La donna che insegnava a scrivere racconti, di Matteo B. Bianchi » Belleville News

La donna che insegnava a scrivere racconti, di Matteo B. Bianchi

La donna che insegnava a scrivere racconti, di Matteo B. Bianchi

Otto raccolte di racconti, molto amate dalla critica, ma senza alcun successo di vendita. Quattro figli, tre mariti, innumerevoli traslochi. Personaggi umili, con vite difficili ma mai disperate. Fino alla fama e al riconoscimento postumi.
Matteo B. Bianchi, fondatore e direttore della rivista ‘tina, dal 25 giugno al 16 luglio “Lo scrittore che legge” su TYPEE, traccia per noi il profilo di un’autrice imprescindibile, per chi ama leggere (e soprattutto scrivere) racconti: Lucia Berlin.

Esistono due categorie di scrittori di racconti: quelli che scrivono sia romanzi che racconti e quelli che sostanzialmente scrivono racconti e basta. Nel caso di questo secondo gruppo si può parlare quasi di “vocazione” al testo breve: nomi come Katherine Mansfield, Raymond Carver, Alice Munroe o Grace Paley hanno dedicato la vita all’arte della short-story, senza avere mai la vera esigenza di misurarsi con altre dimensioni narrative.
Fa parte di tale ristretta nicchia anche Lucia Berlin. Se amate leggere (ma soprattutto se amate scrivere) racconti, ritengo che si tratti di un’autrice imprescindibile. Nella propria carriera ha pubblicato otto raccolte di racconti, a partire dal 1977, amate dalla critica ma di nessun successo di vendita o quasi. Non le sono mancati i riconoscimenti (un National Book Award nel 1991, per la raccolta Homesick, e il Jack London Short Story Prize del 1985, ottenuto con un racconto due pagine soltanto), ma non sono stati sufficienti a trasformarla in un nome di grido.
Dieci anni dopo la sua morte, nel 2015, è uscito in America un volume antologico con il meglio dei suoi racconti, intitolato A manual for cleaning women (Manuale per donne delle pulizie) e all’improvviso il pubblico si è reso conto del suo talento eccezionale. Oggi Lucia Berlin è considerata un’autrice di primo piano, un vero e proprio modello per chi scrive racconti (e le copie di quei suoi primi libri di scarso successo su eBay non si vendono a meno di 120 dollari l’una).
Spiace che un tale riconoscimento sia avvenuto postumo. Anche perché Lucia ha avuto una vita complicata, segnata da continui trasferimenti, dall’Alaska, al Montana, al Cile, al Messico, alla California, al Colorado… Ha avuto quattro figli da tre mariti diversi ed è stata tormentata da molteplici e gravi problemi di salute e dipendenze. Ma era anche una donna molto bella e vitale, che amava il jazz, il sesso, l’alcol e i propri figli. Una che ha dovuto fare i lavori più disparati per mantenere la famiglia come madre single e che ha saputo affrontare con coraggio le avversità.
I protagonisti dei suoi racconti le somigliano molto, fanno i camerieri, le infermiere, gli insegnanti di periferia, le domestiche, i centralinisti, devono affrontare malattie, difficoltà economiche; le donne hanno relazioni amorose con uomini spesso affascinanti ma totalmente inaffidabili, che alla prima difficoltà si volatilizzano lasciandole con la prole da educare e sfamare. Eppure le sue storie non sono mai disperate, c’è sempre molta energia e molto amore per la vita. Sono storie di gente che non è abituata a rinunciare e sa sempre come rimettersi in piedi.
Lucia diceva di scrivere «Solo quello che mi sembra vero» e quando in un’intervista le hanno chiesto quali temi avrebbe trattato se avesse avuto una famiglia e una vita regolare, lei ha candidamente risposto: «In quel caso non credo affatto che mi sarei messa a scrivere». Una risposta che secondo me dice già tutto: scrivere per Berlin era un’estensione del tipo di esistenza che conduceva, agra, a volte spietata, ma con sprazzi di grande amore e felicità che non poteva fare a meno di trasferire su carta. In storie brevi, perché non avrebbe mai avuto il tempo e il modo di dedicarsi a progetti più ampi. Il figlio Jeff (che ha curato il memoir postumo Welcome home, tratto dai suoi diari) dice che sin da bambino, mentre girava in triciclo con il fratellino nella loro soffitta nel Greenwich Village, vedeva la madre battere a macchina sulla sua Olympia quelle che credeva fossero lettere. Solo crescendo ha capito che tutto quel tempo trascorso sui tasti era dedicato alla creazione di narrativa.

