22/10/2020 - 22:56

Come si traducono le parolacce in albanese? Elvis Malaj sulla traduzione del suo romanzo

 

 

Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti Edizioni, 2017) è l’opera d’esordio di Elvis Malaj, scrittore nato in Albania che vive in Italia da quando aveva quindici anni. Il libro, candidato al Premio Strega, è stato tradotto dall’italiano all’albanese e il risultato rappresenta uno dei casi più complessi in cui un traduttore di narrativa può trovarsi: l’adattamento del testo – la censura, in alcuni casi – alle esigenze di un regime politico, o ai suoi strascichi culturali.

Condividiamo su Datsebao l’articolo di Rivista Studio in cui Elvis racconta com’è stato rileggere il libro nella sua lingua madre, scritto con le parole di un’ altra persona.

Elvis Malaj sarà uno dei docenti di Esordire, il corso online di quattro lezioni in partenza il 28 luglio su BellevilleOnline. Sta per cominciare anche Prova di traduzione, un laboratorio intensivo guidato da cinque dei migliori traduttori italiani.

Le iscrizioni sono aperte: http://corsiestivi.bellevillelascuola.com/

 

 

 

Finalmente ho ricevuto la traduzione in albanese di Dal tuo terrazzo si vede casa mia. La aspettavo da un pezzo ed ero un po’ emozionato: la mia opera nella mia lingua madre con le parole di un altro. Qualcun altro si era impossessato della mia opera. «Traduttore traditore», conoscevo il detto, quindi sapevo cosa aspettarmi. Solo che ci tenevo che mi avesse tradito bene. Ho letto il libro tutto d’un fiato. Non sono un grande conoscitore della letteratura albanese e non ho letto tantissimo nella mia lingua madre, ma ciò a cui ho pensato dopo aver finito la lettura è stato: ho mai incontrato le parole «cazzo», «fica» e «scopare» in un libro albanese? No, perché in Dal tuo terrazzo si vede casa mia (pubblicato da Racconti edizioni) non ce n’era più traccia, scomparse tra eufemismi e sottintesi. Nel primo racconto, «ti diamo la fica» è diventato «ti diamo la “pesca”». Pure le virgolette. Oppure nel racconto “Scarpe”, dove Dede viene rifiutato e la porta gli sembra sbattere direttamente sul suo cazzo, in albanese invece sbatte sul «suo amichetto». E così per tutto il libro. Il massimo del turpiloquio a cui si arrivava è «merda». Poi questa parola multiuso, trap – il dizionario me lo dà come: «Il solco lasciato dal vomere sul terreno» –, che ingloba le parole stronzo, coglione e cazzo; più palloj al posto di scopare – che il significato più vicino al contesto potrebbe essere: vincere su qualcuno in un gioco. Cercando di rispondere alla domanda di prima, il caso più azzardato di turpiloquio che mi viene in mente in un libro albanese è Kadare nel romanzo Chi ha riportato Doruntina?, che, riferendosi alla fica della moglie del protagonista, la chiama «il suo sesso». Tornando alla mia traduzione in “L’incidente” i peli della fica sono «il triangolo nero». Altro grande azzardo lessicale. Allora ho provato con Driterò Agolli, l’altro pilastro della letteratura albanese, e ad altri scrittori meno conosciuti, ma niente, vuoto. Le parole «cazzo», «fica» e «scopare» non le avevo mai viste. Mi è venuto un dubbio. Allora sono andato sul dizionario e ho cercato kar. Non l’ho trovato. Forse devo cercare kari, la declinazione. Ma niente. Pillpilliqiqishaqijukarucrroçk. Niente di niente. Come se il cazzo e la fica non esistessero.

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