22/10/2020 - 22:22

De La Luz. Uno dei tre testi vincitori della borsa di studio Giuseppe Pontiggia

 

 

De La Luz di Stefano Adesso è uno dei tre racconti vincitori della borsa di studio intitolata a Giuseppe Pontiggia per la 5° edizione della Scuola annuale di scrittura. Il corso, che inizierà il 9 novembre, prevede 300 ore di lezione, esercizi e pratica dedicate alla scrittura narrativa, all’editoria, alla sceneggiatura e al giornalismo. Tra gli insegnanti Walter Siti, Laura Pariani, Giorgio Fontana, Andrea Tarabbia, Piero Colaprico, Francesca Serafini, Sandrone Dazieri, Nicola Fantini, Edgardo Franzosini, Barbara Gatti, Stefano Raimondi, Edoardo Brugnatelli, Martino Ferro, Matteo Caccia, Loredana Lipperini, Enrico Ernst, Matteo Speroni.

 

Per le iscrizioni entro il 15 ottobre è previsto uno sconto del 10%: tutte le info sul sito di Belleville.

 

 

>> De La Luz

di Stefano Adesso

 

Si chiama Carmen Herrera de la Luz, ha cinquantasei anni e crede nel Nostro Signore Benedetto, nella bontà del prossimo e nello stufato di carne che, se fatto bene, può affogare tutti i mali del mondo.

Dice proprio così: ahogar.

Quando sorride, le rughe le aprono in viso una serie di altri minuscoli sorrisi. Di fatto ogni suo sorriso va moltiplicato per otto, come un prisma, ugualmente visibile da qualsiasi angolazione: già solo per questo possiamo supporre sia vero.

 

È in piedi davanti a centoundici persone ordinate su venti file da sei posti l’una, e muove le mani dall’interno verso l’esterno, come se cercasse fisicamente di epurarsi dai propri peccati.

In quel preciso istante sta salvando la vita a tutti meno che a se stessa, ma a nessuno la questione sembra toccare particolarmente: la possibilità di salvezza presuppone l’eventualità della morte, ed è per questo un’idea liquida che scivola sui crani impermeabili dei passeggeri del volo Aloha Airlines 243, fino a tornare nelle mani di Carmen Herrera de la Luz, che la vaporizza indicando le uscite di sicurezza anteriori, posteriori e laterali dell’aereo.

Esegue quei gesti catartici con passione materna, come se il tunnel d’imbarco nel ventre del velivolo passasse attraverso il suo utero e, istantaneamente, tutti regredissero allo status di figli. Figli di Carmen Herrera de la Luz.

Quando termina, e le sue mani e le sue braccia ritornano a essere arti e non più attrezzi da lavoro, la donna ha ancora i suoi otto sorrisi stampati in volto. Ed è in quel momento che siamo certi siano suoi, e non l’effetto di una qualche clausola apposta nel contratto dalla compagnia aerea.

L’aereo è in volo sull’Oceano. È il crepuscolo. Un terzo dei passeggeri, quelli lato finestrino, hanno a disposizione un panorama bellissimo, e la loro vacanza non è ancora terminata. È un paesaggio costituito da particelle talmente elementari che pare di assistere all’origine du monde, come dicono i due passeggeri francesi seduti in ottava fila. Qualcuno s’affretta a tirar fuori il cellulare dalla tasca per immortalarlo, ma è inutile: la bellezza è connaturata al sollievo che momentaneamente concede dall’angoscia del volo.

Nel posto 10B c’è qualcuno che all’idea del volo invece ancora si stupisce. Di fianco a lui chi legge e dietro chi conversa e, da seduto, l’interno di questo aereo pare una di quelle camere in esposizione nei negozi d’arredamento: un posto che l’umanità l’ha vista solo di passaggio.

Il Boeing 737 (questo il nome all’anagrafe) colonizza nel tragitto la volta celeste, come una carovana alata alla conquista delle ultime terre rimaste ancora vergini.

All’interno, il passeggero 10B alza lo sguardo e vede Carmen Herrera de la Luz camminare attraverso il corridoio: in mano gratta e vinci da 2€ stretti come carte da poker nell’Omaha. Arriva in fondo che ne ha lo stesso numero di quando è partita, ma il suo umore è immutato: si volta e percorre nuovamente la corsia, mentre un’altra voce di donna, attraverso il microfono, invita ora all’acquisto di cosmetici e profumi: se esistesse la disciplina Vendita Sincronizzata, queste donne sarebbero le sportive dell’anno.

Dai sedili il tutto appare come un rituale ancestrale messo in scena da indigeni che, fortuitamente venuti a contatto con una pubblicità risalente alla Reaganomics, ne hanno sopravvalutato il significato, reinterpretandolo in chiave religiosa.

Quando il rituale commerciale termina, le danzatrici si ritirano nelle loro casseforti e l’aereo torna silenzioso e autarchico. Per qualche secondo oscilla incerto, incontrando una breve depressione. Un uomo che stava completando un cruciverba si blocca e comincia a picchiettare la penna nervosamente, e le parole che non scrive le rivolge al suo vicino.

Un altro uomo passeggia al suo fianco, a seimila metri d’altezza, come nell’ingresso di casa propria, e l’opera del volo umano è a questo punto di un’arroganza davvero insopportabile.

A metà del volo interoceanico tutti sono seduti, le cinture allacciate. L’aria è rilassata o forse solo stanca, come sarebbe alla fine di una giornata in cui si è preso troppo sole.

