Se lo trovo interessante, continuo e mi spingo in profondità.


2. Quali autori ti hanno insegnato qualcosa sulla scrittura?


Chiara Deiana
Le storie che ho letto durante l’adolescenza sono quelle che mi hanno segnata maggiormente. Durante il liceo ho avuto una passione – al limite dell’ossessione – per i romanzi di Stephen King e Chuck Palahniuk. Mi hanno insegnato a esorcizzare la paura (in qualsiasi forma) attraverso la scrittura: sulla pagina non ci sono limiti, nelle storie puoi reinventarti ed essere cattivo, incazzato, volgare, meschino o crudele senza pagarne le conseguenze nella vita vera. L’importante è che quando scrivi non dimentichi che stai parlando con qualcuno. La più grande lezione che ho appreso da loro è che scrivi perché vuoi esprimerti, certo, ma sei lì perché qualcuno ti ascolta. La prima regola è non annoiare mai il tuo Fedele Lettore.


Francesco Spiedo
Tutti. Quelli che scrivono libri che mi piacciono perché l’invidia aiuta a rubare senza sentirsi in colpa. Quelli che scrivono libri che non mi piacciono perché la consapevolezza di ciò che non mi piace mi impedisce di fare le scelte sbagliate, che poi mi farebbero sentire in colpa. Moore, Adams e Green mi hanno fatto capire che vorrei un po’ di spirito nelle storie, c’è già abbastanza serietà nel mondo. Ah, anche quelli che scrivono libri che non mi fanno né caldo né freddo perché mi spingono a osare, sempre.


Giulia Lombezzi
Hemingway mi ha insegnato che la storia più semplice del mondo può essere raccontata nel modo più luminoso, quindi a tenermi sempre aggrappata alla materia. Michele Mari mi ha insegnato come far vivere oggetti, luoghi, dettagli, dando loro un’importanza meticolosa e straziante. Donna Tartt, Nathan Hill e Jonathan Franzen mi hanno insegnato il disegno sghembo, casuale eppure puntualissimo con cui si collegano presente e passato. Jennifer Egan mi ha insegnato cos’è il mare. Walter Siti mi ha insegnato a essere onesta. Stephen King a essere testarda.


Gianmarco Perale
Su tutti Hemingway. Lo leggevo a diciotto anni, e l’ho riletto nel tempo. Amavo i contenuti: toreri, cacciatori, caldo, paura, morte, coraggio. Empatizzavo con il suo stile. Ricopiavo i suoi racconti, modificandoli un po’, e dicevo di averli scritti io. Poi Carver, Kristof, Pavese, Ammaniti, Falco. Ce ne sono tanti.


3. C’è un errore che facevi all’inizio e che hai imparato a evitare?


Chiara Deiana
Ho sempre avuto difficoltà a “innescare” le storie. Nello scrivere parto dalla costruzione dei personaggi e del mondo in cui sono inseriti, e dopo essermi affezionata a loro, dopo aver creato dei mondi che mi piace abitare, faccio fatica a far accadere qualcosa che modifichi gli equilibri. Con il tempo ho capito che questo è parte del mio meccanismo di scrittura e la cosa che è cambiata, ora che ne sono consapevole, è che so gestirlo: se prima ci mettevo mesi per capire che ero finita in una “bolla” di immobilità, adesso in pochi giorni mi accorgo che la stanza si è fatta stretta, quindi apro subito la finestra per portare scompiglio sui “fogli” della mia scrivania.


Francesco Spiedo
Magari fosse soltanto uno! Citerò i due più importanti: temere che il lettore possa non capire ed essere tremendamente logorroico. Sulla paura penso d’aver imparato che tutto sommato è una situazione naturale, il corollario di qualsiasi forma di comunicazione, ancor più inevitabile quando l’io parlante, o scrivente, non è presente nel momento in cui il soggetto ascolta o legge. L’interpretazione è qualcosa che sfugge al tuo controllo, meglio concentrarsi sullo scrivere la storia come la si sente, come la si vede. Poi magari, con un po’ di fortuna, il lettore ci troverà dentro qualcosa che tu non avevi immaginato.
Sulla prolissità niente, non riesco proprio a evitarla. Però faccio tanto editing, eh.

