19/4/2021 - 20:49

 

 

I commenti di Cristina Marconi ai racconti di TYPEE / 5

 

Dal 15 gennaio al 12 febbraio, Cristina Marconi legge e commenta i racconti di TYPEE,  per la prima volta sotto forma di pillole video, offrendo suggerimenti di scrittura, consigli di editing e suggestioni su come allenare l’immaginazione. I video vengono pubblicati su BellevilleNEWS ogni venerdì.

Il capitolo precedente de “La scrittrice che legge” è qui.

 

> Capitolo 5

 

 

 

> Colloqui e colletti, di MMarianella

La sveglia suona sempre alle sette e mezzo. Con la sveglia alle sette e mezzo il letto è fatto in tre minuti, la colazione in quindici, a volte sedici. C’è da discutere sulle notizie del giorno, lavare il piatto in ceramica dalle macchie di burro e le due tazzine con le maioliche blu, quelle che “prima o poi, sarebbero da buttare”. Poi c’è da baciare nonna e scostarle il ciuffo dagli occhi. I suoi occhi, la mattina, riflettono il sole fuori dalla finestra, a volte lo fanno vedere anche se non c’è. Sono azzurri, ma le venature dell’iride si scuriscono quando piove e quando piove ci va la cerata. La cerata è blu in vinile, il cappotto, invece, quello invernale non da pioggia, è in lana vergine, ma è sempre blu. Il nero non lo metto, m’infastidisce, mi irrita. Il blu mi rassicura, invece. Tutto il mio armadio è blu. Non ogni capo, le camicie sono bianche, solo bianche, ripiegate una di fila all’altra col colletto teso, altrimenti non si possono mettere. Non poterle mettere è irritante, perché sono siglate con i giorni della settimana. La domenica non può essere sostituita dal lunedì, non è minimamente pensabile. I colletti variano, sono di tre tipi. C’è il colletto baby, quello alla marinara e quello jabot, si alternano come i giorni lavorativi e l’umore. Per il colloquio, però, il colletto è jabot, con la giacca sta meglio. La giacca in tartan chiude proprio l’ultimo bottone sul nastro da legare a fiocco. Anche Jeff Duncan indossa un completo in tartan, ma la filatura è sottile. È sicuramente una Irvine, ha gli stessi colori della Keith, ma la Keith è più sottile, è sottile come la tappezzeria che sembra inghiottirlo mentre legge le due facciate di un curriculum revisionato cinque volte. Una doppia stesura, una doppia rilettura ed un’altra ancora, per le critiche. Riesce a leggere sommariamente le informazioni in trentacinque secondi. La lancetta dell’orologio a muro non lo segue, è visibilmente in ritardo. In alcuni momenti sembra come bloccarsi, o forse è solo tutto quel tartan a distrarre anche l’occhio più attento. Torna indietro, legge, rilegge ancora. Si passa una mano sul mento, poi tra i capelli, aggrotta la fronte ed arriccia le labbra: sono quindici secondi, poi mi guarda. Non riesco più a contarli, i piedi fremono sul pavimento. È un ritmo continuo, assordante, le ballerine hanno i tacchi da fare. Non è un rumore sordo, non lo è affatto, vorrei che smettesse, devo fare in modo che smetta. Le mani frenano le ginocchia a forza, come a forza le labbra si distendono in un sorriso.

«Il suo curriculum è interessante… Miss?»

«Douglas…» è così ovvio che lo abbia riletto prima di chiedere.

«Sì, Douglas. Quindi si definisce perfezionista, competitiva e maniacale…»

Annuisco. È una domanda fittizia, di circostanza. Jeff non sta guardando la descrizione personale, quella si trova al fondo di pagina uno ed il suo occhio punta già su pagina due. Vorrebbe farmela quella domanda, la vedo scritta sulle sue labbra da esattamente un minuto e mezzo. Nel minuto e mezzo mi chiede se mi piacciano i film d’epoca, pagina due, terza riga.

«Li trovo piacevoli. Alcuni li so anche a memoria. Conosco “Put the Blame on Mame”, la canto discretamente, riesco a raggiungere le stesse note di Rita Hayworth, so fare anche quella mossa con il guanto.»

Jeff Duncan storce il naso, poi annuisce e guarda altrove. Temo che non sappia chi sia Gilda, forse conosce la pellicola solo di fama. Jeff annuisce di nuovo, si prende una pausa da ogni domanda. Anche il ticchettio dell’orologio sembra concordare con quell’attesa. Perché non parla? L’attesa si fa snervante, vorrei che ne parlasse Jeff, vorrei davvero che esternasse i suoi dubbi. Non andrò via senza una vaga idea di cosa sarà dopo, senza la certezza di quella chiamata. Ci sono le camicie nuove a casa, quella indosso oggi è già del lunedì.

