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I commenti di Andrea Tarabbia ai racconti di TYPEE/1

I commenti di Andrea Tarabbia ai racconti di TYPEE/1

Dal 12 marzo al 2 aprile Andrea Tarabbia legge e commenta i racconti di TYPEE in quattro brevi pillole video, offrendo visioni e suggerimenti per migliorare le tecniche di scrittura.

> Capitolo 1


> La spirale aurea, di Nina Stein

“Mi racconti.”
“Dunque, in quella stanza ho aspettato per dieci minuti e trentasei secondi. Lo so bene perché avevo davanti un orologio a pendolo e ho contato ogni singola oscillazione. Lo faccio sempre quando sto per agitarmi.”
“Si spieghi meglio.”
“Quando sono nervoso e la mia mente si fissa su un pensiero, magari non ben definito ma per certo fastidioso, il mio corpo reagisce male. Faccio cose tipo ansimare, sudare e cercare una via d’uscita. Da cosa non saprei. Dalla situazione immagino. Ma con il tempo ho trovato una strategia. Non che funzioni sempre ma direi quasi. Devo concentrarmi nel fare qualcosa.
“Ad esempio?”
“Contare mi aiuta moltissimo. Poco importa cosa. Le piastrelle nere della sala d’attesa del suo studio, i bottoni sulle giacche delle persone che sono in metro con me, le automobili che passano davanti alla fermata dell’autobus.”
“Poi le chiederò quante sono le piastrelle nere della mia sala d’attesa, sono curioso. Mi scusi, vada pure avanti.”
“La matematica è sempre stata la mia salvezza. Non ti delude mai. Non è opinabile, è affidabile, precisa, senza fronzoli. Ti dice le cose come sono, belle o brutte.
È grazie alla matematica che sapevo ci sarebbe stata un’alta probabilità di rovesci tra le cinque e le sei e, quindi, ho portato un ombrello abbastanza grande per entrambi. Prevedere le cose tramite i numeri è anche il mio lavoro.
Pensi che quando avevo quattro anni passavo le ore a mettere in fila le macchinine colorate che mi regalava mio padre. Prima una, poi un’altra, poi, accanto, due in verticale, poi ancora tre, cinque e così via. Con il tempo ho imparato a fare una sequenza di Fibonacci impeccabile.
In effetti chissà, forse avrei potuto anche fare il parcheggiatore.
Comunque, era la prima volta che entravo in una scuola di danza. E nessun luogo poteva essere più lontano dal mio mondo come quello. Apprezzo l’opera ma il balletto proprio no.
Mi piace anche la puntualità. Ed erano passati 10 minuti e trentasei secondi, che considerando un breve anticipo di 3 minuti e trenta secondi fanno 7 minuti e sei secondi di ritardo. Non proprio un buon inizio.
