I commenti di Andrea Tarabbia ai racconti di TYPEE/3

I commenti di Andrea Tarabbia ai racconti di TYPEE/3

Dal 12 marzo al 2 aprile Andrea Tarabbia legge e commenta i racconti di TYPEE in quattro brevi pillole video, offrendo visioni e suggerimenti per migliorare le tecniche di scrittura.

Il capitolo precedente de “Lo scrittore che legge” è qui.

> Capitolo 3


> Un insolito amore, di Mauro Serra

Davanti allo specchio Mario inorridì. Sul sopracciglio destro spuntava una pianticella verde con rami e foglioline. Ad osservarlo bene un mini bonsai.
-Un tumore, non può essere che un tumore cutaneo che ha la forma di una pianta! Non posso andare al lavoro in questo stato! Ma come è possibile, solo ieri ero un uomo normale ed oggi un mostro!-
Avvisò l’ufficio che non poteva andare simulando una raucedine. Provò a chiamare il medico di famiglia; la segreteria gli ricordava che il dottore sarebbe stato raggiungibile solo il lunedì successivo. Per le urgenze veniva fornito il numero della guardia medica.
-Come uscire di casa con questo coso in faccia?-
Nel bagno rovistò nel mobiletto del lavandino fin quando non tirò fuori uno specchio ingranditore che la moglie deceduta anni prima utilizzava quotidianamente. Guardò, impallidì.
Il coso sembrava ancor più rigoglioso di quanto sospettasse; il tronchetto di color grigio magnificamente contorto e conformato e poi quelle foglioline di un verde intenso polpose come quelle di una piantina grassa.
– E se lo potassi? Un taglio netto e via.-
Acqua ossigenata, cotone idrofilo, forbice e pinzetta. Allineò tutti gli strumenti necessari e si preparò a tagliare di netto il bonsai. Con un cerotto garzato avrebbe coperto la ferita poi di corsa raggiunto il pronto soccorso.
-Oddio, non mi farà male! Non è come spremere un brufolo o un punto nero. Qui ci vorrebbe un giardiniere esperto!-
C’era quel fessacchiotto di Gesualdo che proprio quel giorno sarebbe dovuto arrivare per tagliare l’erba del prato e sistemare l’aiuola.
Con un piccolo regalino poteva essere un buon chirurgo, meglio del medico di famiglia che sicuramente non avrebbe osato toccare la pianticella infame.
-Accipicchia, ma guarda che meraviglia! È un peccato tagliarla e se chiedessi a Gesualdo di spiantarla e metterla in un vasetto? Sarà nata da un semino volato col vento nel mezzo del mio sopracciglio e lì trovato l’humus per la crescita. In una notte non avrà sviluppato radici profonde; si alimenta del mio sangue carico di nutrienti.-
Gesualdo effettuò l’operazione con mano delicata senza causar dolore e trapiantò la piantina come gli fu ordinato in un vasetto di terracotta ricolmo di nero terriccio per piante grasse.
Dal sopracciglio non uscì sangue, correre in ospedale sarebbe stata una inutile perdita di tempo anche per l’attribuzione di un codice di urgenza che nel suo caso non poteva che essere verde per la natura intrinseca del problema. Di certo lo avrebbero preso per pazzo se portava con sé il frutto del suo sangue trapiantato così amorevolmente in un vasetto.
La pianticella crebbe annaffiata ogni giorno di una goccia di sangue. Mario licenziò la donna delle pulizie per non avere occhi estranei in casa; poteva così dedicarsi alle cure di quell’esserino tanto delicato quanto unico.
A dicembre pensò di fornire alla pianta sangue diverso dal suo ma il bonsai mal sopportava il materiale ematico ricavato da bistecche di carne animale con le foglioline che viravano di colore verso un giallo pallido.
A gennaio la pianticella era arrivata ad una altezza di venti centimetri e ora dal centro delle foglie numerosissime spuntavano aculei non molto dissimili da quelli di un cactus. L’abitudine di accarezzare la creaturina diventava per Mario davvero pericoloso. Pensò che la trasformazione scaturiva dalla necessità della pianta di avere sangue in abbondanza fornendo al suo curatore gli spilli necessari. L’uomo ubbidì a quella muta richiesta comprando in farmacia tutto il necessario per svenarsi adeguatamente. La pianta apprezzò la dieta super proteica crescendo smisuratamente mentre Mario mostrava di giorno in giorno un aspetto sempre più malaticcio ed un pallore cadaverico. Ad inizio febbraio, dalla pianta venne su in poche ore un sottile stelo vermiglio che in seguito s’ingrossò trasformandosi nella sommità in un baccello a forma di cuore di un profumo soave, un odore che aveva il potere di evocare i più bei ricordi della vita di Mario. Quel cuore arrivò persino a pulsare quando egli s’avvicinava per annusarlo e per donare il suo sangue. Il quattordici febbraio il baccello esplose d’amore seminando nell’aria migliaia di acutissimi, profumatissimi semini. Mario investito in pieno volto assaporò per un attimo la felicità più sublime per poi rantolare sul pavimento col volto tumefatto. Mentre moriva nell’impossibilità di respirare la gatta dal cuscino dove era rannicchiata guizzò in alto aggrappandosi allo schienale della poltrona.
I vigili del fuoco dopo una settimana trovarono sul pavimento un corpo di un uomo con uno strano sorriso sul volto accanto ad una pianta rinsecchita. Il gatto era ancora vivo sebbene deperito. Nel pelo della coda sollevata a far le fuse, faceva capolino una minuscola, invisibile e apparentemente innocua fogliolina verde.



