5/12/2020 - 3:29

 

Stiamo abbastanza bene, l’esordio di Francesco Spiedo

 

 

Il 29 ottobre uscirà per Fandango Libri Stiamo abbastanza bene di Francesco Spiedo, allievo della Scuola annuale di scrittura di Belleville. Il protagonista è Andrea Lanzetta, venticinque anni e una laurea in Matematica, che fugge da Napoli e dalla fine di un amore trasferendosi a Milano. Fra lavori saltuari e l’insistenza della madre perché torni a casa, Andrea cercherà di costruirsi un avvenire meno incerto, alla ricerca di un equilibro tra lo stare abbastanza bene e il non stare bene abbastanza.

>> In anteprima per BellevilleNews, l’incipit del romanzo

 

Mentre sono ancora qui, trascorso qualche mese, a chiedermi che senso abbia avuto fuggire, mettere chilometri tra me e te, il mondo va avanti occupandosi di cose più serie.

“Andrea, ci siamo intesi?”

“Sì, state tranquillo, ho capito.”

“Allora ripeti.”

La voce di Don Enzo è quella dell’emigrante campano che, nonostante i quarant’anni quasi ininterrotti a Milano, difende tutti i giorni la sua cifra d’origine. Io rispondo adattandomi alle convenzioni della nostra terra, dove utilizzare la seconda persona plurale è preferibile alla seconda singolare e addirittura anche alla terza. Se non ti danno del voi, non vali niente. Che Don Enzo ricordi di essere nato pure lui all’ombra del Vesuvio mi rincuora. Mi sento un po’ più a casa. È grazie alle origini comuni se stringo la chiave della portineria in via Nino Bixio 14.

“Controllo se è arrivata posta facendo attenzione soprattutto a quella del signor Antenucci Ambrogio, terzo piano”, gli rispondo ripetendo le sue stesse parole e lui annuisce con gli occhi.

“E se ci sono cose urgenti le consegno, altrimenti se ne parla più tardi, poi prendo la scopa e pulisco l’ingresso.” Il suo sopracciglio destro alzato ricorda quello del mio maestro di matematica delle elementari sul punto di infilare una cazziata. “Anzi no, prima spalanco il portone e poi spazzo.”

“Hai visto? Che ci vuole, il resto è ’na pazziella.”

Oltre alla cadenza, Don Enzo ha conservato qualche piccola licenza poetica. Con me, pure lui, si sente un po’ più a casa sua. “Basta che ti stai seduto qua, ogni tanto fai un giro, vedi un poco se la signora Domenica ha bisogno di una mano con la spesa, che quella oramai tiene settant’anni.”

È già la terza volta che mi ripete le stesse cose.

Per gli inquilini del palazzo ha speso poche parole: devi fare il portiere, mi ha detto, mica la capera, allora solo definizioni frettolose. C’è lo scarfaseggia, quello che tiene carrozze e cavalle e l’altro che invece nun magna pe’ nun cacà. Lo scansafatiche, quello che se la passa bene e l’avaro. I nomi dei condomini li ho già dimenticati, come sempre, perché i nomi non sono proprio cosa mia. Rileggerò l’elenco e forse tra un anno saprò ricordare a che piano sta chi. Li riconoscerò attraverso un dettaglio, magari un difetto, una mano troppo grande, un taglio di capelli inappropriato, soltanto così riesco a ricordare qualcosa di chi mi è estraneo. Il corpo parla una lingua universale. Guardo l’orologio, siamo qui, appena fuori il portone, da 20 minuti e 12 secondi. Ed è da 20 minuti e 13 secondi che la signora Don Enzo attende il marito ritirata in auto, rinchiusa in un religioso silenzio senza protestare. Non si lascia andare a manifestazioni di insofferenza. Intravedo il suo profilo ancora giovane, la pelle tirata, i capelli biondi raccolti a formare una specie di ananas al centro della testa.

“E faccio attenzione pure ai figli della signora Colombo che…”

“Sì, sì, bravo, ma non la ripetiamo più quella cosa.”

