24/11/2020 - 15:21

Mente e cuore di donna. Uno dei tre testi vincitori della borsa di studio Giuseppe Pontiggia

Mente e cuore di donna (modestissimo omaggio a Vite di uomini non illustri) di Massimiliano Ferrone è uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio intitolata a Giuseppe Pontiggia per la 5° edizione della Scuola annuale di scrittura. Il corso, che inizierà il 9 novembre, prevede 300 ore di lezione, esercizi e pratica dedicate alla scrittura narrativa, all’editoria, alla sceneggiatura e al giornalismo. Tra gli insegnanti Walter Siti, Laura Pariani, Giorgio Fontana, Andrea Tarabbia, Piero Colaprico, Francesca Serafini, Sandrone Dazieri, Nicola Fantini, Edgardo Franzosini, Barbara Gatti, Stefano Raimondi, Edoardo Brugnatelli, Martino Ferro, Matteo Caccia, Loredana Lipperini, Enrico Ernst, Matteo Speroni.

 

Per le iscrizioni entro il 15 ottobre è previsto uno sconto del 10%: tutte le info sul sito di Belleville.

 

 

>> Mente e cuore di donna (modestissimo omaggio a Vite di uomini non illustri)

di Max Ferrone

 

È stata appena fatta l’Italia quando Jenny viene al mondo, nell’isola che del nuovo Regno ha a lungo portato in grembo l’embrione, e lei, ancora in fasce, non sa nulla di quella smania di fare gli italiani che attraversa come un brivido il dorso del Paese.

Nasce sul colle più alto di Cagliari, nel quartiere Castello. Lunghe e strette strade di ciottoli, dove la luce s’affaccia tra i palazzotti nobiliari, senza la prepotenza che riserva alle piazze e alle terrazze sospese sul mare. Mare che è ovunque, dintorno. Azzurro e increspato in prossimità del porto, placido e scuro in lontananza, verso la Spagna, verso l’Atlantico. Di là dalle tremende fosse oceaniche, termina una guerra non meno tremenda e nascono gli Stati Uniti d’America.

Antonio, il padre di Jenny, guarda con ammirazione a quel sogno democratico e spesso immagina, mentre se ne sta tutto solo nel suo studio di avvocato, di vederlo con i suoi occhi, l’incanto di cui raccontano i giornali.

Quanto sarà grande l’America, Giuseppina? chiede ogni tanto alla moglie, mentre sfoglia l’Avvenire di Sardegna.

E tu, che sei un avvocato, lo chiedi a me, che il mondo l’ho visto solo sull’atlante?

Antonio ride. Giuseppina non è tipa da dare voce ai sogni, preferisce esprimerli per negazione, talvolta per sottrazione.

Il sogno più dolce è la piccola Eugenia. All’avvocato non piace chiamarla Jenny, anche se si abitua presto al suono.

Fosse nata nella tua America, l’avremmo battezzata così, lo informa la consorte. Lui si adegua, ma continua a preferire Eugenia, perché significa nata bene e un nome fa la fortuna di chi lo porta.

Jenny ha due anni quando nasce Amina, la sorella. Questa volta la scelta del nome è ispirata dalla protagonista di un’opera di Bellini, La sonnambula, che suscita nei coniugi un sincero entusiasmo. Nello spettacolo cui assistono ammirati, il delicato personaggio è interpretato dal soprano Jenny Lindt, e la coincidenza appare troppo singolare per potere anche soltanto immaginare di trascurarla.

Fin dalla più tenera età, entrambe le bambine sono affiancate da maestri e istitutori.

Vorrei che potessero tutto, dice Antonio a Giuseppina, quando le osserva giocare.

Forse non tutto, ma qualcosa potranno, replica lei.

Appena cinquenne, Jenny ha già rivelato il suo talento. Legge, scrive e suona il violino. La domenica, quando l’ufficio è chiuso, il padre le legge l’Iliade. In greco. La bambina capisce poco, o nulla, ma coglie l’afflato della narrazione dal suono delle parole.

In tutto, la imita la sorella. Medesima fascinazione per la musica, per la lettura. Poiché Jenny è gelosissima del suo violino, Antonio ne fa recapitare per la minore un altro, da Trieste, e in breve il prodigio si ripete. Dalle finestre del salotto al primo piano, la musica suonata da Jenny e Amina si diffonde allora per le strade buie e ventose di Castello. Di tanto in tanto, le carrozze sostano di sotto e i passeggeri sonnecchiano accarezzati dalle note che fluttuano fin verso il mare.