Sapevo che era un errore. Ma lei aveva tanto insistito nei giorni precedenti. “Solo un caffè”, mi aveva detto.
Che poi io non do mai confidenza alle persone, soprattutto alla fermata dell’autobus dove vorrei solo contare le auto che passano in pace.
Mi chiedevo, chissà di cosa avremmo potuto parlare.
Comunque dopo dieci minuti e trentasei secondi è arrivata. Si è scusata, la lezione era andata per le lunghe.
“E cosa ha pensato quando l’ha vista fuori dal solito contesto?”
“Che era proprio bella. Era spettinata e questo, in una normale situazione, mi avrebbe infastidito parecchio, invece mi è sembrato che la rendesse ancora più bella. Lo so, ho già detto “bella” ma qualsiasi altro aggettivo non calza: affascinante, graziosa, meravigliosa. No, non rendono, era semplicemente bella.
Insomma siamo andati a berci questo caffè. Non mi piace parlare di me ma lei sembrava davvero interessata. Il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia. Mi stavo agitando, ansimavo ed ero sudato ma nessuna voglia di andarmene. Volevo restare incollato a quella sedia ad ascoltare delle lezioni di danza, del lavoro a maglia, del piccolo appartamento all’ultimo piano con il parquet perché lei adora il parquet, il gelato al limone e i libri di Jane Austen. Avrei avuto tanto bisogno che, non so, Riemann in persona mi spiegasse cosa stesse capitando.
Lei sa chi è Riemann, vero?”
“Ho letto qualcosa di recente ma torniamo a noi.”
“Ok, così ho capito che dovevo uscirne prima di perdere il controllo. E allora l’ho guardata e le ho detto: “Grazie, è stato un pomeriggio piacevole ma devo essere brutalmente onesto, non credo che tra noi possa nascere un’amicizia, capirà anche lei, siamo troppo diversi. Non ci sarebbe nessun interesse da condividere. Io sono un matematico, innamorato dell’ordine e abbastanza introverso, lei, signorina, è un’artista, allegra ed espansiva. A me piacciono i puzzle, a lei i programmi di cucina. Io preferisco la prevedibilità, lei le sorprese. Io, per lavoro, studio modelli dei parametri di rischio nel settore bancario, lei è, ecco, una ballerina. Un’incantevole ballerina. Io penso tutto il giorno ai numeri, lei mi dica, onestamente, a cosa pensa mentre danza leggera come un uccellino? Alla neve che cade silenziosa? Al vento tra gli alberi? Alla brezza del mare?”
Mi ha guardato e mi ha sorriso in un modo che, mi creda, non mi sarebbe bastato contare tutte le tazzine del bar per calmarmi.
“E cosa le ha risposto?”
“Conto i passi.”