Giulia Lombezzi
All’inizio tendevo a spiegare molto, lasciando al lettore poca fatica. Questo è un errore, dovuto al fatto che, fra una stesura e l’altra, per chiarire a me stessa dove stessi andando mi servivano varie frasi, più di quante fossero necessarie a chi avrebbe letto. Ci sono dei vuoti, nella prosa, che è il lettore a dover riempire, piccole verità che vanno lasciate implicite, domande a cui si risponde più tardi, o anche mai. Poi ho imparato a mitigare il narcisismo, a lavorare di sottrazione togliendo passaggi che esaltano virtuosismi descrittivi ma non sono utili per la storia. Insomma, ho assimilato dei processi che definirei, per molti versi, scultorei.


Gianmarco Perale
A vent’anni ero convinto di avere una voce, e invece era l’ego.


4. Che consiglio daresti a qualcuno che aspiri a esordire?


Chiara Deiana
Di scrivere tantissimo, ogni giorno feriale e con degli orari precisi. Scrivere, per me, è come praticare sport: ci sono dei gesti tecnici che impari solo facendoli e rifacendoli, a un certo punto scatta una sorta di coordinazione occhio-mano che ti permette di andare in automatico e di sentire prima (e più velocemente) quando qualcosa non “gira”. Questo non è un meccanismo economico perché ti costringe a scrivere tanto e tagliare quasi altrettanto, ma funziona per imparare a non affezionarsi troppo a quello che scrivi: ogni giorno produci così tanto che abbatti, a colpi di tasti, la paura di non essere in grado di tirare fuori qualcosa di nuovo.


Francesco Spiedo
Non pensare alla pubblicazione. Per niente. Non lasciarsi ossessionare dall’idea di pubblicare, di vedere il proprio nome in copertina, non credere che da quell’evento dipenda tutto, che le cose diventeranno bellissime. Non è una gara. L’importante è divertirsi. Se ci si diverte, si scrive sicuramente meglio, e se si scrive meglio aumentano anche le possibilità di esordire. Tutto torna, ma non pensare alla pubblicazione.


Giulia Lombezzi
Non far leggere il tuo lavoro a troppe persone, non sparpagliarlo prima del tempo e soprattutto non dar retta alle opinioni di tutti; scegli pochi mentori solidi e affidabili (che siano tutor, editor, agenti letterari), e confrontati solo con loro. Leggi moltissimo. Cerca di capire perché ti piacciono i libri altrui, e fai in modo che anche il tuo ti piaccia ugualmente. Sii severo con te stesso e umile con chi hai scelto di ascoltare, ma mai modesto. Essere modesti, questo mi hanno insegnato, è una forma di pigrizia, di autoassoluzione. Non temere la sfrontatezza, datti motivo di credere nel tuo lavoro e di prendertene cura fino alla fine.


Gianmarco Perale
Consiglierei di aspirare a capire se c’è qualità in quello che scrive. Se ha qualcosa da dire. Cosa manca e cosa è di troppo. Se è autoreferenziale, retorico, banale, consolatorio ed esteticamente brutto. Non è tanto esordire. Ma esordire con qualcosa di buono.


Il corso annuale di scrittura della Scuola Belleville si svolge da novembre a giugno e prevede 300 ore di lezioni, esercitazioni e laboratori a contatto con gli insegnanti e i tutor. Tra i docenti del corso figurano scrittori, editor e sceneggiatori come Walter Siti, Laura Pariani, Giorgio Fontana, Letizia Muratori, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Andrea Tarabbia, Edoardo Brugnatelli, Francesca Serafini, Maria Grazia Calandrone. Durante il corso ogni allievo ha l’opportunità di lavorare a un proprio progetto narrativo – romanzo, raccolta di racconti, racconto lungo – che viene presentato a editori e agenti letterari durante l’incontro finale a scuola.

Esordire. La parola agli allievi della Scuola annuale

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