22/10/2020 - 21:58

I commenti di Racconti edizioni ai racconti di TYPEE

 

 

 

Dopo Federico Baccomo e Marina Mander, lo Scrittore che legge su TYPEE diventa un editore, anzi due: Stefano Friani ed Emanuele Giammarco, fondatori di Racconti edizioni, la casa editrice romana nata per pubblicare soltanto racconti. Dal 15 settembre, ogni settimana, Stefano ed Emanuele commenteranno i racconti di TYPEE, proponendo alla community suggerimenti e prospettive per migliorare la scrittura.

 

I commenti di Racconti edizioni

 

Struttura non banale che alla fine convince. L’incipit potrebbe essere una soglia, ma in qualche modo è anche una sorta di compendio psicologico al racconto – in fin dei conti non lo cambierei (se non per quell’asintomatico che proprio non mi piace). Le due parti dialogate raccontano quanto basta, così come i due simboli della parte centrale… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Una reinterpretazione del mito che convince, non intende riformulare un simbolismo stantio e retorico ma riscrive la storia di modo che ci dica qualcos’altro, con uno stile asciutto, stringato e in questo senso “mitico”, “favolistico”, senza però scadere nel kitsch (e il rischio c’era). Un Ulisse che torna da Circe è una bella idea, così come la volontà di… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

La sequenza di ripetizioni, allitterazioni e l’incedere a tratti faticoso e quasi trap non mi ha convinto del tutto: intendiamoci, non che non si possa fare un racconto così (o perlomeno se accettiamo che se ne può fare musica non vedo perché non se ne potrebbe fare un racconto), ma il ritmo mi pare sbalestrato da immagini («come animali di notte»), filotti di aggettivi (c’è proprio bisogno di segnalare la brama con «piccola densa bianca polvere» in un testo così scarno?… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Le tre fasi del racconto sono svolte doviziosamente e nella struttura non intravedo intoppi di sorta: è un escamotage rodato quello di Matheson e questo eterno ritorno dell’uguale funziona bene. Ho qualche perplessità in più sul tuo futuro, che certo è congeniale all’idea di base della storia ma – se le esigenze sembrano le stesse di sempre: lo sport, il sesso, la confessione – forse è un po’ tutto esageratamente un qualche deterioramento di un passato glorioso, ci hai persino infilato le birre da 66cl! Per carità siamo ancora nell’epoca della nostalgia e del make qualsiasi cosa great again ma forse bisognerebbe pensare un futuro… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Le maschere del carnevale di Venezia (ma è poi un’attività sostenibile per chi non ha la baby-pensione?) e le mascherine forniscono un’immagine piuttosto ovvia che cede subito il passo a una specie di TL frammentaria con gli aggiornamenti della pandemia che, va detto, conosciamo tutti abbastanza a menadito e di cui si potrebbe fare a meno. La cosa più interessante del racconto è il tentativo boccaccesco… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Schiusa, richiusa, chiusi in due righe in avvio sono anche perdonabili ma l‘incipit è tutt’altro che un piano inclinato (semmai appunto è una porta chiusa) e non ci proietta in medias res dentro il racconto. Disseminate per il racconto ci sono una serie di piccole sciatterie che denotano una rilettura quantomeno frettolosa o troppo innamorata della propria prosa. Mi viene poi un’obiezione di merito sul vedere la vita di fronte «come in un vecchio libro di fantasmi» che generalmente, se proprio, rivivono le angosce… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Raccontino che non esiterei a definire – con mia madre e la sciura del terzo piano – delizioso. Posto che sventolare di fronte a un editoriale una short story simile è come agitare un biberon di fronte a un poppante, il racconto sembra ben riuscito. Il patema che un po’ mi frena nel giudizio è che se il protagonista, il contesto e una certa salacità sono ben visibili lo è decisamente meno la storia nei suoi elementi. Sembra trattarsi più che altro di una premessa chiusa con una certa fretta… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Ho l’impressione che l’intento dell’autore sia stato più quello di criticare e denunciare il sistema sanitario americano piuttosto che di raccontarlo, in tutte le sue storture, attraverso la storia e il vissuto dei personaggi. Di loro sappiamo poco, e poco della loro reale difficoltà. Della malattia sappiamo solo che ha bisogno di “pillole” e di “sciroppo”, ma di quello che ha comportato… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