> Marì che va via a fette, di Silvia Lenzini

Si sveglia con una sensazione strana, come se il letto fosse diventato scomodo. Là in fondo, dove stanno i piedi. A mano a mano che il fastidio la rende vigile, identifica con precisione l’origine: il quarto dito del piede sinistro.
Sarà una fantasticheria, un miscuglio di sogni e sonno – sa bene che di notte i dolori si ingigantiscono. Prova a cambiare posizione, cerca di riaddormentarsi, ma il fastidio è ancora lì.
Si alza e va in bagno, a tentoni accende la luce. Si aspetta di vedere che il piede non abbia proprio niente di strano, e invece eccolo: il quarto dito gonfio e violaceo.
Seduta sul water, tira su la gamba per osservare meglio.
Una volta, era ancora una ragazzina, ha avuto una specie di incidente a questo piede. Una giornata di luglio in cui il calore sembrava non arrivasse dal cielo ma dal basso, dal nucleo della Terra. Indossava jeans corti – shorts, si chiamavano – una canotta di seta chiara e un paio di sandali eleganti senza tacco. Aveva raggiunto la macelleria, una di quelle con le tende di plastica colorate. In seguito ha sempre pensato che da dentro non si vedesse l’esterno, altrimenti quel gigante si sarebbe accorto di lei, dei suoi sandali dorati sotto il gradino. Comunque sia, l’uomo uscendo aveva scaricato tutto il peso del corpo – un armadio quattro stagioni, più o meno – sul secondo dito del suo piede sinistro.
Marì abbraccia entrambe le gambe, e col mento sulle ginocchia si guarda i piedi: nella sua famiglia si tramanda per linea materna questa faccenda del secondo dito più lungo dell’alluce. Ride, pensando alla favola dell’intelligenza superiore alla media che si raccontano per consolarsi. E poi smette di ridere, quando si accorge che il dito più lungo del suo piede infortunato è l’alluce. Di poco, ma è l’alluce.
Ricorda il rumore della falange che andava in frantumi. L’uomo aveva eseguito anche un piccolo movimento in scivolata, sufficiente a staccarle l’unghia. Un’esperienza di dolore sconcertante.
Allora lei aveva ancora gli organi e i tessuti assegnati dalla nascita.
A una certa età si va via a fette – ripeteva sua nonna. Marì ci ha ripensato spesso, a questa frase – uno potrebbe pensare che sia una metafora, che si riferisca alla perdita di competenze, o sensibilità. Oppure forza, o acutezza.
Questo piede dal dito viola non è suo: è un fatto evidente. È reale. Sua nonna neanche sapeva cosa fossero, le metafore.
Afferra il barattolo del burro di cocco dal ripiano di marmo. A contatto con il calore delle mani il burro inizia a liquefarsi, e quando lo massaggia sulle gambe, sulle braccia, la sua fluidità grassa penetra nella pelle, la distende.
Non riesce a smettere, potrebbe andare avanti tutta la notte. Questa nuova pelle – la vecchia è andata da tempo, perduta un giorno in fessurazioni molteplici – le va a pennello. È forse un po’ scura per lei, per i suoi occhi azzurri da fototipo I, per i capelli biondi che brillano alla luce dei faretti posti sopra lo specchio. In realtà l’occhio sinistro è azzurro chiarissimo, il destro ha dentro una specie di raggio verde.
Successe una sera d’autunno, di quelle con il cielo viola. Ricorda che era contenta per la pioggia, le sembrava che regalasse lucentezza a quel quartiere povero, una specie di accoglienza dedicata solo a lei. Da quando è sola il suo corpo reclama amplessi frequenti e promiscui, spesso mercenari. Per questo si trovava là, in quella zona sconosciuta: un appuntamento con un uomo – forse due, ora non ricorda. Era appena entrata nell’ascensore di un vecchio condominio quando una donna si era infilata dietro di lei, urtandola con il suo carico di buste della spesa. Indossava, la donna, un cappottino beige finto cammello e stivali schizzati di fango, e aveva iniziato a perdere sangue dal naso. Marì ricorda gesti stupidi – le buste della spesa appoggiate agli stivali nella speranza immotivata che i gambali servissero a sostenerle, la ricerca di un equilibrio per l’ombrello fradicio, l’esplorazione affannosa dell’interno della borsa; una bottiglia di latte, una lattina di legumi e un cavolfiore che rotolavano fuori dalle buste; l’ombrello subito scivolato sul