Lo scrittore che legge di Matteo B. Bianchi/1

Dal 25 giugno al 16 luglio Matteo B. Bianchi, scrittore, direttore e fondatore della rivista ‘tina, che dal 1996 pubblica racconti di autori esordienti e non, è “Lo scrittore che legge” su TYPEE. Per quattro settimane leggerà e commenterà i racconti della community, esaminando lingua e stile, smontando meccanismi narrativi e sottolineando l’importanza dell’inaspettato.

Capitolo 1



> Quello che il cuore aveva tralasciato, di Ti Maddog

Perché sono sparito da quella storia?
Provate voi a rimanere in un libro che sembra la fiera degli sfigati, delle disgrazie e della tristezza! Pensate che stia esagerando? Be’, se la pensate così, permettetemi di fare una rapida panoramica, lasciatemi tornare a quei tempi: il magro e smorto Nenni ha la gobba e respira a fatica, Crossi ha un braccino morto che porta appeso al collo, il padre è in galera (anche se a lui hanno detto che è in America) e la madre è malata, macilenta, e talmente malridotta che è stata segnalata sul giornale come persona a cui fare la carità, un modo questo, per i ricchi signori, di smaltire le cose di cui non hanno più bisogno; il piccolo spazzacamino perde tutti i soldi guadagnati in una giornata di lavoro e rischia che il padrone lo bastoni per questo (non poteva cucirsela quella tasca o tenere i soldi da qualche altra parte?!), e a fargli compagnia c’è una sfilza di ragazzi ciechi, bambini che muoiono di fame, fatica e malattia. Garrone, testa grossa e rapata, è costretto a stare in un banco troppo stretto per la sua stazza, così come sono troppo piccoli i vestiti che porta: è così buono che puoi anche prenderlo in giro, perché si lascia dire qualsiasi cosa ma se ti permetti di fargli presente che ha appena detto una cavolata, una cosa che non sta né in cielo né in terra, insomma se metti in discussione quel che dice, allora diventa una belva: inizia a fissarti con occhi infuocati e a martellare i pugni sul banco fin quasi a spaccarlo. Betti è un piagnone; Coretti, anche lui con la madre malata, è costretto a fare il lavoro del padre che invece di stare in bottega è uscito col garzone a farsi un cicchetto in osteria; Derossi è costretto dai genitori ad andare in giro sempre vestito di turchino, con dei bottoni dorati che insieme ai suoi riccioli biondi lo fanno sembrare un principe azzurro evaso da una favola; Precossi, che spesso viene a scuola digiuno, ha un padre ubriacone che non lavora e che quando rientra a casa lo picchia senza motivo; Nobis è un ipocondriaco terrorizzato dai germi e maniaco della pulizia; Bottini è accidioso e invidioso, e questo lo porta a spiare e giudicare chiunque; Robetti si è rotto il piede sotto la ruota di un carro che stava investendo un bambino – gesto eroico davvero, ma la madre del bambino dov’era? E questi sono solo i compagni di scuola! Se ci aggiungiamo i maestri allora la lista della sfiga si allunga: malati a parte, in quarta c’è un maestro zoppo sempre pieno di dolori alle ossa; c’è quello di ginnastica che sul collo ha una cicatrice da sciabolata; c’è Perboni, il mio maestro, che è senza famiglia e non ride mai; c’è pure quella che chiamiamo la “monachina”, perché sembra che preghi sempre, sempre vestita di nero e con una faccia bianca come un fantasma; e c’è il direttore, pure lui sempre vestito di nero ma perché gli è morto il figlio in guerra.