«Dunque.»

«Sì?»

«Come è solita gestire le situazioni di stress?»

«L’orologio a muro ha due minuti di ritardo, continua a perdere secondi.»

«Non ha risposto alla mia domanda.»

«Credo che… credo che debba cambiare le pile a quell’orologio.»

«Non abbiamo bisogno di gente indisciplinata.»

«Dovrebbe davvero cambiare quelle pile.»

«Non è solita accettare un no come risposta, non è così?»

«Ha perso altri due secondi proprio in questo momento, Mr. Duncan.»

«E va bene. È in prova, Iris, per ora. Ed in merito alla sua terapia, in caso avesse bisogno di qualche, permesso…»

«È il venerdì alle otto. Non intaccherà minimamente l’orario di lavoro.»

«L’aspetto lunedì, alle otto e mezzo.»

«Lunedì, otto e mezzo.»

«Cosa non la convince?»

«Mi chiedevo solo se, per otto e mezzo, intendesse l’orario del suo orologio oppure quello di un comune dispositivo, perché in caso intendesse le sue otto e mezzo sarebbe…»

«Iris.»

«Sì?»

«Stia ancora un po’ seduta, il piede le balla ancora. A lunedì.»

«A lunedì.»

 

 

> Hashāshīn, di Lorenzo_Rescigno

Io, Riccardo, lo trovo di una certa sensualità.

Tozzo, gli occhi infossati e spiritati, uniti da un enorme naso, gli conferiscono un aspetto ferino. Il grasso fa capolino dai jeans strappati, e agita una sigaretta con un grossa unghia, che tuttavia non cade, disegnando cerchi di fumo nel dehor. I capelli tinti di un rosso pallido, inizio a scorgerne la ricrescita. Sono magnetizzato dall’anello, una pietra di plastica rossa vi è incastonata sopra, mentre mi parla di un collega molto affascinante che non lo considera. Io sto fluttuando sul tavolo del bar, il suo amico continua a fissarmi, il viso nascosto dietro i cerchi di fumo, ma so che i suoi occhi sono puntati su di me. È più grande di lui e sposato, ma sa che segretamente le sue attenzioni sono ricambiate. Il caffè riposa sul fondo della tazzina, un miscuglio di zucchero bianco e inchiostro nero mi rivela il futuro: io non sarò più qui. Gli chiedo se gli va di fumare, perché no rispondono, paghiamo e ci dirigiamo sotto l’arco della vittoria, seduti con le gambe tese ai piedi di un angelo di marmo, scaldo la pietra nera con l’accendino dell’amico: si chiama Michele, sostiene di avermi già visto da qualche parte, ma sono in tanti posti. 

La pietra ha compiuto il suo eterno circolo ed è ritornata polvere, questa non gratta, dice Michele, questa ti fa abbioccare, ti culla nel letto, e tira una boccata illuminando le scale. Un gruppo di ragazzini si avvicina, lanciando occhiate incuriosite. Una lieve pioggia rinfresca la cute, appannando gli occhiali e a Riccardo viene un’idea e ci chiede di seguirlo senza fare domande, ma non riesce a trattenere il segreto: un amico di un amico è un discendente del profeta, abita in un vicolo dietro l’ex Italsider e ha roba buona, non come la mia. Michele mi fa un cenno, scrollando la testa, non ascoltarlo. Suoniamo al citofono ma il Sayyid, il parente, si affaccia dalla finestra dicendo di non rompere. Gli occhi azzurri, sporgenti e iniettati di sangue, ci scrutano da capo a piedi, Riccardo gli dice che è solo per poco. Ci fa entrare. L’ambiente è in penombra, la luce entra debolmente dalle veneziane, illuminando un quadro raffigurante una mandria di elefanti bianchi, le proboscidi abbeverarsi in oceani dorati. Il bagliore illumina anche coppie di sandali ai lati dell’atrio, strisce di tuniche colorate e occhi scintillanti scrutarci rasenti alle pareti, faccio finta di niente e ci sediamo al tavolo della cucina. Michele chiede dov’è il bagno e ci sparisce dentro.