pavimento. Certo avrebbe potuto darle uno dei suoi, di fazzoletti, ma c’era quella cascatella di sangue che rincorreva se stessa sulla stoffa del cappotto e lei si era incantata a seguirne il percorso: il sangue scorreva sulle fibre sintetiche e si diffondeva in sottili ramificazioni – sembrava che andasse a costituire una nuova rete capillare, come se quel cappotto anemico volesse rianimarsi. Quando le porte si erano riaperte, la donna aveva infilato gli oggetti alla rinfusa nelle buste ed era uscita a testa bassa, mormorando delle scuse. Marì aveva continuato la salita. Pensava a quanto fossero assurde quelle scuse e si passava il dorso della mano su una guancia bagnata.
Si guarda allo specchio mentre ripete il gesto, si mette un dito in bocca come quel giorno.
Aveva raccolto con l’indice il liquido che le usciva dall’occhio destro e l’aveva assaggiato: salato e acquoso, non appiccicoso – senz’altro lacrime. Non piangeva da anni, e certo non avrebbe mai pianto per quella tipa. Quindi l’occhio non era suo, l’aveva scambiato con qualcun altro.
È da allora che ha questa lieve eterocromia, di cui nessuno sembra accorgersi. Nemmeno la sua inclinazione a piangere da un solo occhio desta stupore.
Quella non era stata la prima volta. La prima volta è stata con Paolo, quando credeva di vivere in una bolla – di respirare la stessa aria, credeva, e la chiamava amore – e all’improvviso era venuto fuori che la qualità del sentimento di Paolo ammetteva molte variabili. Alcune prevedevano che il suo letto, le mani grandi, il sesso vellutato, non fossero un’esclusiva per lei.
Si guarda le mani. La cosa che ricorda meglio è la fatica che le costò capire come fosse solo una questione di capacità, e intende capacità come misura di volume.
Oggi è facile ripensarci, non ha più lo stesso sentire di allora – anche per questo ci sarà una spiegazione: la memoria dei giorni le appartiene, ma il dolore appartiene a qualcun altro.
Comunque, fu lì che accadde la prima volta. Vide la pelle di tutto il suo corpo lacerarsi in tante ferite e da ogni squarcio uscire una parte di sé. Questa fase fu lenta, o forse la ricorda così ma era solo l’acutezza del dolore fisico a dilatare il tempo.
Marì si spalma ancora burro di cocco sulle braccia, sulla pelle omogenea e liscia.
Infine, il cuore si fermò. Non sa per quanto tempo. Quando lo sentì battere di nuovo, seppe che non era più il suo. Tutto si fece chiaro: l’anima di Paolo riusciva a contenere un sentimento grande come un bricco che potesse stargli appoggiato sul palmo della mano. Limite di capacità: basso.
A ripensarci ora le sembra di leggere un saggio. Non c’è intensità in alcun aspetto del suo vivere e sta bene, sarebbe bugiarda se dicesse che non sta bene.
Ieri è andata a pranzo da sua madre. Aveva una fame da lupa che allatta, spazzolava tutto quello che veniva servito.
Non ti riconosco più – le ha detto sua madre.
Mamma, l’Universo è caratterizzato da milioni di trilioni di particelle subatomiche in continuo movimento. Passami ancora il formaggio, per favore. Buonicchimo quetto fommaggio. Le patticelle sci ccontrao, mmm, si scambiano.
Cosa dici, Marì, non capisco niente.
Un’altra fetta di pane, grazie. Tto dicendo che nettuno di noi retta guale, mmm, siamo plastici come Didò, sciamo meccolabli.
Oh, Gesù, cosa stai farneticando. E smetti di parlare mentre mangi! Ma chi sei, tu?
Si guarda allo specchio. Dalle spalline troppo lunghe del pigiama esce un seno, il capezzolo grosso come una mora di bosco, con l’areola scura e larga – senz’altro un fototipo 5.
Preme l’interruttore, raggiunge il letto.
Che conforto il buio, il materasso morbido, e tutto quello spazio. Allarga gambe e braccia, come a fare l’angelo sulla neve. Un giorno forse diventerà più alta, ma poco poco, così nessuno lo noterà. E accadrà senz’altro che il suo cuore smetta di nuovo di battere, o i polmoni di respirare. In quel momento, qualcuno crederà che sia morta. Sorride, mentre si lascia andare al sonno.
Che poi, se alla fine dovesse succedere – di morire, ma non c’è motivo di pensarlo per come vanno le cose – la consola l’idea che non sarà lei ad andarsene: di quella che è stata, non sarà rimasto niente.


