La grana dell’umano sentire. Intervista a Gaia Manzini

Intervista a Gaia Manzini

Cosa significa narrare? In dieci lezioni alcuni dei più apprezzati autori italiani leggeranno dieci brani esemplari per darci una risposta. Leggere per imparare a scrivere è in partenza su BellevilleOnline. Dal 19 gennaio, per cinque settimane.

> Abbiamo chiesto a Gaia Manzini, docente del corso, cosa significhi per lei leggere: ci ha parlato delle storie che ha più amato.


Qu
ando leggi, sei sempre consapevole dello stile e delle tecniche narrative usate dall’autore? O riesci a “dimenticarli” e a immergerti nella storia?

Esistono due livelli di lettura. Il primo livello è quello della “seduzione”: quando ci abbandoniamo alla pagina. Succede, a volte, di avere la sensazione di non essere noi a leggere il libro che abbiamo tra le mani, ma che sia il libro stesso a leggerci dentro, perché quello di cui parla, il modo in cui lo fa, le immagini che evoca sembrano raccontare non solo di quel personaggio, ma anche della nostra vita. Non accade con tutti i libri, ma quando accade la seduzione che esercita quella storia su di noi è totale, seppur ancora inintellegibile.
Sartre diceva che la lettura è uno dei grandi atti di libertà che ci possiamo concedere. Leggendo diventiamo qualcun altro: ci immedesimiamo in personaggi con un’idea della vita molto distante dalla nostra, con esperienze differenti, un passato diverso, e così facendo ampliamo i nostri orizzonti, accogliamo la diversità, apriamo la nostra mente.
Il secondo livello di lettura è quello della “predazione”. È quando vogliamo capire perché una storia eserciti su di noi un fascino tanto grande. Vogliamo coglierne i segreti, spesso per riprodurre quello stesso effetto sulla pagina. Quello della predazione è di solito un secondo livello di lettura (e corrisponde spesso a una rilettura) che si concede chi abbia voglia di scrivere o di studiare i meccanismi narrativi. Questo livello implica una voracità simile a quella del primo, ma più vigile: più lenta e meditativa.
Quando sto lavorando a un libro, o a un racconto, il secondo livello di lettura è sempre attivo: ho la sensazione che tutto potrebbe servirmi ai fini di quello che sto scrivendo. Dalla lettura si impara sempre qualcosa: qualcosa che ci servirà nella scrittura e nella vita.

Quali sono 3 romanzi o racconti che ti hanno insegnato qualcosa sulla scrittura, e perché?