Il Sayyid estrae una panetta avvolta nella seta da un barattolo di frutta secca, l’odore impregna subito l’aria e Riccardo sgrana gli occhi. La prendiamo. Il padrone di casa dice che può darcela anche gratis, se facciamo un favore per lui, e oltre all’interesse ora ha anche la nostra attenzione: l’altro giorno ha fatto un buco nel muro, oltre c’era un angelo che lo ha messo in guardia: presto uomini a cavallo verranno da terre verdi e piatte per ucciderlo. Michele non è ancora tornato. Se noi lo aiutiamo, ci farà avere accesso al suo giardino, dobbiamo solo portargli la testa del Khan. Dei fagioli bollono in una pentola, colorando l’acqua di nero. Riccardo accetta. Attendono la mia risposta, tamburellando con le dita sul tavolo di mogano. Io rispondo che l’Asia mi sta stretta e che non sono più qui, i loro occhi mi guardano scomparire nel pavimento.

 

 

> Mani, di Franco58

Oggi ho rivisto la Pina.

Dodici anni fa abbiamo avuto una storia abbastanza complicata, che è durata un paio di anni. Ci siamo amati tanto, allora, ma ognuno a modo suo. Io ero troppo anaffettivo, diceva lei.

Poi ci siamo ritrovati faccia a faccia improvvisamente, stasera, proprio all’angolo tra via Tolstoy e via Giambellino, dove c’è la farmacia.

Io stavo guardando rapito un estrattore a bassa velocità, affascinato dal suo prezzo: 500 euro nella versione Standard, 1200 nella Pro.

Faccio per andare, ma continuo per un attimo a guardarlo, senza togliere le mani dalle tasche del cappotto, mentre un piede è già rivolto all’esterno, in attesa che lo raggiunga anch’io. Ecco, lo raggiungo, e riparto per girare a destra, in via Tolstoy, sempre con le mani nel cappotto, e “Sbang!” vado addosso a qualcosa che si muove in direzione contraria.

Alzo lo sguardo e mi (ri)trovo davanti (a)gli occhi della Pina, che non vedevo da dieci anni, mese più, mese meno.

La riconosco al volo perché ne ha uno verde e uno marrone “bellissimi e unici” (penso).

“Franco!” mi urla quasi, lei “Ma sei tu! Sei davvero tu?!” mentre mi carezza con le mani aperte il bavero del cappotto, faceva sempre così, anche dieci anni fa, appena non ci vedevamo per un paio di giorni. Era molto, troppo… affettiva.

Io abbozzo un sorriso, senza riuscire a rispondere, mentre lei inizia a ridere di gusto, dimenando la testa.

I suoi capelli mi sventolano addosso un po’ d’aria, e mi arriva al naso l’Eau d’Issey pour Homme, esattamente come allora. Mi piace un sacco, usato da una donna: agrumato, con sentori di noce moscata e zafferano, sopra un fondo di tabacco muschiato.

Poi vedo che mi infila il naso sotto l’orecchio, sfiorandomi la spalla. Mi annusa chiudendo gli occhi. Un brivido mi attraversa.

” Ma anche tu?”

“Sì, Anch’io uso ancora l’Eau d’Issey”, la interrompo, guardandola dritto negli occhi, mentre li riapre. Ha delle ciglia pazzesche, quasi mi ci impiglio.

Adesso rido anch’io, di piacere, e senza volerlo cerco le sue mani. Anche lei cerca le mie, ma non sappiamo cosa farci, con le nostre mani, dopo dieci anni che non si toccano e le infiliamo tutte e quattro nella tasche del mio cappotto, due a destra e due a sinistra, senza incrociarle.

Istintivamente cerco di abbracciarla, e sposto le nostre quattro mani verso di lei, manovrandole dalle tasche del mio cappotto, per dare meno nell’occhio: tento di cingerle i fianchi; lei capisce e si dimostra collaborativa, avvicinandosi un po’, ma non è facile, e dopo qualche goffo tentativo finiamo per incastrarci braccia, mani(che) e cappotti, senza mai smettere di guardarci.

Faccio appena in tempo a pensare quanto vorrei scaldare le sue mani, fredde, che ci incastriamo anche con le gambe: perdiamo l’equilibrio e scivoliamo sulla vetrina della farmacia, lei di schiena, io addosso a lei.  La nostra caduta si arresta con noi due immobili, inclinati come l’ipotenusa di un angolo retto.

Nessuno si è fatto niente, e la vetrina è rimasta intatta. La Pina ha fatto zeppa con il suo stivale destro sul marciapiede, io sono riuscito ad appoggiarmi con il gomito sinistro nell’angolo tra vetrina e muro.