Avida lettrice, Jenny ruba i libri alla madre e li finisce prima di darle il tempo di accorgersi della sparizione. Non nutre particolari attaccamenti: legge la letteratura inglese e, in lingua originale – seppure con qualche fatica – quella francese. Degli italiani, però, non ama che Dante.

Amina, invece, sull’onda di una tarda emulazione del gusto transitorio della sorella per il testo greco, manifesta una precoce propensione per la tragedia che riempie d’orgoglio il padre.

Vorrei che viaggiassero, annuncia un giorno Antonio alla moglie. Portarle a Roma, ad Atene.

Non che non ne sarebbero felici, ribatte lei trattenendo l’eccitazione.

Non che lascerei te qua da sola, le sorride lui. E a fare cosa, poi, senza di me e le bambine?

E a fare cosa? scherza lei, scuotendo la testa.

Tu sei come loro, dice serio Antonio. Tu puoi tutto.

 

E così le bambine compiono l’esperienza memorabile del viaggio. Prima Roma, poi Atene. Toccano i monumenti, leggono le iscrizioni.

Provate a tradurre questa frase: la prima che ci riesce vince una brioche alla crema, le stimola il padre. E quelle stanno al gioco, s’impegnano meglio che possono, non vogliono stupire i genitori, ma se stesse. È l’estate dei dodici anni di Jenny e dei dieci di Amina. Una breve estate famelica.

Tornata a casa, la maggiore si porta dentro la domanda che l’ha assillata durante tutto il viaggio di rientro: davvero io posso tutto?

Un certo Riccardo, figlio dei vicini e suo coetaneo, inizierà il Ginnasio di lì a pochi mesi. Sa che il ragazzo non ha mai letto un libro e che gli esiti dei suoi studi musicali sono deludenti. Non sarebbe capace, pensa Jenny, non solo di tradurre, ma neppure di distinguere un testo greco da uno latino.

Perché, nel tutto che posso, non c’è il Ginnasio?

Perché sei una femmina, le risponde Antonio.

E questo che cosa significa?

Che gli studi ginnasiali sono riservati ai maschi.

Giuseppina ascolta in silenzio. Lavora per sottrazione.

Jenny si ritira nella sua stanza e chiude le imposte. Amina non sa confortarla, la rinuncia al sogno sarà presto anche affar suo.

Per giorni i violini tacciono e nel salotto muto si sente soltanto il fruscio delle gonne e dei ventagli di pizzo. Come le figlie, Giuseppina tace, ma Antonio non impiega molto a capire che medita qualcosa.

Che cosa c’è? Dimmi, parla! la esorta.

Tu, non sei un avvocato? chiede Giuseppina, sicura che la strada giusta sia quella della negazione.

Eh, perché? Che cos’altro dovrei essere?

E non conosci la legge della scuola?

Che legge? Che scuola?

Io voglio capire solo questo: è la legge che impedisce a nostra figlia di frequentare il Ginnasio?

Antonio capisce di essere fregato. Ma no, la legge non c’entra nulla. È tradizione. Al Ginnasio ci vanno i maschi, Jenny sarebbe l’unica femmina dell’istituto.

Giuseppina tace, medita ancora, infine si ravviva: Non sarebbe l’unica, Antonio. Sarebbe la prima!

 

Dispongono l’aula in modo che il banco di Jenny sia un’isola lontana, con alle spalle l’arcipelago dei maschi e davanti il continente dei professori.

Quasi tutto il primo anno passa senza che nessuno le rivolga la parola. Gran parte dei compagni sono figli di amici dei genitori, ragazzi con i quali è cresciuta, ma che pure ora fingono di non conoscerla. Gli insegnanti pretendono da lei assai più di quanto non facciano con gli altri studenti e lei raccoglie ogni sfida, senza mai lamentarsi ed eccellendo in tutto. Il direttore, che inizialmente non voleva accoglierla, alla fine del primo trimestre riunisce il consiglio di classe e dice: Mi pare si possa affermare che non abbiamo mai avuto uno studente migliore di lei.

Alcuni giornali descrivono la scelta di Jenny come un’impresa rivoluzionaria. E pericolosa, nondimeno. Un cronista afferma: se oggi tolleriamo che la ragazza abbia un’istruzione, domani faremo i conti con i frutti di quest’istruzione.