> Due parabole della grossa Anna, di jakov

Parabola prima

Seduta alla maniera di un idolo orientale, la grossa Anna fuma nel cortile circondato da alti muri gialli.
Alle sue spalle, una scala sale obliqua fino al ballatoio del primo piano, intersecando le ombre del mezzogiorno.
Lassù, appoggiato al parapetto, col cappello di cuoio tirato sulla nuca e la faccia di uno che sta per scoppiare a ridere, c’è il giovane Antòn, che guarda in basso e vede la testa della grossa Anna, a perpendicolo sotto di lui, come una specie di enorme punto fermo avvolto da spirali di fumo di sigaretta.
E’ tanto tempo che Antòn medita un certo scherzo, ma finora ha sempre avuto paura che la grossa Anna si arrabbi e lo rincorra fino a fargli scoppiare il cuore, o che per vendetta gli rubi il respiro.
Oggi però c’è un sole magnifico, la campagna scintilla come uno smeraldo e nessuno può avere paura, né fare del male, oggi, per uno scherzo innocente da garzone di fattoria.
Antòn prende coraggio e si decide. Si sporge in avanti e lascia colare un filo di saliva mirando esattamente al centro della testa della grossa Anna.
Antòn è giovane e sano, la sua saliva è chiara e pulita come uno specchio lavato e durante il tragitto che compie colando dal ballatoio fino alla testa della grossa Anna, una mosca, che da ore vola a zig-zag nel sole d’estate, scorge per un istante l’intera campagna, dal fossato delle rane fino al più lontano albero di mele, riflettersi e trascorrere in quel liquido lucente come una sciarpa multicolore. E’ uno spettacolo straordinario e la mosca ne è talmente affascinata da interrompere il volo per guardare meglio, e goderne.
A quel punto la grossa Anna allunga una mano, la afferra e la schiaccia nel pugno. Nello stesso momento, Antòn perde l’equilibrio e, con un grido, precipita dal ballatoio fino al pavimento del cortile, dove atterra con un rumore secco ai piedi della grossa Anna proprio mentre questa, aprendo la mano, lascia cadere il corpo spento della mosca.
Antòn muore senza nemmeno levarsi il cappello, e se adesso la mosca, che giace rovesciata davanti al suo naso, potesse vederlo, quel naso le sembrerebbe enorme.
Ed ecco che la goccia di saliva, facendo un impercettibile rumore, colpisce finalmente la testa della grossa Anna: ma ormai è tardi, e non c’è più nessuno che possa riderne.

Parabola seconda

Impugnando il forcone appuntito, la grossa Anna lavora nel fienile. L’asino, che mastica lentamente la sua razione davanti alla mangiatoia, non riesce a staccare gli occhi da lei.
Non farmi del male, grossa Anna, pensa l’asino, non farmi del male e io ti giuro che porterò per te i pesi più pesanti e faticherò le peggiori fatiche senza mai lamentarmi.
L’asino non sa nulla del cuore umano e crede che basti pensare una cosa muovendo le orecchie con sincerità perché questa si avveri.
Davvero? dice la grossa Anna mentre spinge il forcone come un pugnale dentro le enormi masse di fieno e foraggio, davvero, asino? Davvero lo farai? In caso contrario, sai bene che fra un istante mi volterò per bucarti la pancia con queste punte acuminate e lucide per poi vendere la tua carne al macellaio e la tua pelle al mercato. Nessuno può impedirmelo. Ma dimmi, asino: davvero farai quello che mi hai giurato ? In tal caso, vedrò di mitigarmi.
L’asino muove le orecchie, e con una arriva quasi a toccarsi un grande e liquido occhio dove un insetto rosso insiste a posarsi da giorni. E’ un gesto di grande sincerità.
Te lo giuro, grossa Anna, pensa l’asino, un asino non mente mai, e poi lo so che sei già pronta a trapassarmi con le punte del forcone, l’ho capito subito, e per questo ti ho giurato obbedienza. Credi forse che scherzerei con te? So della mosca e di Antòn. Credi che oserei prenderti in giro? Io forse ti conosco meglio di chiunque altro, grossa Anna, e ho paura di te. Allora, mi lascerai vivere o no?
La grossa Anna getta via il forcone e si volta..
Asino, dice, voglio prenderti sul serio. Cominciamo subito a sperimentare la tua fedeltà. Portami fino in paese.
E salta in groppa all’asino, il quale, sotto il peso incalcolabile della grossa Anna, stramazza al suolo e muore con il fieno fra i denti.
L’insetto rosso si getta a capofitto verso la bocca del fienile e scompare volando fino a che trova un piccolissimo buco nel muro, dove la grossa Anna non potrà mai infilare nemmeno il mignolo, e lì si nasconde esausto.
Vedi asino, dice intanto la grossa Anna, non basta muovere le orecchie per ottenere ciò che si vuole. Era questo che volevo insegnarti . Non ti aspettavi di dover portare proprio me, lo so. Ma se ho accettato la tua offerta, è perché sapevo in anticipo che ti avrei avuto comunque.
Detto ciò, la grossa Anna scuoia l’asino, lo squarta e, in quattro e quattr’otto, ne porta la carne al mercato e della pelle si fa un tappeto.