Passa qualche attimo, e riusciamo a tirarci su entrambi, senza aver mai tolto le mani dal mio cappotto.

Io sono stordito, la Pina sta bene “Tutto sommato”, mi dice, e continuiamo a guardarci. Siamo imbarazzati, ma anche divertiti: oltretutto adesso, avrei voglia di baciarla, ma ho paura di fare un altro disastro.

Lei lo capisce e si avvicina, piano, alle mie labbra, con le sue. Io mi sposto impercettibilmente, e le vado incontro per gli ultimi 2, 3 millimetri, forse quattro. Sento il caldo fresco delle sue labbra che affondano nelle mie.

Chiudo gli occhi e spero di non cadere, un’altra volta:

ci diamo un bacio leggero, e le nostre lingue rimangono al loro posto, come se sapessero: “Cosa stiamo facendo?!” mi sussurri senza guardarmi.

Mi è rimasto sulle labbra il sapore delle tue, hai bevuto un caffè amaro da poco (penso)

“Ci stiamo baciando” le comunico, “Bevi ancora il caffè amaro, vero?! aggiungo, sicuro di me stesso.

“Ti é piaciuto! mi risponde lei con un’ affermazione incerta.

Continuiamo a stare in piedi, con le nostre mani nel mio cappotto, ognuno con la testa appoggiata di traverso sulla spalla dell’altro, senza guardarci. Sento un respiro che mi arriva leggero sulla schiena, perché lei mi ha infilato il suo naso lungo tra il cappotto e la sciarpa.

Sono passati dieci anni, ma è una delle cose che ricordo meglio, della nostra storia, quel suo naso, lungo ma elegante. E un poco prensile.

Però ricordo bene anche i suoi occhi, e le sue labbra e le sue mani. Le sue mani: sento le sue mani che giocano con le mie, che giocano con le sue; le nostre dita che scorrono tra loro, si carezzano, si grattano con dolcezza, si rincorrono, si pizzicottano, si prendono e si lasciano.

” Lo sai, vero? mi dice la Pina “Che le nostre dita stanno facendo all’amore!?”

 

 

> € € € € €, di carlomariavadim

Beh, devo dire che la crisi dei consumi stimola l’inventiva dei commercianti. Sono in prova in un negozio di abbigliamento maschile che sta in corso Buenos Aires. Vende tutto per uomo, tranne l’intimo. Ma non faccio il commesso, no, no, passo le ore dietro una vetrata: al posto del manichino, nell’ampia vetrina del negozio ci sto io. Mi trattengo là tutti i giorni dalle sedici alle venti. La cosa è organizzata in questo modo: la scena presenta il soggiorno di un appartamento, con una libreria, un tavolino con sopra la copia di una scultura di Manzù, una bottiglietta di acqua Perrier e un bicchiere di cristallo pieno a metà, una scatola di sigari, un divano rosso. Io devo stare là, nel finto soggiorno, seduto sul divano e non mi posso spostare . Sto così e fingo di leggere. Ogni giorno il proprietario del negozio (anziano ma affamato di guadagni, quasi avesse vent’anni), mi dice quali capi devo indossare in vetrina (in genere: o tutto casual o tutto formale). Basta. Questo è il mio lavoretto. La paga è una percentuale di quanto gli entra nella vendita dei capi uguali a quelli che indosso quel giorno. Questa percentuale, per ora, è del sette per cento. Se un giorno non ci sono vendite io non prendo un euro. E l’indomani si ricomincia. Dopo i primi giorni incerti, nel senso che le cose non cambiavano e le vendite non arrivavano, il negoziante ha voluto fare alcune modifiche migliorative. Queste:

– Devo muovermi ogni tanto tra il divano e la libreria;

– Oltre che leggere devo fingere di telefonare o di messaggiare;

– Con il casual devo indossare occhiali da sole;

– Devo cambiare pettinatura a seconda dell’abbigliamento;

– Per lo stesso motivo devo essere sbarbato o con barba di tre giorni;

– Non devo interagire o fare cenni con chi mi guarda dalla strada;

– Non devo tenere un’espressione troppo seria né troppo allegra;

È sorprendente, ma le vendite sono subito cresciute. Davanti alla vetrina c’è sempre qualcuno e in certi momenti anche dieci persone.