C’è un aspetto del narrare che attira la mia attenzione più di altri: l’uso dei particolari e dei dettagli. La narrativa non spiega, ma cerca di cogliere il mistero dell’esistenza e lo fa nei particolari, nelle cose a margine. Ho riscontrato un uso sapiente dei particolari soprattutto nei racconti, dove i dettagli devono avere un impatto più immediato. Spesso alcuni di questi tendono ad accumulare significato, diventando simbolici. Mi viene in mente Il cappotto di Gogol’, che ho amato moltissimo. Il cappotto non è altro che un racconto sul desiderio. Il desiderio che muove la vita, che ci proietta fuori da noi stessi, che ci consente di alzare lo sguardo. Il protagonista fa dei sacrifici per poter mettere insieme la somma per un nuovo cappotto e questo lo fa rinascere. Dice Gogol’ che l’esistenza del suo protagonista si faceva più piena, più vivace e sicura, era come se si fosse sposato, “come se qualche altra persona vivesse con lui, come se non fosse più solo.” In fondo il cappotto, o l’idea del cappotto che ti avvolge tutto, è come quella di un bozzolo. La crisalide sta per diventare farfalla.
In un racconto accade molto di più di quanto è scritto: i dettagli su cui si accumula senso servono a dargli tridimensionalità, a espanderlo oltre le sue reali dimensioni. Il nuotatore di John Cheever è una delle più grandi short story del Novecento. Nella pagina tutto è perfettamente calibrato, ogni dettaglio serve a raccontare la storia di Ned senza raccontarla frontalmente (la giornata di mezza estate che diventa, pagina dopo pagina, una giornata autunnale, o quasi; le bracciate che si fanno sempre più stanche; le nuvole che sembrano città in avvicinamento e poi portano solo pioggia…). Tutta la vita adulta di Ned è racchiusa in una lunga e particolare nuotata che lo porta ad attraversare un intero quartiere di ville di amici e a tuffarsi ogni volta in una nuova piscina, fino ad arrivare a casa sua. Eppure, nonostante ci raffiguriamo benissimo il percorso di Ned, Il nuotatore rimane un racconto misterioso: quello che leggiamo non corrisponde perfettamente a una situazione realistica. Potrebbe essere un sogno lucido, una proiezione della coscienza del protagonista. C’è una distorsione che non comprendiamo fino in fondo, ma che ci dice dello stato d’animo del nuotatore: della sua afflizione, del suo senso di sconfitta per aver perso il lavoro, la sua posizione sociale, il benessere.
Venendo ai romanzi: per me un grande libro non è mai solo una grande storia, ma il racconto di una parabola umana e dei suoi dilemmi. Tolstoj è stato uno scrittore che ha saputo far vibrare l’animo dei suoi personaggi nei toni più diversi. Anna Karenina è un libro in cui perdersi e ritornare: siamo trascinati da un’onda narrativa in cui ogni personaggio è una polifonia e la trama scaturisce dallo sviluppo psicologico dei loro conflitti. La scena della gara dei cavalli in cui Vronskij ha un incidente e Anna, con la sua reazione disperata, svela a tutti i sentimenti che prova per l’amante, è geniale, raccontata due volte con una sorta di rewind e un cambiamento del punto di vista. Attraverso azioni, gesti, movimenti, posture si svela l’animo di Anna, Karenin e Vronskij senza che mai venga usata una sola frase di spiegazione.

Si dice che le storie che raccontiamo – in letteratura ma anche a teatro, nel cinema o nelle serie tv – siano sempre le stesse. In cosa consiste “l’originalità” di uno scrittore?

David Foster Wallace diceva che la letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un essere umano. In ogni grande personaggio che voglia l’amore, il successo, il potere o anche solo una vita serena, ritroviamo noi stessi nelle sue contraddizioni, nelle ambiguità, nelle sfumature, nelle debolezze, nei dubbi, nelle opacità. Un bravo scrittore deve saper rendere la grana prismatica dell’umano sentire, qualunque sia la storia che si appresta a scrivere. Le serie tv ci hanno dimostrato che ci affezioniamo a un personaggio nel suo lento mutare, nello sviluppo psicologico che va di pari passo col passare del tempo. Quello che rende uno scrittore davvero diverso da un altro è lo stile, la voce che riesce a dare alla storia e ai suoi personaggi. Ovviamente a questo contribuiscono moltissimi fattori: il punto di vista da cui si racconta, la gestione del tempo, le scelte sintattiche e lessicali, e il ritmo. Torno spesso a un esempio contemporaneo: la scrittrice francese Maylis de Kerangal in Riparare i viventi racconta la storia di un trapianto di cuore, dalla morte di un ragazzo che stava surfando nell’oceano alle tappe che il suo cuore fa in ventiquattro ore per raggiungere la cassa toracica di una donna che necessita di un cuore nuovo. In questo libro c’è un grandissimo lavoro sullo stile e sulla punteggiatura. Uno stile nominale, che usa pochi verbi e predilige l’asindeto e la virgola, dando al testo il ritmo di un battito cardiaco. Ogni scrittore, individuata l’urgenza che lo muove a scrivere, deve trovare la sua voce: è qualcosa dalla quale non si può prescindere. Se la voce è stonata, il lettore lo sentirà.

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