“Tre madri”. Francesca Serafini presenta il suo nuovo romanzo

Giovedì 4 marzo 2021 alle ore 19.00 – su BellevilleOnline e sulla pagina Facebook di BellevilleTYPEE – la scrittrice, sceneggiatrice e docente della Scuola di Scrittura Belleville Francesca Serafini presenterà Tre Madri (La nave di Teseo). Francesca dialogherà con lo scrittore Edgardo Franzosini e con l’attrice Silvia D’Amico, che leggerà alcuni passi del romanzo.


A trentatré anni, dopo aver fatto carriera nella polizia italiana e all’Interpol di Lione, Lisa Mancini accetta il trasferimento a Montezenta, un piccolo centro della provincia romagnola. Qui trascorre le giornate giocando a Candy Crush sul cellulare, finché un evento inquietante non giunge a turbare la calma sonnolenta del paese: la scomparsa di River, un ragazzo di origini inglesi cresciuto a Ca de Falùg, il villaggio appena fuori da Montezenta popolato da artisti che trasformano materiali di scarto – come quelli della fonderia locale – in opere artistiche.

Che cos’è successo a River? La domanda strapperà Lisa alla sua apatia, obbligandola a scontrarsi con l’omertà e i pregiudizi della provincia e a fare i conti con il proprio passato.

In attesa di leggerlo, potete trovare qui un estratto dal secondo capitolo di Tre madri.

Mi parli di River.

La domanda esce in forma di ordine gentile, attirando l’attenzione di Codeluppi, in piedi, sulla soglia del container, mentre Lisa – seduta di fronte a Aimee: ora stretta in un giubbetto jeans col collo di pelliccia sintetica bianca – tiene gli occhi fissi sulla donna.
Lungo la strada che li ha portati lì, si è raccomandata con l’agente di non intervenire durante il colloquio e però anche di guardarsi bene intorno e di annotare ogni dettaglio significativo per il caso, ma al momento – posto che lui non è ancora convinto che sia opportuno definirlo “caso”: quante ore sono necessarie prima che si possa parlare ufficialmente di scomparsa? – l’unico particolare che lo colpisce davvero è proprio il tono di lei: la nota inedita di partecipazione in tutte le parole con cui si rivolge a Aimee. Un’anomalia che si aggiunge ad altre tre, tutte nello stesso giorno, dopo quattro mesi di gesti talmente automatici nella loro ricorsività da apparire regolati da una qualche liturgia profana celebrata sull’altare del distacco.
Da quando ha preso servizio a Montezenta, la commissaria non ha mai spostato gli occhi dal suo telefonino, anche quando c’è stato da impartire ordini tutt’altro che gentili. Non è mai uscita per rispondere a una chiamata in prima persona, né ha mai permesso a lui di occuparsene: confinato al centralino a dispetto delle sue ambizioni. Invece oggi, tutto insieme, Lisa gli ha chiesto di farsi da parte mentre parlava con Aimee, ha deciso di andare a raccogliere lei la testimonianza, e poi lo ha sorpreso con l’invito ad accompagnarla. Ma in borghese: nel dubbio che la divisa potesse avere un peso deterrente nella raccolta delle informazioni.
Una richiesta che ha provocato nell’agente un sentimento doppio: da un lato, in questo modo, si è visto riscontrare un credito insperato alla convinzione che quelli di Ca de Falùg siano poco inclini all’ordine e a chi lo rappresenta (non importa che nelle intenzioni di lei causa ed effetto fossero invertite di segno); dall’altro lato, però, e proprio la volta che avrebbe potuto esibirla fuori dalle mura del commissariato, si è visto sottrarre la sua seconda pelle, senza la quale, ora, si sente limitato nell’esercizio del piccolo potere da cui trae certezze tutti i giorni della sua vita.
Aimee di certezze ne ha solo una: a suo figlio River è successo qualcosa. Da giorni si esercitava all’armonica per partecipare al concerto organizzato dal suo liceo per ricordare Fabrizio De André nel ventennale della sua morte. Aveva preparato con cura i pezzi scelti insieme alla sua amica Maddalena, alla chitarra, ma poi non si è presentato a scuola. Eppure Aimee lo ha visto uscire, la mattina, puntualissimo ed emozionato. Lo ha salutato con la speranza inespressa di un ripensamento dell’ultimo minuto.
Non ha insistito per imporgli la sua presenza – il concerto era aperto ai genitori e lei avrebbe voluto partecipare ma lui non era d’accordo – perché immaginava che proprio il rispetto mostrato per la sua decisione alla fine lo avrebbe portato a capitolare (una dinamica di persuasione passiva frequente tra loro, ora che se ne rende conto: e questo la fa sentire in colpa).
Così, durante la colazione si era fatta trovare già alzata, diversamente dagli altri giorni, ma River aveva fatto finta di niente. D’altra parte, sapeva già dalla sera prima che la madre si sarebbe dovuta svegliare presto per ritirare una consegna, visto che suo padre Victor era partito per Avignone e per qualche giorno non avrebbe potuto occuparsene lui, come tutte le altre volte.

Avignone?

Aimee piega appena la testa in un sì. Indica oltre Codeluppi, di là dalla piccola veranda infestata da oggetti accatastati alla rinfusa (pneumatici, vasi in terracotta di dimensioni diverse, una cassa piena di braccia scomposte di manichini in vetroresina, una sedia a dondolo di legno), dove si intravede sullo sfondo una scultura ancora in costruzione, altissima.
Sorrette da quelli che un tempo devono essere stati tralicci della luce, due enormi ali spalancate in ferro sembrano possedere la valle, dispensando come una benedizione brandelli pendenti della plastica da cui sono avvolte: campioni di rete da cantiere per una bardatura a festa di voli immaginari.
C’è un’ipotesi che possa diventare il mezzo di scena di uno spettacolo in programma per il festival della cittadina francese e Vietar è andato a verificare con gli organizzatori gli spazi per l’installazione e le procedure di trasporto, date le dimensioni dell’opera.
– È questo che facciamo qui… – dice Aimee, alzando gli occhi su Codeluppi. Una foderatura del discorso a sottolineare per converso quello che invece non fanno: non rubano, non uccidono, né si divertono a nascondere i propri figli per prendersi gioco della autorità, se è quello che lasciano intendere gli sguardi dell’agente da quando è arrivato lì.
– Siamo scultori. Scenografi. Incisori… – si forza a precisare. Fedeli della materia e delle sue infinite possibilità. Finché c’è materia, lavorando sulla forma, c’è occasione di creare emozioni: che è tutto ciò che li interessa e che li fa sentire vivi. È questo che fanno gli artisti, no?

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