In negozio entrano soprattutto coppie giovani o di mezza età, e le mogli, mentre i mariti sono impegnati a misurare i capi, mi ronzano attorno e mi lanciano occhiate incredibili, eppure non sono così bello (non so… forse sono un tipo!):

– Una ragazza è stata davanti alla vetrina per un’ora;

– Un’altra alla chiusura del negozio mi ha aspettato fuori;

– Un’altra ancora è entrata e ha voluto comprare una camicia bianca dopo essersela misurata a un metro da me;

– Un ragazzino di dieci anni entrato con il padre ha allungato il braccio e si è scolato l’acqua Perrier;

– Un vecchio signore s’è preso via la scatola dei sigari;

– Un altro tizio ha cercato di sfilarmi la sciarpa che portavo al collo perché era un pezzo unico e voleva acquistare quella a tutti i costi;

– Un altro ancora, dopo uno starnuto mi ha sfilato la pochette dal taschino della giacca per strofinarsi il naso;

– Una signora sovrappeso ha chiesto al negoziante se poteva sedersi sul divano rosso per riposarsi;

– Un giovane gay mi fa gli occhi dolci e viene tutti i giorni per comprare un paio di calze;

– o un fazzoletto;

– o una cinta;

– o una pochette;

– o un paio di guanti;

– o un paio di bretelle;

– o una cappello con visiera;

– o una cravatta;

– o per cambiare il paio di calze;

– o per cambiare il fazzoletto;

– o per cambiare la cinta;

– o per cambiare la pochette;

– o per cambiare i guanti;

– o per cambiare le bretelle;

– o per cambiare il cappello con visiera;

– o per cambiare la cravatta.

Il negoziante è al settimo cielo, le vendite vanno a gonfie vele. E gli è venuta una nuova idea che sto mettendo in pratica: su una vetrofania posta nell’angolo della vetrina adesso c’è scritto: Sei vuoi conoscere qualche particolare degli abiti che vedi indossati dal modello in vetrina chiama il numero 3482271…, ti risponderà lui stesso.

E la cosa ha funzionato. Ho risposto a una ventina di chiamate:

– Un signore distinto: di che tessuto è fatta la giacca?

– Una giovane coppia (lui grasso): la camicia che indossi è un modello slim?

– Un vecchio dall’aria snob: la cravatta è di pura seta?

– Una signora attraente: puoi togliere la giacca e metterti di spalle?

– Un tizio con una brutta faccia: la cinta dei pantaloni è di coccodrillo?

– Una ragazza con tacchi a spillo: le tue calze, lunghe o corte? Mi fai vedere?

– Due giovani spavaldi: la giacca è troppo corta, sembri un clown.

– Tre ragazze ridenti: lo sai che sei bono…

– Una coppia dall’aria simpatica: E la biancheria? Possiamo vederla?

E così diverse altre. Per me uno spasso. Comunque, la scorsa settimana gli ho detto: “Capo, sarebbe il caso di aumentarmi la percentuale…” E lui: “Non se ne parla proprio.” L’indomani sono stato in vetrina come se m’avessero bastonato, e lui non ha venduto neppure un paio di calze.

Alla chiusura mi ha chiamato sul retro e mi ha detto: “Sai Carlo, ci ho pensato su: ti raddoppio la percentuale”. L’indomani le vendite sono volate!

Quando ha chiuso il negozio il suo sguardo era quello di zio paperone in versione europea: nell’occhio destro $, e nel sinistro €.

 

 

> Pietro di notte aveva paura di tutti, di unacatastrofe

La piccola Adele sussurrava nel sonno parole incomprensibili: non sapeva ancora cosa fosse, ma tutto quel nero silenzioso le faceva paura. Era una bambina, e quelle parole sottili erano il suo unico modo di combattere qualcosa che ancora non conosceva: la notte.

Steso supino sul divano del salotto, Pietro abitava il buio armato di un naso rumoroso e di sospiri pesanti. Pietro conosceva bene la notte: somigliava alla fabbrica dove lavorava da una vita, e da entrambe desiderava fuggire. La fabbrica gli aveva macchiato la pelle, rovinato l’udito dell’orecchio sinistro e dipinto la parte bianca dell’occhio di rosso – dicevano tutti che sarebbe stato temporaneo, eppure la sclera mandava da anni bagliori scarlatti. Pietro di notte aveva paura di tutti perché tutti somigliavano a lui: gli uomini avevano volti color fuliggine ed erano di poche parole. In quella casa, si cresceva con la convinzione che i silenzi andavano combattuti con le armi di cui si disponeva: Pietro nel buio respirava forte, Adele pronunciava parole a mezza voce – chissà cosa immaginava; il televisore nel salotto era perennemente acceso, e nella notte lanciava bagliori come il forno della fabbrica dove Pietro fondeva l’acciaio – come il suo occhio dopo che aveva perduto il bianco, come la sveglia digitale che proiettava timidamente l’ora sulla parete.