L’incipit è un classico errore da manoscrittaro: luce spesso fredda che fende cose o cade da qualche parte; quando va bene può darci un minimo contesto geolocale, ma l’ingresso di un racconto deve essere in medias res, un raccontista un attacco così fiacco non se lo può permettere. Ancora più assurdo iniziare così, vista la natura arrembante del racconto che, se pecca di autocompiacimento qua e là, rimane piuttosto godibile, “frizzante” quasi. La sensazione dopo averlo letto, però, è quella di un ritorno… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

In questo racconto mi pare evidente come la lingua, la ricerca della bella pagina o peggio della bella parola, domini sulla narrazione, sui fatti della fiction (sì, ho osato pronunciare questa immonda espressione proprio avendo presente il racconto in questione). Landolfi è spettacolare (scandito come fa Edoardo Ferrario) ed è una goduria leggere i suoi racconti andando poi a riperticarsi tutti i termini desueti, quando non inventati di sana pianta, ma ogni suo racconto ha ben presente l‘esigenza… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Il racconto si gioca su tre piani, tutti piuttosto scoperti, ma gestiti con una parsimonia apprezzabile. Mi pare condotto con mano piuttosto sicura e, con così poco spazio, è un esercizio di economia corretto che tutto ciò che avvenga fuori e dentro il foro della protagonista rimandi alla coppia. A fare i puntigliosi – siamo qui per questo –, il vistoso «difetto» è una soglia d’ingresso più esibita che non reale; un vorrei ma non posso. I due discettano di Calvino e La Capria, ma poi vanno a vedere un film popolare come “Perfetti sconosciuti” e un po’ spocchiosamente se la prendono col pubblico (un classico). Anzi, lei rimbrotta lui per la scelta comoda di Calvino. Insomma, si può essere… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Se l’idea è vincente, e in questo caso sembrerebbe esserlo, il rischio è pensare che il racconto si scriva da sé: scrivere un lungo spiegone senza un punto di vista narrativo o uno sviluppo che non sia telefonato e del tutto insignificante per il lettore. Nella fattispecie sembra di avere per le mani gli appunti di un antropologo piuttosto pigro che si è imbattuto in una civiltà perduta; anzi, chissà, forse questa potrebbe essere una chiave di volta per risolvere narrativamente un materiale che ci sarebbe pure, ma che non è organizzato per essere una storia. Il problema è: cosa ci fanno questi uomini… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Un racconto del genere sarà sempre divisivo, perché si pone l’obiettivo di descrivere le ragioni di un terribile fatto di cronaca, su cui ognuno ha le sue opinioni, tutte fragili, in tutti i sensi. Non c’è motivo per cui uno scrittore non dovrebbe farlo, anzi è encomiabile che si cerchi di raccontare un mondo che manca colpevolmente dal nostro immaginario anche perché la letteratura non ci è venuta abbastanza spesso in soccorso. Mettiamo però che il fatto di cronaca non ci sia noto. Il racconto divide una prima parte in cui veniamo a conoscenza del tipo di ambiente e di «ideologia» che frequentano gli assalitori; una seconda in cui si parla espressamente, ex abrupto, di un omicidio. Il passaggio, dal solo punto di vista narrativo, instaura un nesso di causa molto problematico. È semplificato. Emotivamente sono convinto che l’omicidio di cui si parla sia, drammaticamente, così semplificato e semplificabile. Ma mi domando se questo mio sentimento debba essere… [continua a leggere su TYPEE]

 

Il mio professore d’Italiano del Liceo si azzardava a sostenere che Dante, all’inizio della Commedia, non sapeva bene come far finire i canti, quindi gli veniva naturale far svenire il suo personaggio. Questo per dire che uno svenimento già di per sé è strumento, spesso, di passaggio narrativo. In questo caso è lampante. Un racconto è tale se conclude ciò che ha da dire. Può lasciare aperto un dopo, ovviamente, ma deve esaurire il discorso, sciogliere i nodi (un nodo solo, magari) che ha intrecciato. Queste righe aprono talmente tante ramificazioni che a malapena possono essere considerate… [continua a leggere su TYPEE]

 

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Racconti edizioni è l’unica casa editrice in Italia a pubblicare esclusivamente racconti. È nata a Roma nel 2016 da un’idea di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco. Nel suo catalogo compaiono sia grandi nomi della letteratura, tra cui Margaret

Atwood, James Purdy, John Cheever e James Baldwin, sia alcuni degli esordienti italiani e stranieri più promettenti degli ultimi anni, come Elvis Malaj (finalista al Premio Strega 2018 con Dal tuo terrazzo si vede casa mia), Philip Ó Ceallaigh e Brian Washington.

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