Come se tutto questo non bastasse, ci si metteva d’impegno pure il maestro, dandoci da leggere dei racconti che di allegro non avevano nemmeno una virgola: il piccolo patriota padovano, venduto dai genitori a una compagnia di saltimbanchi che gli avevano insegnato a fare il giocoliere a furia di calci, pugni e digiuni; la piccola vedetta lombarda, uccisa dagli austriaci perché quei vigliacchi dei soldati italiani l’avevano mandata su un albero a fare la vedetta al posto loro; al tamburino sardo, fortunatamente, viene solo amputata una gamba, dopo che anche lui viene vigliaccamente inviato, dai soldati accerchiati, a passare le linee nemiche per recapitare un messaggio a un battaglione dell’esercito italiano perché accorra in loro aiuto – e poi i miei compagni di classe si scandalizzano se mi metto a ridere davanti alla parata militare? A sassate dovevo prenderli quei vigliacchi, altro che limitarmi a ridere!
Basta. Solo a ripensare a quelle storie ancora mi deprimo. Il nostro caro maestro, che diceva che noi eravamo la sua famiglia, non poteva farci leggere qualche cosa che ci mettesse un po’ d’allegria, vista la tristezza generale che animava la classe? Macché, figuriamoci! Ora capisco perché non è riuscito a farsela una famiglia! Ci raccontava solo storie di disgrazie e disgraziati. Chi si sposerebbe uno così?
Allora mi sono detto “basta, se vado avanti così rischio seriamente di fare una brutta fine, morire di miseria, impazzire o compiere un’azione di cui pentirmi”. Meglio la fuga, meglio scappare per sempre da quelle pagine. Credete che la mia sia stata vigliaccheria? Vorrei vedere voi in un libro così! La fuga è stata l’unica scelta, per chi come me mette così tanta energia nel lottare disperatamente per la vita, corpo a corpo con l’ignoto, e l’ignoto in quegli anni coincideva con la via per le Americhe.
Raggiunsi dapprima Genova e poi da lì, come tanti italiani in quegli anni, m’imbarcai per l’Argentina.
La nave sembrava spinta dalla speranza di chi si era imbarcato, e nonostante ciò la traversata sembrava non finire mai. Quando finalmente giunsi a Buenos Aires fui preda, per la prima volta nella vita, di una malinconia insopportabile: io che ero solito affrontare le cose con un ghigno sprezzante sul viso, sentivo le labbra serrarsi sempre più mentre fissavo quella città straniera che a prima vista mi restituiva una deludente immagine di sé, schiacciata dal cielo plumbeo che la sovrastava e così inaspettatamente minacciosa con quella sua lingua color leone (che seppi poi essere il Rio de la Plata) puntata verso di noi come un coltello. Addio alle verdi acque del Po nelle quali tuffarsi nei meriggi estivi! Addio alle mie belle vette alpine che incoronavano Torino! Non mi sarei mai aspettato di dire addio a quel che avevo lasciato.
Trovai la forza di riscuotermi e farmi coraggio quando misi piede a terra, quasi fosse il suolo, quella terra nuova, a darmi una scossa.
A Buenos Aires non conoscevo nessuno ma questo non si presentava più come un problema insormontabile. Durante la traversata avevo avuto modo di fare la conoscenza di parecchi emigranti, e uno tra loro, un salernitano di nome Antonio, mi prese in simpatia e m’invitò a stare presso i suoi parenti, nel quartiere di La Boca, almeno finché non avessi trovato un posto dove alloggiare.