Alle cinque e mezza del mattino, Pietro cancellava ogni residuo di buio macchiando il caffè con il latte e lavandosi il viso con cura. Quando effettuava il turno di notte all’ospedale, alle sei e mezza tornava a casa Linda, sua moglie, e le occhiaie non sciupavano ma esaltavano – assurdo – la bellezza del suo viso bianco. Pietro aveva sporcato i suoi occhi belli con le sue mani nere, intrise di fuliggine. “Come se in fondo il viso glielo avessi disegnato un po’ anche io”, pensava Pietro, ma con tristezza. Non riusciva a salutarla, avrebbe fatto tardi in fabbrica; quindi preparava per lei parole dolci e le sistemava a penna sopra un tovagliolo in cucina, per dipingerle appena un sorriso sul volto stanco. Linda leggeva, una lacrima a rigarle il viso, e consumava quello che restava della notte accanto ad Adele, che cessava per un po’ il suo eterno sussurrare nel sonno.

Prima di tornare a casa dalla fabbrica, Pietro appoggiava il suo corpo stanco sullo sgabello di un bar e ci rimaneva a lungo. Annegando nel vino, pensava spesso al corpo logoro e caldo di sua madre appena trentenne, violato dalle percosse di un padre che non sapeva fermare, costretto com’era nel corpo minuscolo e fresco di bambino. Alzava il bicchiere alla fatica della fabbrica. Alle occhiaie di Linda, che non sapeva cancellare ma solo alimentare. Al suo profumo di ospedale, intrappolato nei lunghi capelli neri, alla casa che le aveva costruito solo per non lasciarlo andare via. Entrambi gli occhi diventavano rossi al senso di colpa: il dolore ha il colore del vino – dicevano tutti che sarebbe stato temporaneo, invece.

Una sera tornò a casa tardi e scoprì la tavola imbandita per una cena mai consumata, cristallizzata, sospesa. Linda, muta e tremante, in piedi in attesa. La porcellana fredda e densa sembrava giudicarlo tramite mute occhiate, il tuorlo di un uovo all’occhio di bue brillava al centro del piatto come un povero monile. Cullata dal gin, la mente di Pietro volò via per un istante che parve un’ora: sua madre, con un grembiule bianco a difendere il suo vestito a fiori, vendeva caramelle al mercato del paese. Pietro amava le caramelle gommose a forma di ovetto fritto – le carie, principio di buio, gli macchiarono i denti nati perfetti. Sua madre partiva la mattina molto presto con il suo camioncino; la radio a tutto volume sparava L’immensità di Don Backy e lei cantava, i fiori della veste mandavano bagliori dorati.

Tutti i bambini la amavano, a tutti regalava carie e sorrisi. Un giorno Pietro tagliò due ruote al camioncino per non farla recare al lavoro, per averla tutta per sé. Il padre, pensando che la madre non volesse lavorare, le disegnò lividi viola tutta la sera. I fiori del suo vestito iniziarono a tremare, e forse, ad appassire. Non cantò più.

Pietro, tornato a casa, prese con forza i lembi della tovaglia di Linda, i piatti per terra ad urlare: i silenzi andavano combattuti con le armi di cui si disponeva.

Sì io lo so

Tutta la vita sempre solo non sarò

Un giorno troverò

Un po’ d’amore anche per me

Per me che sono nullità

Nell’immensità

Se avesse conosciuto le parole giuste, Pietro avrebbe scritto a qualsiasi amico, o su qualsiasi tovagliolo, una sera di tanti anni fa: Per amore, ho inserito due volte il coltello nelle ruote del camion di mia madre: immaginavo la carne trafitta di mio padre, e per la prima volta pensando ai miei genitori, non provavo alcun dolore. La mia giovinezza iniziava a tremare, e forse, ad appassire.

 

 

Cristina Marconi vive a Londra da dieci anni. Laureata in Filosofia alla Normale di Pisa, fa la giornalista, scrive per Il MessaggeroIl Foglio e altre testate, parla spesso alla radio. Il suo romanzo d’esordio, Città irreale (Ponte alle Grazie, 2019), è entrato nella dozzina dello Strega e ha avuto vari riconoscimenti, tra cui il premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari Opera Prima.