> Venezia 2089, di Alice Boscariol

«Coverzite, bambìn. E mettite ‘i stivai».
La nonna non sa che Venezia è salva ormai da una ventina d’anni. Forse lo sapeva quando hanno chiuso la laguna, perché all’epoca aveva ancora gli occhi scuri, ma ora no. Si mette alla finestra, i capelli lunghi a sfiorare l’orlo del poggiolo, e annusa l’aria come un gatto, col collo dritto.
«Oggi ghe xe acquaalta.»
Vorrei rassicurarla. No, nonna, non c’è acqua alta, non ci sarà mai più, la laguna è chiusa. Non ti accorgi che i cefali si tengono fuori dalle mura subacquee, che le sirene non suonano più i loro cinque toni? Persino i cormorani brillano meno, senza tutto quel salso sulle penne.
Però non lo faccio. Le appoggio una mano sul polso e le vene guizzano via sotto le mie dita. Lei continua a non guardarmi. Con la vecchiaia gli occhi le sono diventati chiari e ciechi, e ora sono fissi sulla laguna.
«Coverzite. E mettite ‘i stivai.»
«Sì, nonna.»
Dentro a uno sgabuzzino, tra la lavatrice e un cestello crepato per la biancheria, dietro a un esercito di manici di scopa decapitati, trovo un sacchetto di plastica che scrocchia sotto alle dita. Dentro ci sono un paio di stivali di gomma, alti, col corpo verde fango. Sanno di ammorbidente e di polvere, lo stesso odore dello sgabuzzino, e me lo porto in giro anche dopo averli infilati e averci fatto qualche passo.
Probabilmente la nonna lo sente, perché sorride.
«Ti i g’ha trovai?»
«Sì.»
«Bravo. Ti ‘o senti o scirocco? Ancuo xe alta. Mai così alta.»
Sorride di nuovo, anche le sue gengive sono chiare.
«Ma tanto g’avemo gli stivai. El mar no ci fa niente. Va a tor el pan e dime quanto alta che ea xe. Non ci fermiamo mica, sa’, ghe vol ben altro.»
Sì, Venezia è salva. La gente cammina dentro le calli all’asciutto, al sicuro. I marmi bianchi dei palazzi brillano intonsi, gli scuri verdi alle finestre sembrano verniciati di fresco, ma è solo un’impressione: ormai è una città eterna, non serve ridipingere più nulla.
Sono rimasti pochi panifici. Vendono ancora spumiglie, baicoli, qualche bussolà, ma di pane ne vedo poco. Nelle cestine di plastica c’è un’ultima rosetta, ormai un po’ secca. La commessa mi fissa i piedi, la pinza col panino sospesa sopra il sacchetto di carta per qualche istante di troppo. Turisti, starà pensando.
Esco. Devo essere stato l’ultimo cliente, perché nell’acqua del rivo di fronte a me la luce sparisce con un click, mentre alle mie spalle si abbassa la serranda. Le commesse si salutano ridendo, alle cinque di nuovo qui, eh.
Appoggio il sacchetto con la mia rosetta sulla balaustra di marmo. Ci sono dei gradini che scendono nel canale, scivolosi di alghe brune e verdi. È da lì che mi immergo fino al ginocchio, prima con una gamba, poi con l’altra. Freddo. È l’acqua che mi si insinua tra le dita, penetrando i calzini e avvolgendo i pantaloni in una stretta bagnata: il tempo deve aver bucato la plastica.
Rimango fermo per qualche secondo: guardo le luci dei lampioni scaldarsi e illuminare la sera, come se anche la notte, oltre al mare, dovesse essere bandita per sempre.
«Ti ghe g’ha messo un sacco. Ghe g’era tanta gente?»
«Non troppa. Ho dovuto allungare la strada.»
«Ti g’avevi gli stivai?»
«Sì, ma mi sono inzuppato lo stesso. Mai vista acqua tanto alta dal 2019. Per fortuna mi avevi avvisato, le sirene devono essersi rotte».
Le porgo gli stivali zuppi e lei se li poggia in grembo. Gocce di fango rotolano sulla lana della sua gonna, ma so che non le importa. Li solleva con cautela, tenendoli come fossero un gattino, e se li porta al volto. Il lungo naso li studia, gli occhi azzurri e ciechi nascosti dalle palpebre.
Dalla finestra aperta entra lo scirocco e, lontano nel tempo, l’odore del mare.

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