In quel quartiere mi sentii subito a mio agio: rispetto al senso di soffocamento che percepivo in quella squadrata caserma che era Torino, La Boca sembrava in grado di soffiare dentro di me un respiro vitale. Quello che era il mio ghigno sprezzante, all’ombra delle forgiate lamiere delle conventillos si plasmò in un ampio e vivace sorriso. È il miracolo del partire da zero in un quartiere che non ti etichetta a priori, perché chi lo popola ha provato sulla propria pelle lo scotto del marchio, e proprio dal marchio della miseria, del delitto e della disperazione ha voluto fuggire. In quel quartiere sentii subito di essermi lasciato alle spalle il tanfo di pelle bruciata che il marchio della solitudine emana.
Avevo lasciato Torino ma non le disgrazie. Anche a Buenos Aires incontravo storpi, malati e affamati, però qui il futuro sembrava ancora tutto da scrivere. Il lavoro non mancava, e dopo i primi anni passati a sgobbare duramente sul porto a scaricare e caricare le navi che attraccavano, riuscii a mettere da parte un bel po’ di pesos. Non volevo fare lo scaricatore a vita, mi ero detto questo fin dal primo giorno di lavoro, così quando Antonio mi propose di rilevare con lui una milonga, accettai senza remore.
I porteños mi avevano spesso invitato alle serate che organizzavano ma io avevo sempre evitato di parteciparvi. Ve lo immaginate Franti mentre si dà alle danze sfrenate? Non mi ci vedevo proprio, anche perché ballare non mi era mai piaciuto.
Il locale che avevamo rilevato era uno dei più piccoli del quartiere. Non era messo molto bene, e aveva bisogno di qualche intervento strutturale, ma ebbi modo di capire fin dalla prima sera che la gente che veniva lì non lo faceva per stare appiccicata a un bel muro decorato. Venivano lì per stare appiccicati gli uni alle altre, abbracciati in quella danza che in lunfardo chiamavano Gotan, un ballo spregiudicato ed erotico.
Dal malconcio bancone sul quale servivo vino rosso e birra chiara, scrutavo le coppie che danzavano con il fuoco negli occhi, in un caos che ricordava il firmamento accesso nella notte senza luna.
La prima cosa che vidi di lei fu il suo torrido sguardo; sotto due spesse sopracciglia i suoi occhi, neri come un tizzone, mi fissavano e sembravano capaci di aprirmi le carni come un ferro arroventato. Le sue labbra carnose si schiusero in un sorriso, poi la sua voce, calda e distante come il sole, mi chiese chi ero, ché non mi aveva mai visto lì prima d’ora. Disse ad Antonio che aveva scelto un bel socio, poi ordinò un bicchiere di acqua fresca con uno spicchio di limone. Affettavo il limone e sentivo il suo sguardo su di me. Lei fece pochi sorsi, poi prese il limone dal bicchiere e lentamente, con aria distratta, se lo passò più volte sul collo. I musicisti presero a suonare una melodia struggente che sembrò gonfiarle il petto, come se quella musica fosse lievito per il suo cuore.
Sbirciavo quel seno che a ogni suo respiro lievitava come impasto, quando un uomo la prese per un braccio e la tirò con sé verso la pista da ballo. Io non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso: li vedevo danzare, insieme, vicini, compenetrati, mentre la sola cosa che mi passava per la mente era essere al posto di quell’uomo. Antonio mi diede di gomito e mi scrutò sornione. Io non dissi nulla. Presi lo spicchio di limone che lei aveva lasciato sul bancone e lo portai alle labbra.
Avevo saputo da Antonio che si chiamava Agostina e che tutte le domeniche veniva dalla campagna per ballare nelle milonghe di Buenos Aires. Antonio era svelto a capire e non gli era certo sfuggito quanto quella giovane donna mi avesse colpito: lasciala perdere, dimenticala, mi disse, è una ragazza strana quella, ma non andava mai al di là di questo, e non dava spiegazioni delle sue parole. C’è qualcuno tra di voi così ingenuo da credere che avrei potuto ascoltare i consigli di Antonio su Agostina quando mi sentivo così attratto da questa donna? E infatti non li ascoltai, non volli lasciarla perdere, anzi, parlai con Ernesto, uno dei musicisti che suonavano nella nostra milonga per chiedergli dove potevo imparare a ballare il Gotan, e questi mi indicò Pedro, un giovane operaio che avevo visto parecchie volte ancorato al nostro bancone con una birra in mano.