La cosa che non bisogna ripetere più è questa: i figli della signora Colombo, rispettabile professoressa di Storia medievale, hanno l’abitudine di fumarsi una canna prima di andare a scuola. Il cortile nel quale si rifugiano è una specie di grotta, un abbozzo di quello che doveva essere un secondo cortile, grande come il primo, ma nascosto sul retro, monco e senza via d’uscita, fuori dalla visuale delle finestre interne. È stato eletto a ritrovo cannabiotico da Filippo e Anastasia, nomi da principe e principessa.

“Direi che posso stare tranquillo!”

“Direi che potete stare tranquillo!”

Questa volta è Don Enzo che guarda l’orologio, butta un occhio all’auto e decide che forse è arrivato il momento di andare in vacanza. Sono soltanto tre giorni.

“Andate, state senza pensieri. Qualsiasi cosa io tengo il vostro numero, vi chiamo.”

“Bravo ragazzo, perciò mi fido solo dei napoletani. Sto da tanti anni a Milano, ma…”

“Enzo.”

L’accento sovietico interrompe l’ennesima ripetizione, ma sento le sue parole anche se non le pronuncia: mi faccio aiutare da ragazzi napoletani perché sono svegli e furbi, i milanesi sul lavoro saranno pure capaci, per carità, ma sono troppo legati alle regole e per fare certi lavori ci vuole una certa elasticità. Un certo lavoro è fare il sostituto portiere. Una certa elasticità è la mia. Ho come l’impressione che mi abbia preso per il culo. Alla fine il guardaporta devo fare.

“Andiamo?”

La voce squillante di Alina si porta addosso tutta la differenza di età. Don Enzo alza l’indice verso la moglie, ma non è un gesto da marito crudele, nessuna arroganza che invita al silenzio, solo la pacifica richiesta di un minuto. Alina tira su il finestrino della Peugeot verde foglia. È lei che comanda, aggia capito.

“Don Enzo, vi ringrazio. Non sapete quanto mi serviva questo lavoro.”

“Ma è una cosa momentanea, non ti posso mica sistemare qua.”

Sono arrivato a Milano ventotto giorni fa dopo aver preso accordi telefonici per un bilocale all’ultimo piano della scala B in via Nino Bixio 14 con una sciura dall’accento marcatissimo e dall’aspetto odioso. Non l’ho mai vista, ma certi toni di voce non possono appartenere a figure gentili. Quanto tempo crede di rimanere? È l’unica cosa che mi ha chiesto e, per mostrarmi pieno di buona volontà, ho dato fondo a tutto il mio coraggio. Lei ha risposto al mio Per sempre con una risata e due parole che somigliavano a Beata gioventù. I vecchi non credono più all’entusiasmo.

La prima persona che ho conosciuto è stata Don Enzo. Lui mi ha consegnato le chiavi del bilocale, che si è rivelato un monolocale con una parete in più tirata su di fretta, lui mi ha spiegato come funziona lo scaldino e sempre lui mi ha illustrato le regole del condominio: la raccolta differenziata, le cantine e le biciclette. Un napoletano a Milano necessita di calore umano per sopravvivere, ha detto il primo giorno allungando l’ala da vecchio santo protettore e ieri sera l’ho sentito bussare alla porta. Tieni ancora bisogno di un lavoro?, e io ho detto sì senza manco sapere di cosa stesse parlando.

 

>> Francesco Spiedo (1992) nasce a Napoli, da madre ansiosa e padre operaio, sperimentando fin da subito le conseguenze dell’iperattività. Cresciuto a San Giorgio a Cremano, studia per diventare ingegnere anche se non praticherà mai. Precedentemente animatore, cameriere, concierge, addetto alla sicurezza e ad altre attività non riconosciute dal Ministero del Lavoro, inizia a scrivere su commissione e su riviste, sotto falso nome e come ghostwriter. Stiamo abbastanza bene è il suo primo romanzo.

 

 

 

 

 

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