Sulle prime, Cagliari pare accogliere la novità con spirito sportivo. È noto che la ragazza si dia da fare più e meglio dei colleghi, ma la notizia è interpretata come un divertissement e la questione è liquidata alla stregua di un esperimento da non ripetere.

Nel frattempo, a scuola, succede che i compagni si accorgono di Jenny. Al secondo anno, la ragazza ha in parte perso lo status di femmina ostinata, di strana e imprudente creatura, e per molti diviene niente di più di quel che ha sempre ambito a essere: una compagna di studi.

L’anno seguente, Amina chiede alla famiglia che le sia consentito di seguire le orme della sorella.

Non capisco il tuo stupore, Antonio, dice Giuseppina quando l’avvocato ricomincia a dubitare. È sempre stato così: Jenny dà l’esempio, e Amina, prima la segue, poi la supera.

L’avvocato rimane inquieto. Non ha mai raccontato alla moglie di come gli ridano dietro in tribunale, dei clienti che ha perso. Le sentenze, a Cagliari, sono eseguite ancora prima di essere pronunciate, nessuno lo sa meglio di lui. Per questo non smette di sognare l’America.

 

Jenny ha diciassette anni quando s’innamora. Venutolo a sapere, Amina non nasconde la delusione. Ha sempre immaginato per sé e la sorella un futuro slegato dalle faccende amorose, pensando non di rado a entrambe come a novelle Diodata Saluzzo.

Arturo? inorridisce, quando la sorella le svela il nome dell’innamorato. È così vecchio! Avrà almeno venticinque anni!

Ventitré, le sorride Jenny.

Quando ti è stato presentato, non avrei mai creduto che avrebbe finito per piacerti.

Jenny apre le braccia. È invece è successo, per la gioia di papà e mamma. E per la mia, spero.

Prometti che continuerai a studiare?

Certo. Perché non dovrei?

 

La risposta si rivela azzardata. Jenny frequenta l’ultimo anno quando il promesso sposo chiede di poterla incontrare alla presenza dei genitori. Soddisfatta la richiesta, espone l’ultimatum: o Jenny smetterà di frequentare la scuola o non ci sarà alcun matrimonio.

Antonio e Giuseppina, sgomenti, rimettono ogni decisione nelle mani della figlia.

Che è innamorata. E cerca, negli occhi del futuro marito, un qualche conforto, e insieme il senso della sua pretesa. Non trova nulla. È forse una prova d’amore? Nel dubbio, meglio mostrarsi condiscendenti.

Rinuncio, mormora Jenny.

Giuseppina non trattiene le lacrime, ma rimane composta sul canapè, la schiena diritta, un volto di pietra sul punto di sgretolarsi.

Antonio, gli occhi bassi, si chiede quanto sia lontana l’America.

Amina è una furia. Segue la faccenda dalla sua stanza, tempestivamente informata dalle cameriere.

Rinuncia, le comunicano.

Non glielo perdonerò mai! grida con la voce rotta dal pianto.

 

Pochi mesi dopo, il matrimonio di Jenny e Arturo è annunciato alla città, che subito si riscuote come un drago da sotto la sabbia.

Le voci sul conto di Jenny, Jenny la sapientona, si rincorrono. Ci ha fatto certi servizietti, dicono alcuni ex compagni. Non solo a noi, anche ai professori.

Ecco perché era tanto brava!

Credevi davvero che una femmina potesse sapere di greco e di latino? Il mondo sarebbe a gambe per aria!

Come quelle di Jenny!

Jenny la bagascia, Jenny la sapientona. Jenny la bagascia sapientona. Jenny le gonne alte levate. Jenny bocca d’oro. Jenny che suona i flauti meglio dei violini.

Non serve a nulla che qualcuno, tra gli ex compagni, alzi la voce per difenderla. La città ha deciso. Jenny è una puttana e Arturo il cornuto che sta per sposarla.

 

Amina ha due vantaggi. È arrivata a scuola per seconda, non è bella. Saranno la sua salvezza, ma anche la rovina di Jenny. È opinione comune che Amina frequenti la scuola soltanto per studiare. La sua bruttezza la protegge, impedendole però di smacchiare l’ignominia che investe la sorella. E sì che disporrebbe di spalle abbastanza forti da sobbarcarsi il carico. Che solo s’azzardino a parlare male di lei, a bisbigliare mentre passeggia in via Manno o entra in chiesa, a non salutarla quando la incontrano alle feste. Che s’azzardino soltanto.

Le voci sul conto di Jenny però corrono, si moltiplicano e bussano alla casa di Arturo, per poi scappare lasciando lo zerbino pieno di fango prima che si apra la porta.