Pedro, dopo aver terminato il suo turno alla manifattura, trascorreva ogni ora libera a provare e riprovare i passi con altri giovani operai nel cortile della sua abitazione. Fu proprio lì che lo andai a cercare. Ci accordammo subito: lui mi avrebbe insegnato tutto quel che sapeva in cambio di bevute gratis ogni domenica.
All’inizio mi sentivo uno stupido, e Pedro aveva l’aria di pensare che dalla mia goffaggine non sarebbe mai riuscito a cavarne qualcosa di buono, a parte le birre. Ma Franti è testardo, lo sapete tutti, e più entravo in confidenza con Pedro, meno si faceva disastroso il mio tango. La svolta giunse quando Pedro mi disse che non c’erano vere e proprie regole, nel senso di figure da seguire meccanicamente, e che se proprio doveva darmene una, di regola, era quella di agganciare il passo alla passione. Senza saperlo, o forse sì, Pedro stava fornendo a Franti, refrattario alle regole, la giusta chiave di lettura per quella danza.
Agostina finalmente tornò alla nostra milonga. Erano passate sette settimane e quando la rividi ebbi la sensazione che fosse passato appena un secondo, come se il tempo si fosse compresso tra un battito del mio cuore e quello successivo. Se iniziavo a pensare che il mio tempo esisteva in lei, che il tempo lo misuravo in base alla distanza che mi separava da lei, allora ero proprio innamorato.
Antonio mi tolse di mano lo straccio con cui stavo asciugando i bicchieri, mi dette una sonora pacca sulle spalle e mi disse, vai ci penso io qui.
Nel quartiere si sapeva tutto di tutti, e ovviamente tutti erano venuti a sapere di Franti che provava e riprovava, insieme a Pedro e gli altri operai, i passi del Gotan nel cortile. Ecco perché tutti gli occhi mi erano addosso, mentre uscivo dal bancone per andare verso lei. Quando le fui innanzi, Ernesto e la sua banda interruppero quel che stavano suonando… poi nella sala si diffusero le prime note di quel motivo che le faceva lievitare il cuore. Non le dissi nemmeno ciao ma lasciai che fosse il mio corpo a parlarle. Le cinsi la vita, la tirai a me e la guidai attraverso la mia passione. Stringendola a me sentii il suo seno premere sul mio petto e introdurvi quello che vi mancava, quello che il cuore aveva tralasciato di considerare.
Quella stessa notte, Agostina, ancora nuda nel mio letto, chiese e pretese che con la brace della mia sigaretta incidessi le mie iniziali sulla sua natica sinistra. Lo feci senza esitare, e con un piacere tale che il mio vecchio ghigno tornò a marcarmi il viso. Poi, prima che lei andasse via, la vidi estrarre dalla sua borsa una frusta; questa è un regalo per te, mi disse, se mi vuoi bene impara a usarla.
Agostina tornò la domenica seguente, così come quelle successive. Ormai ballava solo nella nostra milonga e solo con me. Questa volta una delle mie avventure finiva bene. Ditemi: pensate ancora che abbia fatto male a uscire da quelle pagine? E ora, prima di tornare a esercitarmi con la frusta, devo chiedervi un favore: se vi capitasse di incontrare Edmondo per le vie di Torino, ditegli che Franti sta bene e che lo saluta, con una ghignata.