> La linfa sale dalle radici., di Adriana Giotti

Quel due novembre, il trambusto domestico aveva il brio di una scampanata a festa. Ancora incerta se alzarmi dal letto o sprofondare la testa sotto al cuscino, mi ero stiracchiata. Le mie mani avevano toccato uno strano oggetto: una scatola con un delizioso fiocco a pois turchese, il mio colore preferito. Solo allora mi ero ricordata che era il giorno dei morti, la festa più attesa dai bambini in Sicilia. La sospirata visita notturna dei defunti che tornavano dall’aldilà, per lasciare ai discendenti doni e leccornie, era lo spauracchio che i genitori usavano per settimane, per indurre i figli a non fare capricci ma soprattutto a non dimenticare gli avi e le proprie radici.
Ero balzata a sedere e mi ero guardata attorno. Non c’era nessuno nella stanza, dunque la destinataria di quel dono ero io. Con mani tremanti avevo scartato il regalo. Fissavo incredula l’agognato set di pentoline di alluminio e il servizio da caffè di ceramica decorata. La caffettiera con il bordo smerlato aveva il coperchio sovrastato da un ovetto e, sui fianchi, un manico dalla forma sinuosa ammiccava a un beccuccio a collo di cigno. Anche la lettiera con il beccuccio a punta e le tazzine poggiate sui piattini ondulati avevano i manici a forma di piccole orecchie. Ma il pezzo più bello era la zuccheriera panciuta, con il bordo smerlato, i due manici identici, il coperchio con l’ovetto, da cui spuntava il manico di un cucchiaino di ceramica. Ero saltata giù dal letto. In soggiorno i miei fratelli si divertivano con i nuovi giocattoli. Solo Cristina guardava imbronciata l’album e i colori che giacevano sul tavolo. Da anni sperava di ricevere una bicicletta “Graziella” con il campanello e il cestino di vimini sotto al manubrio. Si era avvicinata a me per curiosare.
Mi fai vedere cosa ti hanno portato i morti?
No, è mio.
Indignata dal mio rifiuto, mia sorella mi aveva strappato il mio regalo dalle mani. La finestra di plastica trasparente sulla parte anteriore si era staccata, e alcuni pezzi del set da caffè erano rotolati fuori dalla scatola. Attraverso le lacrime fissavo i cocci. Avvertivo un dolore misto a qualcosa che non avevo mai provato prima.
Adri è colpa tua, io volevo solo vedere cosa ti ha portato nonna Cristina.*
Serravo i pugni e tremavo nello sforzo di contenere il desiderio di colpire mia sorella. Cristina era così spaventata dal mio insolito comportamento che aveva spalancato la porta e si era precipitata giù per le scale. Sapevo che si sarebbe rifugiata a casa della zà Ancilicchia, e le correvo dietro affinché fosse sgridata a dovere.
La zia non faceva mistero della sua predilezione per Cristina, che della nonna materna conservava il nome e una straordinaria somiglianza. Spesso zà Ancilicchia fissava lo sguardo su mia sorella, con un pretesto l’avvicinava a sé, e le stringeva le mani. Quando la chiamava per nome, la voce declinava in note di rimpianto, il mento si aggrinziva, la pelle si stirava sugli zigomi sporgenti.
Zà Ancilicchia era in piedi, quasi al centro della stanza. Non vedevo Cristina, ma sapevo che si nascondeva dietro la zia. Con il fiato spezzato dalle emozioni più che dalla corsa, avevo tentato di raccontare il torto subito, ma zà Ancilicchia mi aveva inchiodato con lo sguardo in mezzo alla stanza.
“Vriùogna nun si litica cu propriu sangu. U sangu unnè acqua” .*
Ero allibita. Avevo tentato una timida autodifesa, ma la zia era stata irremovibile.
“U sangu unnè acqua. Tuttu s’aggiusta. Sulu a morte non c’è rimedio.”
Fu quella la prima volta che vidi le mani di zà Ancilicchia tremare, sprofondare nella tasca del grembiule, ed estrarre un fazzoletto da uomo.
Non era vero che zà Ancilicchia non piangeva. Le spalle ossute sussultavano appena. Io non osavo muovermi, anche se gli occhi della zia fissavano la porta d’ingresso. Il ticchettio del pendolo era assordante.
Con il tremore che rivelava uno sforzo immane, le braccia della zà Ancilicchia si erano sollevate. Le mani battevano sul petto scarno. Non una parola né un lamento. Solo il rumore cupo del torace.
Zà Ancilicchia era crollata sulla sedia, sotto il quadro della Sacra Famiglia. Cristina si era avvicinata. La zia le aveva afferrato le mani e le aveva sussurrato qualcosa. Poi aveva allungato un braccio per accogliere anche me. L’alito profumava di tabacco.
“Piccirè, tuttu s’aggiusta. Sulu a morti non c’è rimediu.”*


*Nonna Cristina era la mia nonna materna – la sorella minore di zà Ancilicchia – morta di parto a 32 anni.
*”Vergogna, non si litiga con il proprio sangue. Il sangue non è acqua.
*”Bambine, tutto si aggiusta. Solo alla morte non c’è rimedio.

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