Carmen Herrera de la Luz è in piedi all’altezza della fila 6. Le mani poggiate su due schienali, sta rivolgendo a qualcuno dei passeggeri il suo sorriso rassicurante. E quel che più stupisce, è che quel sorriso funzioni.

Sono le 19:41 e 27 secondi del fuso orario di Kiribati, Tonga, Micronesia Francese e Caledonia Occidentale, e non c’è davvero nessun motivo per morire.

Alle 19:41 e 32 secondi si fa largo nel corridoio un rumore lacerante di metallo forzato. I passeggeri delle prime file nemmeno fanno in tempo a crederci: il tetto della fusoliera si sta aprendo su di loro in un modo che si credeva possibile solo nei libri di scienze. Il cielo è lo stesso, magnifico, che lateralmente scorgono dal finestrino. Ma averlo sulla testa provoca tutt’altra sensazione.

Alle 19:41 e 36 secondi, l’aereo può dirsi decappottabile.

 

Carmen Herrera de la Luz viene letteralmente risucchiata fuori. In un attimo. Come un telegramma indirizzato a Dio. Sente le urla dei passeggeri rimbombare lontane e vede lamiere accompagnare l’aereo come una pioggia di pugnali volanti. Carmen si lascia tutto questo alle spalle, e sarebbe strano non farsi sfiorare dall’idea che, in realtà, sia l’unica fortunata.

Lì fuori si ritrova immediatamente a librare leggera tra nuvole candide e un cielo dalle sfumature strabilianti, che può attraversare come nessuno ha mai fatto prima. Osserva l’aereo allontanarsi traballante, incapace di tenersi dritto, come un bus scalcinato che l’ha lasciata alla sua fermata.

In quel momento Carmen sta eccellendo in una seconda specialità: è la prima donna a gettarsi da un aereo in volo, senza paracadute, contro la propria volontà.

Dopo qualche attimo di sospensione, comincia la discesa: Carmen ringrazia Dio di indossare una gonna abbastanza lunga e poi allarga le braccia e le gambe, non si capisce se per istinto di sopravvivenza o semplicemente per prolungare un altro po’ quell’esperienza.

A quel punto non le resta altro che pensare. Ed è quello che fa: pensa a un sacco di cose. Ha davvero parecchio tempo per farlo. Molto più di quanto sia concesso alla maggior parte delle persone che hanno fatto la fine che sta per fare.

A ogni altitudine, un pezzetto della sua vita.

A 5700 metri, la prima cosa a cui pensa è suo figlio, Jaime, che ha diciassette anni e non sa stirarsi le camicie.

A 5200 metri pensa a quando ha cominciato questo lavoro, trent’anni prima, perché fluente sia in spagnolo che in inglese. Detto tra noi: immaginava che questo momento sarebbe arrivato molto prima. Le è andata fin troppo bene. Ben oltre le aspettative che i suoi genitori, gente timorata, le avevano prospettato.

A 4600 metri abbassa lo sguardo e vede un tappeto bianco di nuvole e si chiede come mai potrebbe attraversare quella coltre spessa e morbida, invece di atterrarci su, ripulirsi dal vapore e poi correrci sopra spensierata: ipotesi che da cristiana praticante le pare molto più plausibile.

A 4200 metri il tappeto divino è alle sue spalle.

A 3700 metri le viene in mente che si romperà in mille pezzi, come la sua cristalliera quella volta che stava spolverando il servizio.

A 3300 metri ricorda quando si tuffò a Playa de Santa Eulalia. Aveva diciott’anni, ed era il suo primo vero tuffo. Era terrorizzata, ma la sensazione dell’acqua fresca l’aveva poi avvolta come un’amica, ed era sbucata fuori boccheggiando, con la vista offuscata dai capelli neri d’acqua. Non aveva mai più avuto il coraggio di riprovare. Forse andrà così anche stavolta, pensa.

A 2900 metri si passa nervosamente le mani sulla fronte e le orecchie, rassettando la messa in piega.

A 2750 metri si domanda come staranno i suoi passeggeri. Si volta a destra e a sinistra alla loro ricerca, ma resta delusa dal non vedere niente e nessuno, nemmeno un’esplosione lontana.

A 1900 metri le torna in mente che da tre decenni il suo lavoro consiste nello spiegare le istruzioni di sicurezza in caso di incidente aereo: le ripercorre mentalmente, ma si rende conto che la possibilità di essere risucchiati fuori dalla fusoliera non è proprio contemplata dai manuali.

A 1500 metri si ricorda di aver messo in tasca, stamattina mentre era al bar, un biscotto al burro e marmellata di albicocche. Lo cerca e lo trova nella tasca destra. Usa entrambe le mani per scartarlo, ormai con una certa confidenza al volo; dopodiché non ne morde i bordi com’è abituata a fare, ma lo addenta in profondità, puntando dritta alla frutta.

A 900 metri la frutta le fa venir sete.

A 450 metri non vede altro che un blu infinito. Nessun altro colore, nemmeno quelli strabilianti del tramonto.

Che strano, pensa. Le avevano insegnato tutti del nero. Dopo il funerale di suo fratello aveva indossato quel colore per sei settimane. A lei invece, nella morte, è toccato il blu marino. Dio vede e provvede.

A 300 metri fa un voto veloce a Santa Eulalia.

“Se non credi troppo nella vita, la morte non è poi questo gran passaggio”, dice tra sé e sé.

A 150 metri prende una grossa boccata d’aria.

A 100 metri si tappa il naso.

A 50 metri chiude gli occhi.

 

Poco dopo, Carmen Herrera de la Luz si tuffa per la seconda volta in vita sua.

 

BellevilleNews