> Nel mio inferno, di Italo

Nel mio inferno ho visto Sa(n)tana suonare Samba Pa Ti, Totò fare lo sceicco, il dolore ballare il walzer e il cha cha cha, le Kessler baciare un pitone e un bidone di catrame.
Ci sto bene nel mio inferno, c’è la musica, la fisica, l’ergonomica, il soffio vitae, un po’ di brodo caldo, un pollo senza cresta e due metri di bellezza.
C’è anche la compassione, la passione per la pesca, per le pesche, un pizzico di bontà, e un litro d’egocentrismo che cammina a braccetto col creativismo.
In quest’inferno vado a piedi nudi, senza auto, senza razzi calibro 90, e ho visto suore senza su, solo ore da passare con belle ragazze e ragazzi -ignudi- a giocare beach volley sulla spiaggia dell’Averno.
Vi ho visto anche angeli ridere di un elefante senza ali, scimmie navigare sul web, e Caronte col suo panfilo -ragazze al sole- traghettare nababbi, babbi cornuti e squillo senza amanti e smartphone.
Qui si sta bene, ci sono quadri da dipingere, vangeli da leggere e freccette senza punta con cui giocare a poker.
Nel mio inferno non ci sono lacrime, ma bicchieri di birra e litri di follia. Ai margini della pagina c’è pure un refuso, un infuso di tè, una cioccolata amara e due etti di malinconia.
Stamane vi ho incontrato Marilyn e Lennon, cantavano Jingle bells e Yellow Submarine, c’era anche Michelangelo che dipingeva la volta del cielo.
Qui si fa l’amore ogni volta che un’anima si redime, e si dorme venti ore al giorno, le quattro che rimangono si gioca a battaglia navale e cricket.
In fin dei conti si sta bene, fa caldo anche d’estate e freddo all’equatore.
Ci sono tutti i comfort, la sedia senza spalliera, il divano senza di-vi, solo ano, e un Paradiso senza diavoli e cavoli.
La colazione: caviale con banane fritte. Il pranzo: bava di lumache, funghi porcini (a volte porcelli) e tacchino senza tacchi, solo no.
La cena è speciale, arrosto di lucertola con contorno di alghe dello Ionio e frutta di stagione, senza buccia ne polpa.
Mi manca soltanto un Campari soda, la pizza con le margherite, l’isola dei famosi (direi dei curiosi) Carlo Conti e Bonolis con la sua bonaria cattiveria.
Ah già, pure una scopa per volare sulle messi di canapa indiana, e sui prati dell’ultima era glaciale.


> La parte di un niente, di cecibraci

Era cosi piccolo, davvero minimale, lo potevi schiacciare nel portafoglio insieme ai buoni sconto riposti a fisarmonica in qualche taschina di quelle introvabili, dalle quale le cose benriposte fuoriescono solo al momento di buttarlo, il portafoglio. Una volta c’erano quei bei viaggi in treno, quando ancora il telefono non occupava testardo le mani, che era proprio il momento perfetto per rovesciare tutto sul tavolinetto estraibile, scontrini, monete di valute sbagliate, appunti senza un contesto, il bottone da ricomprare, la fototessera vagante, perdere di vista tutto all’entrata in galleria nei pochi secondi di buio totale, le mani a cupola a proteggere da un vento immaginario e poi ricercare piano il posto giusto per tutto, fino al prossimo viaggio.
Era così piccolo, minimale, lo potevi trascurare in quei portacarte sulla scrivania dove il tempo accumulava bollette, ritagli, analisi del sangue, la foto da duplicare, i biglietti aerei del prossimo viaggio. Non era mai un’operazione semplice occuparsi del portacarte perché significava affrontare le bollette da pagare, i ritagli che avresti voluto archiviare ma non avevi mai deciso come, le analisi sballate da riprogrammare sfidando il nuovo sorteggio dei numeri, la foto così lontana che ora ti trovavi bella ricordando quanto ti detestavi- che spreco di tempo questa vita coi tempi sfalsati – i biglietti del prossimo viaggio dove ogni scelta era un’inevitabile esclusione. C’era poi la riunione di condominio col suo promemoria, l’ordine del giorno, il disordine della notte, inevitabile, che segue i riordini.
Era piccolo, minimale, lo potevi abbandonare in quelle scatole eleganti, virtuali ram virtuose della memoria decentrata, con le lettere ricevute e la copia di quelle spedite, per correttezza sentimentale, le foto di un noidue mai dichiarato fermato in uno scatto a tradimento, che assurdo gioco di parole, in quelle rose seccate non ricordi più a festeggiare cosa, nei depliant patinati di alberghi in città da allora adesso preservate sotto una lucida, struggente formalina, inalterate, nelle collanine ossidate, negli anelli orbi dalle marcassiti, nella girandola dei tanti auguri, delle congratulazioni per i traguardi tagliati, su cartoncini pastello.
Era piccolo, non serviva un posto speciale: lo potevi conservare intatto, ancora scontrinato o perdere, accusando la fretta, quella tasca bucata, il trasloco imminente. Era uno spillo, una briciola, la parte di un niente.
La colpa, la vertigine, l’assenza, il rimpianto.
Il lievissimo, minuscolo bagaglio dell’ex – presente.

Commenta

Your email address will not be published.

Commenta con Facebook