In Italia l’antologia A manual for cleaning women è stata pubblicata dall’editore Bollati Boringhieri col titolo La donna che scriveva racconti, una scelta infinitamente meno evocativa dell’originale, ma che ha comunque il merito di sottolineare la dedizione esclusiva di Berlin al genere.
Basta scorrerne i titoli per avere un’immediata idea del realismo delle sue storie: La prima disintossicazione, Taccuino del pronto soccorso, 1977, La lavanderia a gettoni di Angel, Teppistelli adolescenti, Una relazione e lo stesso Manuale per donne delle pulizie. Ma l’apparente ordinarietà dei titoli è compensata dalla vividezza della prosa, dal ritmo pulsante e vitale delle storie, dalle straordinarie intuizioni narrative.
Berlin è capace di trascinarti dentro i suoi racconti dal primo secondo. Prendiamo l’attacco di Il dottor H. A. Moyniham: «Io odiavo la St. Joseph. Terrorizzata com’ero dalle suore, un caldo giorno texano colpii suor Cecilia e venni espulsa»: siamo già all’interno della storia, sta già accadendo.
O lo splendido incipit di Silenzio: «Ho cominciato in sordina, vivendo in cittadine minerarie di montagna; ci spostavamo così spesso che non riuscivo a fare amicizie. Mi trovavo un albero o una stanza in un vecchio mulino abbandonato e andavo a sedermi lì in silenzio». Poche righe ma rivelatorie, eloquentissime.
La grandezza della prosa di Berlin sta anche nella sua capacità di inventare metafore inattese, di trovare connessioni illuminanti fra le pieghe del quotidiano. Un estratto da Morsi di tigre è indicativo in questo senso: «Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio fra le due carrozze, per poter guardare dei finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande. La Terra Santa. Fu quando mi trasferii lì, durante la guerra, insieme ai nonni, che sentiti parlare per la prima volta di Gesù, della Madonna, della Bibbia e del peccato, e così nella mia mente Gerusalemme si è sempre mescolata con le montagne dentate e i deserti di El Paso». Ecco, l’odore del deserto del Texas che evoca la Terra Santa è un accostamento ardito, unico, la Bibbia che si mischia con la natura dell’America Centrale e che diventa tutt’uno con quel paesaggio, quelle atmosfere, i ricordi dell’infanzia che impregnano i sensi e plasmano un luogo. Bellissimo.
C’è anche un lavoro notevole nella costruzione delle storie. Un racconto come Melina ha una struttura narrativa perfetta: una serie di relazioni intrecciate fra loro che si chiudono come in un cerchio, un meccanismo rivelato solo nell’epifanica riga finale.

Vi confido questa esperienza personale: mentre leggo una raccolta di racconti ho l’abitudine di segnare con delle X a matita le storie che mi sono piaciute di più. È un metodo rudimentale ma efficace quando, mesi o anni dopo, ho bisogno di ritrovarle senza dover rileggere il libro per intero. Con La donna che scriveva racconti ho dovuto rinunciare: ero arrivato quasi a metà volume e mi sono reso conto di aver messo delle X a tutte le storie lette sino a quel punto. Il mio metodo aveva fallito: non aveva senso fare distinzioni di sorta, la qualità dei testi di Lucia Berlin era eccezionale sempre.

Per chi vuole scrivere racconti Lucia Berlin rappresenta, a mio avviso, un modello letterario da studiare, una scuola di scrittura in forma narrativa. Il classico esempio di quanto leggere possa essere formativo per chi ha la volontà di sedersi e ascoltare.

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