Il giovane medita sul da farsi. Jenny gli piace. È di buona famiglia e ha un’ottima dote. Quanto alla cultura, sarebbe stata un beneficio se non le avesse distrutto la reputazione. Ma quanto vale la cultura per una donna dalla reputazione compromessa? E quanto vale una donna dalla reputazione compromessa per un uomo?

La risposta è unanime: niente.

 

Ripudiata.

Jenny la sapientona. Jenny la bagascia. Jenny flauto magico è adesso, per tutti, una che morirà zitella perché non si troverà più nessuno tanto fesso da volersela sposare.

Ripudiata. Jenny si ripassa in bocca la parola come se fosse una pallottola. Ripudiata.

Fissa il violino, è sicura che non lo suonerà mai più, tanto si sente debole.

Una nuova estate riscalda la città, il mare azzurro scintilla di là dal porto, verso la Spagna, verso l’Atlantico, verso l’America. Cagliari è una statua maestosa che non le parlerà mai più. E lei non è viva. Ha visto suo padre piangere, è stato straziante.

Non smetteremo mai di amarti, le ha detto sua madre. Avrai sempre noi. Sempre, le ha promesso.

Parole preziose, che non procurano sollievo.

Teme per Amina. Che la sorte ora si abbatta su di lei. Non ricorda quanto si possa essere forti. Non immagina quanto fuoco possa ardere nella sua stessa casa, in una sola testa, in un solo cuore.

Non ha più neppure un pensiero buono.

Nessuna lettura sana.

Nessun passatempo.

Doveva essere l’estate del suo diploma. È invece l’estate del suo ripudio.

Un giorno, Amina prende il violino e si mette a suonare. È così brava! Le dita pizzicano lo strumento e la musica vola via, si spande oltre la finestra, verso la città e il mare azzurro che la chiude.

La finestra, pensa Jenny. È solo un varco. Basterà che sollevi la gonna un po’ sopra il ginocchio e che mi dia una spinta, facendo leva sul davanzale con la punta dello stivaletto.

La musica di Amina riempie la stanza, le penetra nelle orecchie e le riscalda il sangue. C’è ancora vita in lei, ma troppo poca per sopportare tutta quella che c’è al di fuori.

Solo una piccola spinta, Jenny, su! Jenny la sapientona, Jenny la bagascia, Jenny petto aperto.

Si vede la lunga strada d’ombre dal cornicione della finestra. Nessuna carrozza in sosta ad ascoltare la musica. Il mare è un dipinto luminoso, Cagliari luccica di arenaria sotto il sole tiranno del pomeriggio.

Jenny piove sui ciottoli, avvolta in una spirale di tessuto. La testa colpisce il suolo di sbieco, il collo si spezza.

 

La musica s’interrompe, è subito silenzio.

 

Il corpo è ricomposto e seppellito senza messa nella cappella di famiglia del cimitero monumentale di Bonaria. La statua posta sulla sua tomba ritrae Jenny di fianco all’adorato violino, tra i libri e gli spartiti. Questa l’iscrizione sepolcrale:

 

Buona e confidente Jenny

Spenta anzitempo da crudeli disinganni

ti sia refrigerio nella tomba sconsolata l’affetto immenso e inestinguibile di chi non può mentire

 

Quando la città viene a sapere che la ragazza che sognava una laurea si è arresa, tace codardamente.

Non tace Amina che, un mese dopo la morte della sorella, è di nuovo sui banchi di scuola. Non tacerà finché avrà fiato. Finché avrà fiato, vendicherà il torto subito con il clamore di una condotta esemplare. Sarà una studentessa encomiabile e i suoi risultati supereranno quelli della stessa Jenny.

Un morbo senza nome la colpirà nell’anno del diploma, che conseguirà comunque, con volitività rabbiosa e lacrime e scosse di nervi.

Non farà in tempo ad assistere all’evento il padre Antonio, già ricongiuntosi alla figlia maggiore.

Di lì a qualche a mese, sopraggiunge la morte anche per Amina.

Giuseppina, rimasta sola, la seppellisce di fianco alla sorella e al marito. Sulla tomba della ragazza farà scolpire un angelo piangente. Subito al di sotto, farà incidere questo epitaffio:

 

Amina. Compagna ed emula dell’amata sorella, meritò licenza ginnasiale.

Primo esempio in Sardegna di quanto possano negli studi mente e cuore di donna.

 

BellevilleNews